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  1. Luca Cigolini Rispondi
    Insegno in una scuola italiana, ma ho anche alunni cinesi. Un piccolo numero, non ha rilevanza statistica, ma forse paradigmatica sì: stanno attentissimi, studiano e memorizzano tutto quel che possono e, con una determinazione invidiabile, in pochi anni recuperano il gap linguistico giungendo a risultati ottimi (consideriamo che l'italiano per loro è come il cinese per noi). Quando vedo i loro genitori, mi chiedono come va loro figlio, che cosa può fare per migliorarsi. Molti si stupiranno di ciò, ma perfino mi ringraziano. Ecco, forse si gioca tutto qui: non il problema della scuola in Italia, ma il problema dell'Italia, della sua società, della sua mentalità.
  2. Chiara Fabbri Rispondi
    Mi spiace di vedere perpetuato anche da tale autorevole commentatore il mito delle risorse adeguate della scuola italiana. La scuola italiana e'cronicamente deprivata di risorse, innanzitutto nei territori dove ci sarebbe bisogno di investire. La scuola a tempo pieno e'virtualmente inesistente al sud come pure l'istruzione pre-scolare. L'offerta formativa e'drammaticamente diversa in ragione della compagine sociale di riferimento degli istituti scolastici e delle capacita'economiche dei genitori, che possono o meno permettersi di finanziare con i propri contributi "volontari"l'arricchimento dell'offerta formativa. Il patrimonio edilizio scolastico e'decrepito e non ci sono i materiali per le piu'banali forme di lavoro laboratoriale. In queste condizioni, continuare a dire che il problema non e'la mancanza di fondi e'grave, questa forma di benaltrismo consente alla politica di evadere la necessita'di rivedere al rialzo la spesa per l'istruzione che in definitiva e'una spesa per investire nel nostro futuro.
  3. Giovanni Rispondi
    D'accordo sulla necessità di attrarre verso la scuola laureati brillanti e motivati. Questo, però, non è sufficiente: come si spiega il fatto che gli studenti dei licei del Nord_Est siano ai livelli dei migliori d'Europa? Eppure anche loro hanno insegnanti italiani, spesso di origine meridionale. C'è da fare una riflessione sulle condizioni culturali e sociali delle nostre regioni del sud che le rende così poco favorevoli alla ricaduta del lavoro educativo.
  4. Fabrizio Fabi Rispondi
    Mah... Se 30 punti di divario equivalgono a un anno di scuola in meno, il ritardo italiano sarebbe di soli 4 mesi, rispetto alla media OCSE. Da colmare, certamente, invece di farlo ulteriormente allargare. Soprattutto, considerato che gli studenti della Cina (almeno quelli delle grandi città), stracciano tutti gli altri in tutte le discipline... E' palese che alla scuola italiana (come a tutti i settori del "pubblico"), non servono nuove risorse, bensì serve usare (molto) meglio quelle che ci sono. Nememno sembra molto importante "riformare" gli indirizzi scolastici, modificare i contenuti, aumentare gli anni sui banchi, cambiare gli esami, ecc.ecc.; essenziale invece aumentare il livello di impegno e profitto richiesti, applicare rigorosamente le regole sui comportamenti, rintuzzare le pretese dei genitori, ecc.ecc.. Ripartire dai fondamentali, insomma, senza aspettare di diventare sudditi dei cinesi.