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Parlamentari: ridurli sì, ma con criterio

Con il governo Conte dimissionario la sorte della riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari è più incerta. Resta però il fatto che non favorisce il dialogo tra istituzioni e rappresentati. Perché la dimensione dei collegi non è adeguata.

Confronto tra parlamentari di quattro paesi

Ultimamente si è tornati a parlare di una riforma costituzionale rimasta per un anno sottotraccia: la riduzione del numero dei parlamentari, che sembrava giunta alla stretta finale. Pur con il governo Conte dimissionario, resta comunque lecito chiedersi se la riforma fosse necessaria nelle finalità e nei contenuti.

Il punto di partenza del disegno di legge è l’affermazione che l’Italia ha troppi – e troppo pagati – parlamentari. Quindi, una riforma che ne riduce il numero risponderebbe a criteri di efficienza procedurale e di risparmio.

Sulle due questioni è interessante il confronto con la realtà delle camere basse di altri tre grandi paesi – Francia, Germania, Regno Unito -, riassunto nella tabella 1.

Tabella 1

*numero variabile, mai inferiore a 598

Il numero di membri della Camera dei deputati è in linea con quello delle altre assemblee considerate e il rapporto tra membri dell’assemblea (MP) ed elettori è sensibilmente inferiore a quello del Regno Unito e praticamente identico a quello della Francia. Non esiste un’anomalia italiana nella composizione della camera elettiva più ampia, considerando anche che nel computo sono considerati i 4.200.000 afferenti alla circoscrizione Estero.

La riduzione dei parlamentari da 630 a 400 (per la Camera dei deputati) inciderebbe profondamente nella rappresentanza parlamentare e nel rapporto tra eletti ed elettori. Da un eletto ogni 81 mila abitanti scenderemmo a uno ogni 127 mila, con buona pace di ogni ipotesi di ricostruzione del “filo spezzato” della rappresentanza, che passa anche attraverso un più diretto rapporto tra eletti ed elettori.

Diversa è la questione del calcolo delle indennità mensili. Le quattro assemblee seguono sistemi simili: una indennità di base, integrata da una diaria per la presenza, rimborsi spese di viaggio/alloggio e contributi per il rapporto con gli elettori e – in tutti i casi – ulteriori indennità o benefit nel caso di particolari funzioni svolte all’interno del lavoro parlamentare.

Il parlamentare italiano risulta sensibilmente più retribuito in particolare per una ragione: l’assistente legislativo è direttamente a carico dell’eletto, mentre in Francia, Germania e Regno Unito è a carico dell’assemblea. Comunque, anche sottraendo il massimale riconoscibile al collaboratore (il 50 per cento di 3.690 euro), l’indennità complessiva del deputato italiano risulterebbe superiore rispetto a quelle dei colleghi degli altri tre paesi.

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Non solo l’Italia, ma anche la Francia, la Germania e il Regno Unito sono sistemi bicamerali. Il caso più simile a quello italiano è il francese, con un Senato a elezione indiretta di 348 membri (30 in più di quello italiano) retribuiti grosso modo come i membri dell’Assemblea nazionale. I 776 membri della House of Lords non ricevono un’indennità di carica ma solo un limitato rimborso spese e una diaria, mentre i 69 membri del Bundesrat – il Consiglio federale tedesco – ricevono un’indennità di presenza e un rimborso spese di viaggio, essendo per il resto a carico dei rispettivi governi regionali.

Perché gli Usa non c’entrano

I sostenitori di un drastico taglio dei parlamentari spesso portano a paragone il caso degli Stati Uniti: “perché dobbiamo avere 945 parlamentari mentre gli Usa – che sono tanto più grandi – ne hanno solo 535?”. L’affermazione trascura il fatto che gli Stati Uniti sono un sistema federale e ai parlamentari del Congresso di Washington vanno aggiunti quelli dei singoli stati, che sono molti di più di quanti non siano i consiglieri regionali italiani.

Per capirci, l’Abruzzo – con la sua popolazione di 1.300.000 abitanti – è per abitanti simile al Maine (1.328.000) o al New Hampshire (1.316.000). Il Consiglio regionale dell’Abruzzo però ha 30 membri, mentre il parlamento bicamerale del Maine ne ha 186 e quello del New Hampshire addirittura 424. I paragoni potrebbero continuare: la Lombardia (10.000.000 di abitanti circa) ha 78 consiglieri regionali, mentre la Georgia (un po’ più piccola con 9.700.000 abitanti) ha un parlamento bicamerale di 236 membri. Il paragone tra Italia e Stati Uniti su questo punto è totalmente fuorviante.

