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Portogallo: storia di un miracolo con qualche spina

In Portogallo le elezioni politiche hanno visto il successo del partito socialista di António Costa. Negli ultimi anni il paese ha saputo riprendersi dalla crisi, ma restano ancora alcuni problemi, che il contesto internazionale potrebbe aggravare.

António Costa di nuovo premier

Negli ultimi anni, lo spettro del successo dei partiti populisti e di estrema destra ha aleggiato  sull’Unione Europea. Le recenti vittorie del centro-sinistra in Danimarca, Finlandia, Spagna e Svezia sembrano però aver invertito la tendenza, almeno parzialmente.

In un certo senso, il trend è stato anticipato quattro anni fa da uno dei paesi più colpiti dalla crisi economica e dalla conseguente recessione, il Portogallo. E, di nuovo, pochi giorni fa – il 6 ottobre – la coalizione con a capo il premier António Costa ha vinto le elezioni e si appresta a guidare nuovamente il paese, dopo averne preso le redini nel 2015 ed averlo amministrato con un governo di minoranza. La vittoria è figlia degli ottimi risultati raggiunti da Costa e dal ministro dell’Economia Mario Centeno, ora presidente dell’Eurogruppo, che gli indicatori economici mostrano in maniera evidente.

Nonostante i segnali positivi, però, il governo a trazione socialista si trova davanti molto lavoro da fare, in un contesto internazionale che potrebbe mettere a dura prova il progetto di consolidamento dell’economia portoghese.

Dal salvataggio alla ripresa

Riavvolgendo il nastro di circa una decina d’anni, si arriva al 2011, quando il Portogallo, uno dei paesi cosiddetti Pigs (insieme a Italia, Grecia e Spagna), viene costretto dalla Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) ad accettare un pacchetto di salvataggio da 78 miliardi di euro, il terzo bailout più grande della storia se misurato in percentuale del Pil. Un prestito necessario: in quel momento il Pil portoghese è in caduta libera, la disoccupazione, in particolare quella giovanile, galoppa e così fa anche il deficit pubblico, che arriva fino al 10 per cento; i titoli di stato vengono classificati come “spazzatura” e mezzo milione di persone, per lo più giovani, lasciano il paese in tre anni, la più grande emigrazione di massa degli ultimi 50 anni di storia del Portogallo.

Il primo ministro dell’epoca, Pedro Passos Coelho, ingoia l’amara pillola e sposa l’austerity legata a doppio filo al prestito della Troika. Alle elezioni del 2015, pur arrivando secondo, il partito socialista di António Costa riesce però a ottenere l’incarico di guidare il governo, grazie all’alleanza stretta con il blocco dei partiti di sinistra. La sua campagna elettorale era stata improntata sulla lotta all’austerity e sulla necessità di migliorare il bilancio pubblico ma senza soffocare l’economia del paese.

Ed effettivamente in quattro anni quasi tutti gli indicatori economici migliorano sensibilmente. Il debito pubblico è calato di 8 punti percentuali tra il 2016 e il 2018. Il deficit ha raggiunto lo 0,5 per cento, il più basso nella storia del Portogallo, e secondo le previsioni l’anno prossimo dovrebbe azzerarsi, per poi virare in surplus.

Figura 1

Figura 2

La disoccupazione si è più che dimezzata, raggiungendo il 6,7 per cento, e i salari dei dipendenti del settore pubblico sono tornati ai livelli di prima della crisi. Tutto questo si inserisce in un contesto di crescita, con il Pil che aumenta a un ritmo superiore al 2 per cento dal 2016.

Figura 3

Figura 4

Le fragilità che restano

Eppure la situazione è più complessa e meno positiva di quanto possa sembrare. I critici di Costa gli rinfacciano di aver beneficiato delle misure introdotte dal governo precedente e di non avere effettivamente abbandonato l’austerity, ma solamente di averla trasformata in una sua versione più morbida. Dati alla mano, potrebbe non essere del tutto falso. Costa e Centeno sono stati abili nello sfruttare un boom turistico senza precedenti e una situazione internazionale positiva che ha favorito le esportazioni portoghesi. Nel frattempo, però, gli investimenti pubblici sono rimasti al palo.

