Le agenzie di rating hanno declassato i titoli argentini, ma per il momento la situazione sembra diversa dalle crisi del 2001 e 2014. A rendere tutto più difficile c’è il timore che i peronisti possano tornare al potere con le elezioni presidenziali di ottobre.

Panico sui mercati dopo le primarie

Il 30 agosto l’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli sovrani argentini a RD (Restricted default), mentre lo stesso giorno Standard & Poor’s ha tolto il paese sudamericano dal SD (Selective default), dove l’aveva messo il giorno prima.

Ma l’Argentina è o non è in default? La risposta dipende da come viene definita una situazione di default: in questo caso l’evento che ha spinto le agenzie di rating ad agire è stata la decisione del governo argentino del 29 agosto, di prolungare la scadenza di alcuni titoli a breve. Quindi, per il momento, il governo Macri intende continuare a pagare gli obbligazionisti, ma in ritardo. Per Fitch, il quadro si configura comunque come un peggioramento di rating fino al default.

Resta il fatto che la situazione è molto diversa da quella del passato. Nel 2001 l’Argentina smise completamente di onorare il servizio del debito estero, parzialmente ristrutturato solo nel 2005 e nel 2010. Siamo anche molto lontani dal default tecnico del luglio 2014, quando il governo argentino aveva le risorse per pagare gli interessi sulle obbligazioni ristrutturate, ma decise di non rispettare la sentenza del giudice statunitense Thomas Griesa, che aveva imposto di rimborsare per primi i titoli in default (dal 2001) detenuti da alcuni fondi d’investimento americani.

Oggi, il governo argentino ha allungato le scadenze dei titoli perché il risultato delle elezioni primarie ha creato un panico generale sui mercati e l’ultima asta per il collocamento di titoli a breve è andata deserta. Dal 2009, infatti, si tengono in Argentina elezioni primarie, con voto obbligatorio, per scegliere i candidati presidente e vicepresidente che possono presentarsi alle elezioni presidenziali (il cosiddetto ticket). Nelle primarie dell’11 agosto il ticket peronista Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner ha preso il 47,7 per cento dei voti, oltre 15 punti in  più del presidente Mauricio Macri in ticket con Miguel Ángel Pichetto. Il risultato non era stato previsto, perché gli ultimi sondaggi avevano sì indicato una vittoria di Fernández, ma con uno scarto di pochi punti percentuali, che avrebbe comunque lasciato aperta la possibilità di un secondo mandato di Macri. Per essere eletto presidente al primo turno in programma il 27 ottobre 2019, un candidato deve prendere almeno il 45 per cento dei voti, o il 40 per cento con un vantaggio di 10 punti. Se necessario, il ballottaggio si svolgerà il 24 novembre.

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Nelle ore successive alle elezioni primarie, il peso argentino è crollato del 25 per cento, toccando i 60 pesos per dollaro, mentre il Merval – l’indice azionario locale – ha perso il 48 per cento del suo valore in dollari. I titoli di stato in dollari hanno perso in media circa il 25 per cento, con rendimenti che hanno raggiunto il 35 per cento circa per quelli a breve termine, mentre i credit default swap hanno mostrato una probabilità di default implicita del 75 per cento.

Le cause della nuova crisi

Gli argentini hanno votato contro Macri per la difficile congiuntura economica: recessione, alta inflazione, grave disoccupazione e povertà in aumento. Molti investitori hanno deciso di abbandonare il paese spaventati dal probabile ritorno di una politica populista, interventista e protezionista nello stile di Cristina Fernández de Kirchner, anche se, in caso di vittoria, il presidente sarà Alberto Fernández, considerato più moderato e pragmatico. Ma il ritorno dei peronisti diventa sempre più probabile proprio per il peggioramento della congiuntura economica causato dalla fuga dei capitali, a partire dalla spirale deprezzamento-inflazione.

D’altra parte, la prospettiva di vittoria del ticket Fernández e Fernández aumenta la probabilità di un nuovo default sovrano argentino perché il deprezzamento del peso influisce sulla dinamica del debito pubblico, che negli ultimi due anni è cresciuto molto, soprattutto nella componente estera: in rapporto al Pil il debito pubblico in valuta estera è salito dal 36,3 per cento nel 2016 al 65,7 nel 2018 (dati Fmi).

Eppure, nei primi due anni di governo Macri, il paese aveva attirato ingenti capitali finanziari e il governo era riuscito a vendere molto bene anche titoli a cento anni. Nella primavera 2018 è iniziata però una fase di forte deprezzamento della moneta nazionale proprio per le ingenti uscite di capitali dal paese: gli investitori avevano iniziato a perdere fiducia nel governo, in particolare perché sembrava fosse messa in discussione l’indipendenza della banca centrale, che aveva ridotto i tassi d’interesse in una fase in cui l’inflazione attesa era più alta dell’obiettivo.

Più in generale, il contesto internazionale era diventato più difficile per le economie emergenti, penalizzate dall’aumento dei tassi d’interesse americani. E lo era tanto più per l’Argentina, per le aspettative di un forte deprezzamento del tasso di cambio, a causa dei livelli elevati del tasso d’inflazione, del disavanzo pubblico e del disavanzo del conto corrente estero. Preoccupato dalle possibili difficoltà di finanziamento sui mercati internazionali, a maggio 2018 il governo Macri ha chiesto aiuto al Fondo monetario internazionale, che ha concesso uno Stand-by Arrangement di 36 mesi di circa 57 miliardi di dollari americani, di cui 44 sono già stati erogati. Chiedere assistenza al Fmi era stata giudicata una scelta molto pericolosa dal punto di vista politico, perché molti argentini sono convinti che il Fondo sia stato il principale responsabile della crisi del 2001, secondo la narrativa dei successivi governi peronisti.

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Come finirà?

Se l’attuale crisi debitoria è per il momento molto diversa da quella del 2001, non si può escludere una sua futura evoluzione che finisca per avvicinarle. Nelle prossime settimane, il governo Macri probabilmente continuerà a cercare di migliorare la sostenibilità del debito pubblico, allungando le scadenze dei titoli e, forse, riducendone i tassi d’interesse. Il 1 settembre sono stati introdotti i primi vincoli alle operazioni in dollari, che per il momento colpiscono quasi unicamente le aziende: gli esportatori dovranno cambiare in tempi brevi i proventi in valuta straniera che ricevono dalle vendite all’estero e le aziende dovranno chiedere autorizzazioni alla banca centrale per traferire utili e dividendi all’estero. Per il momento i vincoli per le persone fisiche sono limitati, ma la paura di un ritorno al cepo cambiario del 2011 è crescente.

Il successo di questa strategia dipende anche da cosa farà l’opposizione peronista, che si trova davanti a un dilemma. Se non appoggiano gli sforzi di Macri, i peronisti vinceranno sicuramente le elezioni di ottobre, ma erediteranno una situazione economica e finanziaria ancora più drammatica. Se invece li appoggiano, un eventuale successo dell’azione di Macri, che allontani lo spettro di un default totale, potrebbe ridurre le loro probabilità di vittoria alle elezioni presidenziali.

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