Gli effetti della riforma

Il tema quindi non dovrebbe essere tanto la dimensione del Parlamento quanto la funzione delle due Camere. Sulla modifica del nostro bicameralismo si è scritto molto e le due riforme costituzionali approvate dal Parlamento sono state entrambe bocciate dal corpo elettorale (nel 2006 e nel 2016), forse perché troppo divisive, drastiche o confuse.

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La riforma del governo dimissionario non tocca questi temi, che pure potrebbero essere oggetto di un “riformismo mite” che, senza smontare l’architettura complessiva del sistema, inserisca elementi di razionalità ed efficienza al processo legislativo: si tratterebbe delle “riforme che non luccicano”, per citare Giovanni Sartori. Negli anni sono state avanzate proposte che – senza essere la Grande Riforma che cambia tutto e non si fa mai – potrebbero rendere più semplice e razionale il procedimento legislativo e il rapporto fiduciario.

Per ragioni più di marketing politico che di razionalità sistemica si è invece scelta la via dei tagli lineari alla rappresentanza senza porsi domande sugli effetti complessivi sul sistema, anche perché resterebbe comunque invariata la legge elettorale, dato che il “Rosatellum ter” – approvato nel maggio 2019 – ha “cristallizzato” il rapporto maggioritario/proporzionale, creando nei fatti collegi uninominali enormi (circa 600 mila elettori di media per il Senato), che certo non possono svolgere la funzione di dialogo e raccordo tra istituzioni e comunità politica propria del sistema uninominale di collegio.

Probabilmente è tardi per porvi rimedio, ma in presenza di un possibile nuovo governo con una prospettiva di lavoro almeno biennale sarebbe possibile far ripartire un progetto riformatore che recepisca alcune delle proposte meno “invasive” relative al funzionamento del processo legislativo e riduca il numero dei parlamentari in modo meno drastico, magari riprendendo i collegi già disegnati del Mattarellum (475 alla Camera e 238 al Senato). Il sistema elettorale può essere maggioritario, proporzionale o misto: ma dovrebbe tenere sempre al centro il collegio uninominale perché è necessario creare meccanismi volti a responsabilizzare gli eletti innanzitutto verso i propri elettori.

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10 commenti

  1. Ezio

    Non bisogna dimenticare che i compiti di rappresentanza dei politici e la loro azione sui cittadini dispongono ora di strutture molto più efficienti che non il semplice rapporto fisico come era nel passato. Oggi con Internet la presenza virtuale dei parlamentari è di molto aumentata, così come è aumentata la possibilità dei cittadini di evidenziare le loro esigenze ai loro parlamentari eletti. Il vero problema è un altro, ovvero l’eccesso di burocrazia che rende difficile la comunicazione, ragione per cui, come nel caso delle zone terremotate i cittadini protestano perchè non hanno ottenuto la tanto ventilata ristrutturazione, e al tempo stesso i politici ben conoscono l’esigenza.

  2. carlo giulio lorenzetti settimanni

    Tra gli effetti non considerati della riduzione dei parlamentari (oltre a quelli messi in luce dall’articolo) vi è anche l’alterazione del rapporto tra i membri del Parlamento e i grandi elettori regionali in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica. Per preservare l’equilibrio voluto dai costituenti tra membri delle Camere e rappresentanti delle Regioni occorrerebbe rivedere anche il numero di questi ultimi, attualmente 58.

  3. Vincenzo

    Leggendo l’articolo, rimando dell’idea che la riduzione del numero sia un bluff, né più, né meno. Non serve diminuire la quantità, con gli obblighi imposti dalla Costituzione, semmai basta una semplice legge ordinaria che disciplini quanto applicare di diaria e rimborsi, ovvero basta seguire lo stesso testo costituzionale vigente.
    La legge ordinaria, se le due camere sono entrambe favorevoli, si può tranquillamente emanare in un mese, riducendo sensibilmente gli importi che percepiscono i nostri parlamentari. Altre complicazioni sono soltanto manovre politiche di scarso valore, se non demagogico.

    • Giuseppe

      A VINCENZO : Gentilissimo, a quali obblighi di riduzione (non so se io ho inteso bene ) imporrebbe la Costituzione?Non l’ho trovato scritto. Piu’ che fare una legge ordinaria, bisognerebbe cancellare l’ autodichia .Che ne dici ?

  4. carlo giulio lorenzetti settimanni

    Oltre a quelli messi chiaramente in luce dall’articolo, la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe anche quello di alterare la composizione dell’assemblea chiamata ad eleggere il presidente della Repubblica. Cambierebbe infatti l’equilibrio,voluto dai costituenti, tra il numero dei membri del Parlamento ed i rappresentanti regionali, che rimarrebbe fermo a 58, mentre i parlamentari passerebbero dagli attuali 945 a 600.