Figura 5

Figura 6

Questo fa pensare che, di fronte a un rallentamento dell’economia mondiale, il governo portoghese potrebbe trovarsi presto a dover nuovamente mettere mano al portafogli. L’economia è fondamentalmente esposta agli umori dei mercati finanziari, in quanto il debito pubblico del paese, seppure in diminuzione, rimane il terzo più alto dell’Ue, cosa che ha spinto il governo a entrare nel mercato cinese con i propri titoli di stato per ampliare la base di investitori. Il settore bancario è fragile, con una percentuale di crediti deteriorati nei bilanci delle banche che continua a essere alta. Molti degli emigrati tardano a tornare, considerati i salari inferiori e le opportunità più limitate rispetto ad altri paesi europei. Per ovviare al problema, il governo ha intrapreso recentemente diverse iniziative per attrarre capitale e forza lavoro nel paese, per lo più attraverso una serie di incentivi che l’hanno reso una sorta di paradiso fiscale per i non-portoghesi.

Sempre dal punto di vista fiscale, il governo portoghese si è trovato a dover fronteggiare una piaga che in Italia conosciamo bene, quella dell’evasione fiscale. Per contrastarla, nel 2013 il governo Coelho introdusse la “e-fatura” (fattura elettronica), successivamente mantenuta da Costa. Il sistema si basa su un concetto tanto semplice quanto efficace: il collegamento dei registratori di cassa del paese alla locale agenzia delle entrate, così da poter tenere traccia di ogni fattura o scontrino emesso. I risultati non hanno tardato ad arrivare. In aggiunta, al rilascio di ogni scontrino viene abbinato un numero identificativo, che dà la possibilità di prendere parte a una lotteria con un premio massimo di 50mila euro, una proposta che gira in Italia da anni, nonostante la dubbia efficacia.

Se le sfide sono molte, António Costa può contare sulla fiducia degli elettori e un’esperienza positiva con la coalizione di centro-sinistra. I successi ottenuti, al di là dei fattori congiunturali o esterni, non possono che costituire una base da cui ripartire. Coadiuvato dai partner politici della sua maggioranza e con la fiducia degli investitori e delle istituzioni europee dalla propria parte, il capo del governo potrà intraprendere con successo un programma coraggioso, avendo già dimostrato di avere la lungimiranza per farlo.

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  1. Considerando il debito/pil nell’area euro dal 2007, pre-crisi Lheman, emergono delle sconvolgenti verità:
    1) L’Italia sale sul podio, dietro Germania e Malta, per crescita percentuale del rapporto
    2) Gli aiuti dell’ESM si sono rilevati, ad oggi, fallimentari per Spagna, Grecia e Portogallo mentre hanno determinato un effetto neutro per Cipro e ottenuta una gran bella vittoria per l’Irlanda che però ha rischiato molto.
    3) Tutti i paesi che hanno ricevuto aiuti dall’Esm hanno registrato una crescita del debito post 2007 nel range +172,75% <X<+89,81% contro un +32,46% dell’Italia che partiva da valori già molto alti e quindi obbligata alla diligenza e severità nel controllo del rapporto
    4) Le somme versate dall’ESM ai singoli paesi sono a leva rispetto al contributo cash che ciascun stato ha versato all’ESM: Spagna 6,30 volte, Grecia 160 volte, Portogallo 39 volte, Irlanda 67 volte e Cipro 62 volte
    5) Le scadenze dei rimborsi vanno dal 2027 al 2070, quindi solo tra parecchi anni si potranno tirare le somme definitive, salvo nuovi contributi con allungamento delle scadenze (vedi Grecia)
    6) In alcuni casi si sono registrati miglioramenti di alcuni parametri di redditività dei paesi, pur con un rapporto debito pil in crescita e in arretramento solo per Portogallo e Irlanda ma dal 2015, che fanno ben sperare per il lungo periodo: i conti sono sostenibili se il tasso di crescita del pil è costantemente maggiore del tasso medi di indebitamento dello Stato. Ciò consentirebbe un recupero, seppur lento, del pil sul debito per riportare il rapporto su valori sostenibili

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