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  1. Dizzy Spells Rispondi
    Mi scusi, sono un pasticcione, non era una risposta al Suo commento ma un commento al contributo di Modica & Monacelli, speriamo lo leggano. Detto questo, il senso del commento era di allargare un po' l'orizzonte oltre al caso specifico dell'Italia, sennò le profezie si auto-avverano. Perché ci sono criteri per valutare l'opportunità/bontà di un'investimento privato e non ce ne sono per valutare l'opportunità/bontà di un'investimento pubblico? Quando dicevo che non bisogna aver paura di spendere ma di spendere male intendevo questo e credo che una riflessione sul tema i due Autori (che sono ovviamente molto più bravi di noi) potrebbero farla
  2. Roberto Rispondi
    Non è chiaro il passaggio dove si dice che un altro ostacolo alla crescita è costituito dalle impefezioni di mercato che frenano il flusso di risorse da aziende meno produttive a quelle più produttive. Non è una imperfezione del mercato, è un fallimento dello Stato. Infatti subito dopo si dice che rimuovere le imperfezioni generate dall’intervento pubblico è un’altra priorità. Se quindi è l'intervento pubblico a essere fallimentare, come si puo' pensare di richiedere ulteriori interventi pubblici che correggono precedenti interventi pubblici, in un'avvitamento senza fine?
  3. bob Rispondi
    la divergenza geografica nell'economia e come la divergenza tra la realtà quotidiana e la realtà di numeri, dati statistiche.
  4. Savino Rispondi
    Un ostacolo alla crescita sono le imperfezioni decisionali di politica industriale. La divergenza geografica spacca definitivamente l'Italia ed è una soluzione molto provvisoria e precaria.
    • Dizzy Spells Rispondi
      Esprimo alcune perplessità che emergono dalla lettura del Vostro contributo. La prima è che se esistono città in forte sviluppo (Milano) esistono anche città in forte crisi (Roma, Napoli) e - d'altra parte - esistono aree non metropolitane in forte sviluppo (la dorsale lombarda prealpina, la città infinita secondo A. Bonomi) e in forte difficoltà (le aree rurali del Sud): se il contributo medio delle città è complessivamente positivo, ciò sembra indicare che non dipenda dall'essere o meno una città. La seconda è che si postula che lo Stato non possa avere impatto sulla crescita delle aree arretrate, ipotizzo che lo sviluppo sia considerato un dato esogeno che può solo essere ridotto da fallimenti del mercato: ciò si scontra, a mio avviso, con l'esperienza di successo molti paesi in sviluppo (cfr. l'esperienza delle FTZ asiatiche, per contro la negativa esperienza dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno... però l'ILVA è ancora lì e sembra un asset importante); da un punto di vista teorico, si ipotizza che le esternalità abbiano effetti esclusivamente negativi e non anche positivi, che è un po' il postulato di tutti gli economisti dello sviluppo dal dopoguerra ad oggi... nella vostra interpretazione, almeno mi sembra (ma forse sbaglio), non c'è spazio per dinamiche di sviluppo che siano determinate dai comportamenti economici degli attori e dalle loro interazioni. Per sintetizzare, credo che non dobbiamo aver paura di spendere, ma di spendere male.
      • Savino Rispondi
        I comportamenti degli attori sono troppo fossilizzati su dinamiche arcaiche, corporative e lobbistiche, con barriere all'entrata e ascensore sociale rotto, sistema di cui certamente è parte integrante una p.a. mai svecchiata e mai snellita. I più giovani e più preparati hanno le idee chiare e ben stanno facendo ad orientare la bussola verso l'estero.
        • Dizzy Spells Rispondi
          Scusi, non volevo rispondere a Lei ma agli Autori (devo aver sbagliato qualcosa), speriamo che leggano. Quanto al suo commento, Lei ha certamente ragione ma il mio invito è guardare anche oltre all'Italia, sennò costruiamo profezie che si auto-avverano: come dicevo, il mio problema non è spendere ma spendere male. Gli stessi Autori, che ne sanno più di noi, potrebbero forse farsi promotori di studi che valutino l'impatto della spesa pubblica sul PIL pro capite, una valutazione che dovrebbe andare oltre l'ammontare della spesa (che attualmente mi sembra l'unico criterio utilizzato): se lo fanno le imprese perché non può farlo lo stato? Scusi di nuovo, scrivo a Lei per comunicare con gli Autori dell'articolo... mi sa che sbaglio qualcosa.