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  1. Enrico D'Elia Rispondi
    Quel rapporto è stato ignorato non per la sua forma "noiosa", ma piuttosto per il suo contenuto imbarazzante. Ci ricorda che la crisi italiana viene da lontano (da molto prima delle regole europee). Ci dice che il declino non è colpa di poteri forti, lobby sovranazionali, comblotti, corruzione, scie chimiche, ecc. ma piuttosto della inadeguatezza e pigrizia di imprenditori, banchieri, classe politica...e corrispondenti elettori. Fino a quando sarà più facile ottenere rendite che guadagnare (faticosamente) profitti non ci sono troppe speranze per questo paese. Quindi tutti preferiscono sproloquiare di immigrazione, tasse ed Europa piuttosto che discutere dei dati di fatto.
  2. serlio Rispondi
    ieri il tittolare di una piccola impresa mi ha detto che non può assumere il 15 dipendente per non incappare nelle forche caudine dello statuto dei lavoratori pensato per la grande impresa e che invece impedisce la crescita dell'occupazione e delle aziende. il sindacalismo eccessivo è uno dei fattori della mancata crescita del paese ps: si tratta comunque di una storia nota da tempo
  3. Piero Borla Rispondi
    Trovo che questo tema -il disinteresse verso l'andamento della produttività- ha attinenza con quello studiato da Luca Rigolfi nell'ultimo libro "La società signorile di massa" : in Italia c'è un 40% di occupati e il 52% di non occupati, e va bene così.
  4. z f k Rispondi
    «Se Alessandro Barbero ha fatto diventare pop lezioni di storia di oltre un’ora, magari ci sono margini di miglioramento anche per gli economisti.» Sì e no. C'è di sicuro margine di miglioramento, ma la Storia è narrazione, mentre l'Economia è calcolo. E noi viviamo di narrazioni, non di calcoli. CYA
  5. Michele Rispondi
    Il problema sono gli investimenti privati che latitano da almeno 10 anni. Inoltre la produttività cala perché è molto più facile comprimere gli stipendi e aumentare la precarietà per aumentare i profitti piuttosto che innovare per aumentare la produttività. Il risultato è il declino del paese tra gli applausi dei partiti di tutti i colori politici da 30 anni a questa parte.
  6. Savino Rispondi
    Qui si pretende solo la "crescita", ma essa non può avvenire per pura coincidenza. La crescita va programmata, presuppone che non ci siano asini nelle scuole (banchi e cattedre), raccomandati negli uffici, spregiudicati nell'intrapresa e sprovveduti neofiti al potere politico. Gli italiani pensano (davvero) che il benessere corrisponda con un colpo di fortuna e pensano (davvero) che il resto del mondo sia fallace nel crearne i presupposti. E sono tutti spaventati se ci commissariano come la Grecia? Ma magari, così le future generazioni si ritrovano fatte riforme importanti. Gli italiani sono così antistorici che, oltre al duce, gli piace solo l'assistenzialismo dc, pensano di nazionalizzare e mettere sul gobbone della spesa pubblica tutto. Io faccio una sola domanda: quand'è che ci daremo una regolata?
    • Lorenzo Rispondi
      Risposta: la generazione del baby boom non andrà in pensione o avrà una pensione miserrima (nei sistemi a ripartizione chi lavora paga la pensione a chi si ritira e nei prossimi anni saranno sempre meno gli occupati ...)
      • Emilio Siletti Rispondi
        Sono un anziano imprenditore in pensione. Ci sono tantissimi motivi sociali, economici, politici di questo stallo persistente di produttività, ne indico solo uno che mi sembra importante: abbiamo perso, chi più chi meno, uno spirito di auto stima, di fiducia reciproca e di sana competizione gli uni verso gli altri e come società il senso di responsabilità per il bene comune. Un tempo non era così: ho avuto la fortuna di vivere da ragazzo il miracolo economico italiano post bellico e vi assicuro che per molti, sicuramente non per tutti, era un bel vivere. Ma ora chi ci indica più qualche obbiettivo di maggior benessere economico, di maggior giustizia e concordia sociale da raggiungere? Tutte parole, parole, nessuna serietà, ognuno per proprio conto. Modo sicuro per galleggiare come paese se va bene, per andare a sbattere per primi in caso di crisi internazionale.