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  1. Savino Rispondi
    Permettete ai giovani di farsi un futuro e di costruirsi una prima casa per abitarci e ne riparliamo. Anche il mattone è oggi da vecchi, che hanno talmente tanti soldi e tanta ingordigia che non sanno più dove andarli a buttare gli sterminati capitali.
  2. Henri Schmit Rispondi
    Articolo interessante in una materia talmente essenziale che meriterebbe una specializzazione di laurea alle facoltà di economia. No so se ora ci sia. Anche se ci fosse esistono comunque alcuni fattori determinanti che buttano l’Italia fuori dai parametri comuni: la rigidità e la complessità normativa e fiscale del riparto immobiliare trattato come settore protetto e irrigidito a danno degli operatori, utenti e bisognosi per quanto riguarda l’abitativo, la giungla con tutti i vizi peggiori immaginabili delle concessioni edilizie e pratiche amministrative, l’incertezza e i tempi delle procedure e dei processi in caso di inadempienza, l’assenza di garanzia effettiva dello stato di diritto. Ai vizi strutturali si aggiungono debolezze congiunturali dovute in parte ai vizi strutturali: bassa crescita del PIL, dei redditi e degli investimenti soprattutto privati, condizioni fondamentali per l’aumento dei prezzi di mercato (quelli catastali non c’entrano, non capisco perché l’autore li menziona). Il fattore finanziario che ha sostenuto la crescita immobiliare dal 2000 al 2007, cioè i tassi bassi non sono merito delle politiche nazionali, ma di quelle decise a Francoforte, Berlino e Parigi, tranne il differenziale ormai tristemente famoso. Conclusione: senza trasformare il settore più fondamentale dell’economia, ma anche più facile da proteggere in un mercato aperto, liquido e trasparente con transazioni sicure c’è poca speranza per l’efficienza e la crescita dell’economia in genere.