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Dove va chi emigra per cause ambientali

Si parla molto di migrazioni forzate per cause ambientali. Ma se spinte dai disastri ambientali, le persone si spostano verso altre regioni del proprio paese. Per affrontarle in modo efficace, ambiente e asilo sono questioni che vanno tenute distinte.

Cambiamento climatico e migrazioni

La conferenza di Madrid sul cambiamento climatico ha rilanciato l’attenzione su quella che è una delle grandi sfide, forse la maggiore, per il futuro dell’umanità. Tra i suoi riflessi, spicca l’intreccio con un’altra questione molto dibattuta, quella delle migrazioni e degli spostamenti di persone in cerca di asilo. Molti oggi discutono di “migrazioni forzate per cause ambientali”.

Credo che il problema vada affrontato alla luce di tre presupposti. In primo luogo, chi fugge da un pericolo in genere non si è preparato a partire, non dispone di risorse adeguate per lunghi spostamenti, quindi fa poca strada. Nelle statistiche sull’asilo pubblicate dall’Unhcr (l’agenzia dell’Onu che se ne occupa), su 71 milioni di rifugiati nel mondo, circa 41 sono sfollati interni, ossia hanno cercato scampo in una regione un po’ più sicura all’interno del loro paese. Dei 30 milioni circa che hanno varcato un confine, quattro su cinque si sono fermati nel paese accanto.

Il secondo presupposto allarga lo sguardo al rapporto tra migrazioni e povertà. Nel mondo le migrazioni internazionali non provengono dai paesi più poveri, se non in minima parte. I maggiori paesi di origine sono, nell’ordine, India, Messico, Cina e Russia. Paesi intermedi, dunque, e anche interessati da contraddittori processi di sviluppo. L’Africa Sub-sahariana incide poco. Analogamente, gli emigranti di norma non provengono dalle classi più povere dei rispettivi paesi. I poverissimi non dispongono dei mezzi per partire e soprattutto per andare lontano.

In terzo luogo, le migrazioni sono fenomeni complessi e con molte cause. Noi vediamo persone che arrivano. Comprendere esattamente le ragioni della loro partenza è un’operazione spesso non semplice, come mostrano tante battaglie intorno alle richieste d’asilo.

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Fenomeno concentrato in Asia Sud-orientale

Gli spostamenti di popolazione per cause ambientali, siano essi direttamente provocati dall’uomo -come la costruzione di dighe o l’avvio di attività estrattive, o persino l’istituzione di riserve naturali o l’attuazione di progetti di risanamento urbano – oppure derivanti da fenomeni classificati come naturali (tifoni, inondazioni, terremoti), oppure ancora da tendenze di medio periodo, come la desertificazione, trovano una più solida evidenza quando avvengono sul territorio nazionale. Qui sono disponibili dati e analisi piuttosto precise. Il rapporto sul tema dell’Idmc (Internal Displacement Monitoring Centre) per il 2019 stima in 17,2 milioni il numero delle persone spinte a spostarsi verso altre regioni del proprio paese a causa di disastri ambientali. Questi fenomeni, oltre che interni ai confini, sono anche concentrati prevalentemente nell’Asia Sud-orientale e nella regione del Pacifico (73,5 per cento). Per l’Africa e il Medio Oriente il dato raggiunge soltanto il 16,4 per cento. Anche ammettendo che una parte di questi migranti forzati prima o poi oltrepassino un confine, dovranno superare molte barriere prima di arrivare nel Nord del mondo.

Le varie cause ambientali hanno quindi nessi con l’urbanizzazione fuori controllo delle megalopoli del terzo mondo, verso cui si dirigono prevalentemente i contadini sradicati e gli allevatori che non riescono più a nutrire i loro animali. La questione degli spostamenti per cause ambientali moltiplica gli squilibri urbani e aggrava le condizioni di vita nelle metropoli dell’Asia (soprattutto), dell’Africa e dell’America Latina. Anche in questi casi, gli studi ci avvertono peraltro che coloro che dispongono di più risorse hanno maggiori possibilità di scelta, tra rimanere e spostarsi, ed eventualmente verso quali mete dirigersi. I poverissimi sono purtroppo in gran parte forzatamente radicati.

La sensibilità verso la questione del futuro del pianeta ha trovato nuovi spunti nell’idea delle migrazioni forzate per cause ambientali. Ma che le popolazioni sfollate o impoverite si spostino sulle lunghe distanze per motivi ambientali non è una tesi sostenibile. Le due questioni, dell’ambiente e dell’asilo, vanno tenute distinte per essere affrontate in modo pertinente, e auspicabilmente efficace.

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Ora l’Europa vuol ripartire da clima e ambiente

  1. Mahmoud

    Come può l’UNHCR affermare che “su 71 milioni di rifugiati nel mondo, circa 41 sono sfollati interni” quando la definizione stessa di rifugiato è “colui che (…) si trova FUORI del Paese di cui è cittadino (…) oppure, non avendo la cittadinanza e trovandosi FUORI del Paese in cui aveva residenza abituale…”? Insomma, uno sfollato interno per definizione non può mai essere un rifugiato. Manca la fonte ad ogni modo di questa statistica a nome UNHCR riportata nell’articolo.

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