  5. Henri Schmit

    Ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, senza ragioni legate alla logica democratica, è una follia. Determinare il numero giusto in base a confronti comparativi zoppicanti è un altro errore. Il vero problema del parlamento è il bicameralismo paritario reso da tempo assurdo attraverso l’omogenizzazione: non solo la legge elettorale ma anche la durata, l’elettorato attivo e passivo hanno cambiato la natura della seconda camera ora considerato un inutile freno. Il criterio del bicameralismo perfetto è la competenza per fiducia e legge finanziaria. Solo stati federali prevedono questo. Il Bundestag NON è una seconda camera parlamentare, ma una sala di compensazione dove decidono i governi dei Länder (BVerfG). Basterebbe dare alcuni compiti precisi alla Conferenza delle Regioni che peraltro le regioni stesso n parte hanno già. Il Senato omogenizzato è finito. Per ridurre il numero dei parlamentari meglio sopprimerlo e farlo rinascere come Senato-consultivo composto da pochi (60/90) senatori eletti dai deputati fra persone competenti (cv politico professionale accademico) per un mandato molto lungo (9 A) e rinnovati per un nono ogni anno. Le competenze sarebbero di parere in ogni materia, anche di iniziativa propria, di regolatore del processo referendario e con un potere di veto sospensivo in alcune materie soprattutto costituzionali. I modelli storici e vigenti non mancano. Questo Senato assicurerebbe coerenza e costanza nella produzione legislativa.

    • carlo giulio lorenzetti settimanni

      La camera cui si riferisce il commento di Henri Schmit è il Bundesrat, nel quale siedono i rappresentanti dei governi dei Lander (diversamene da quanto prevedeva il Senato immaginato da Renzi che sarebbe stato composto, oltre che da un certo numero di Sindaci, dagli eletti dai Consigli regionali) e che fa parte integrante del sistema parlamentare previsto dalla costi
      tuzione della RFT.

      • Henri Schmit

        Ringrazio per la correzione dell’evidente errore; il Bundesrat non è una camera parlamentare: i suoi membri non deliberano ma esprimono passivamente le istruzioni di voto ricevute dai governi dei Länder; è solo un luogo dove si contano i voti dei governi dei Länder. Solo in Svizzera e negli USA le camere “alte” hanno gli stessi poteri di quelle “basse”, e nemmeno necessariamente. In Italia non serve più il doppio voto di una seconda camera inutile perché “omogenizzata”. Servirebbe invece uno strumento per rendere la produzione legislativa più coerente, comprensibile e stabile nel tempo. Potrebbe cambiare molto un Senato senza poteri decisionali che non esprime solo pareri non vincolanti in tutte le materie. Basterebbero 36 senatori con lo staff esistente dell’attuale Senato. Meno numerosi sono più forti. Se l’incarico fosse per nove anni, ogni anno la Camera eleggerebbe un nono (4 di 36) più le vacanze; ogni gruppo di {[630:(4+1)] + 1=]} 127 deputati eleggerebbe un senatore; i candidati (x 3) potrebbero essere proposti da gruppi più piccoli di 40 deputati; attraverso audizioni pubbliche il Senato in carica potrebbe condizionare le selezioni. Senza poteri di decisione, il potere di persuasione potrebbe essere immenso; un tale Senato potrebbe salvare l’Italia dall’autodistruzione alla quale porta l’incostanza, l’incoerenza, e l’inefficacia della produzione legislativa. Per ridurre il numero dei parlamentari a 600 converrebbe abolire la rappresentanza dei residenti all’estero.

        • Carlo Giulio lorenzetti settimanni

          A stretto rigore il Bundesrat non puo’ essre Considerato una seconda camera che partecipa in modo paritetico al processo legislativo in quanto le sue competenze sono limitate ad alcune materie di interesse federale. Ma in tale ambito esso delibera e partecipa alla ripartizione dei poteri tipica di uno stato federale. Convenzionalmente, Bundestag e Bundesrat vengono annoverati come facenti parte del sistema parlamentare tedesco, sia pur con le rilevanti differenze relative sia alla composizione (elettiva per il primo, e di espressione dei governi dei Lander per il secondo) sia per le competenze.

  6. nicolò manelli

    buongiorno, a tutti!! penso che questa riforma adesso che è stata approvata possa canbiare le cose!! però per trasparenza e chiarezza chiederei ai parlamentari di indicare nome e cognome dei parlamentari tagliati e possibilmente l ‘età. grazie!

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