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  1. Vecchia Talpa Rispondi
    L'articolista è chiaramente di parte. Intanto parla del problema Taranto come se le morti in quella città fossero solo una conseguenza inevitabile, 18 malati di tumore all'anno solo un rischio calcolato? E si parla di quantità di produzione in termini di costi, Ma i costi sociali e non solo quelli economici di vite umane per curare quei malati non vengono messi in conto? Non c'è soluzione? Certo che si ! Si chiude l'area a caldo che procura l80% dell'inquinamento e ha impianti di tecnologia anni 70, E si alimenta l'area a freddo con convertitori elettrici, o magnetici o a gas. Le quote di mercato dell'ILVA non sono dati dalla produzione di acciaio, ma dei prodotti semilavorati, lamiere tubi coils! Dunque è su questo che si deve puntare e sulla salute di una città!
    • Henri Schmit Rispondi
      Ottimo! Manca solo capire, decidere, trovare CHI (quale imprenditore) lo farà; e CHI (nell'esecutivo) capisce per trovare e decidere chi lo farà. La domanda in questo paese è sempre e ovunque (ILVA, Alitalia, Mosè, controllo bancario, legge finanziaria) la stessa : CHI comanda (cioè decide in trasparenza, non con pieni poteri o dietro le quinte) e se ne assume la responsabilità?
  2. Stefano Andreoli Rispondi
    Anche io sono andato a cercare nel link il confronto tra l'aria di Milano e quella di Taranto, ma non l'ho trovato. Potrebbe indicare la pagina ? Grazie.
  3. Federico Leva Rispondi
    Non so che cosa abbia detto Giulia Grillo, ma nella presentazione collegata non si dice affatto che "a Taranto oggi l’aria è più pulita che a Milano". Nella presentazione l'ISS dice che la situazione è migliorata in corrispondenza del calo della produzione (incredibile!) e che una serie di patologie sono in "eccesso" rispetto alla media (tumori del tessuto linfoematopoietico per minori di 19 anni, patologie dell’apparato respiratorio e leucemie). Forse l'autore ha usato un'altra fonte per questo confronto Taranto-Milano? Oppure si è fermato a pagina 9 (su 18) dove si parla di diossine e si afferma che "è però in linea con quanto osservato in altre aree industrializzate in Italia"?
  4. Opellulo Rispondi
    L'articolo é abbastanza fantasioso; giá ora ci sono poli siderurgici italiani piú piccoli e moderni che faticano a rimanere a galla (penso a Terni) mentre qui si ipotizzano investimenti assurdi per un centro di produzione obsoleto e non competitivo. Tutto questo per ottenere cosa? Un aumento di produzione di acciaio a basso valore aggiunto? Le corporazioni non sono famose per fare beneficenza..
  5. Henri Schmit Rispondi
    Articolo preciso, equilibrato e condivisibile. L’elenco dei problemi da risolvere è tuttavia incompleto. Per un’industria come quella di TA, per dimensione e natura (immobilizzazioni, investimenti, ciclo lungo), è più importante SE, COME e DOVE che non CHI. Il disastro pre-commissariamento non è stato causato dai Riva, ma dalla PA che doveva esigere il rispetto dei canoni ambientali. Aggravante è la circostanza che fino a poco prima la gestione era pubblica e i problemi ambientali sono stati ignorati o nascosti. Alla fine degli anni 1970 ARBED, il colosso lussemburghese, decise di chiudere miniere e altiforni a Lux (oltre 6 mio t di acciaio vs. 11 per tutta l’Italia di allora! Oltre 1/4 del PIL, oltre 3/4 dell’export; 23.000 dipendenti diretti e dell’indotto, tutti da tenere indenni con soldi pubblici! attraverso una tassa di solidarietà prelevata per anni) e di trasferire l’attività verso il mare del Nord = Sidmar a 30km! da Gent, vs confine NL e mare. TA non nata intorno all’ILVA ma fondata 2700 anni fa dagli Spartani è una città bellissima (la parte antica e novecentesca a S-E). Come accettare altiforni vetusti, inquinanti e non automatizzati (di prop. dello stato!) IN una città, causando morte in fabbrica e peggio intorno. Non è accettabile! Spetta allo stato proteggere la salute, risanare il quartiere Tamburi e trovare un sito idoneo per impianti siderurgici moderni ed efficienti, se intende tenere quest’attività per forza nel paese. Mittal è più rischio che soluzione.