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Più occupazione a Sud per battere la disuguaglianza*

Le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno nella distribuzione dei redditi sono nettamente superiori a quelle di altri paesi. Per ridurle sono fondamentali politiche che aumentino il tasso di occupazione al Sud. Anche a costo di abbassare le paghe orarie.

Divari nell’occupazione

Il nostro paese si contraddistingue per un’elevata disuguaglianza dei redditi familiari. Le tasse e i trasferimenti pubblici operano una scarsa redistribuzione tra ricchi e poveri, finendo per intaccare solo in parte le ampie differenze nei redditi “di mercato” (quelli percepiti come remunerazione del proprio lavoro o del capitale posseduto). L’inadeguatezza del sistema di welfare italiano è nota da decenni ed è sistematicamente al centro delle raccomandazioni di riforma indicate dalle istituzioni internazionali (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Ocse).

Per elaborare un’efficace politica di riduzione della disuguaglianza è però necessario tenere conto del fattore geografico, spesso trascurato in tali raccomandazioni (con l’eccezione dell’ultimo rapporto Ocse). Le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno nella distribuzione dei redditi contribuiscono infatti per circa un quinto della disuguaglianza nazionale, un valore molto superiore a quello osservato in altri paesi europei caratterizzati da persistenti divari territoriali, come la Germania e la Spagna. Ciò non è spiegato solamente dal fatto che i redditi sono in media più bassi nel Sud Italia, ma anche da un’altra circostanza: le differenze di reddito tra poveri e ricchi sono più pronunciate all’interno del Mezzogiorno. L’indice di Gini, una misura standard di disuguaglianza, è pari al 34 per cento all’interno dell’area, contro il 30 nel Centro-Nord.

In un recente lavoro di ricerca mostriamo come sia i minori redditi medi sia la maggior disuguaglianza interna all’area meridionale siano riconducibili in larga misura alle differenti opportunità lavorative. Il tasso di occupazione nelle regioni del Sud è significativamente inferiore (44 per cento contro il 66, secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro del 2018). Ma non solo: è anche distribuito tra le famiglie in maniera meno omogenea, con circa il 13 per cento degli individui che vive in famiglie senza percettori di reddito da lavoro, contro valori sopra al 6 per cento nel Centro-Nord.

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Per quantificare il ruolo dell’occupazione, abbiamo usato diversi metodi statistici per simulare come cambierebbe la disuguaglianza nazionale se le ore lavorate delle famiglie meridionali venissero portate ai livelli di famiglie simili – in termini di caratteristiche demografiche e di istruzione –residenti al Centro-Nord. Secondo le stime, sia la disuguaglianza interna all’area sia il reddito medio convergerebbero verso i valori del resto del paese, abbassando la disuguaglianza nazionale di circa il 15 per cento (figura 1) e allineandola così ai livelli medi dell’Unione europea.

Cosa succederebbe se, invece di modificare i livelli occupazionali, si attribuissero alle famiglie del Mezzogiorno i redditi da lavoro orari di famiglie simili residenti nel Centro-Nord? Le simulazioni indicano che la disuguaglianza nazionale scenderebbe solamente del 3 per cento. Il reddito medio delle famiglie meridionali crescerebbe, ma la disuguaglianza all’interno dell’area rimarrebbe sostanzialmente immutata. Della crescita dei salari beneficerebbero, infatti, solamente le famiglie che hanno componenti occupati, in particolar modo quelle a maggior intensità lavorativa.

Il disegno delle politiche

Aumentare il tasso di occupazione nelle regioni meridionali non è certamente una sfida banale. Politiche mirate a favorire la partecipazione al mercato del lavoro, per esempio attraverso crediti d’imposta o la riduzione del cuneo fiscale, potrebbero aiutare ad aumentare i bassi tassi di attività del Mezzogiorno. Ma sarebbero comunque insufficienti se non associate a un aumento della domanda di lavoro da parte del settore privato, che risente fortemente dei bassi livelli di produttività dell’area.

Un intervento molto discusso, che potrebbe avere effetti anche nel breve periodo, consiste nel ridurre il costo del lavoro nelle aree più svantaggiate, per esempio riducendo i vincoli imposti dalla contrattazione collettiva nazionale. In questo caso, però, l’aumento dell’occupazione avrebbe luogo insieme a una contrazione dei redditi orari da lavoro. L’impatto complessivo sulla disuguaglianza dipende dal peso relativo di queste due forze contrapposte. Secondo le simulazioni, la disuguaglianza calerebbe comunque in modo significativo (circa il 10 per cento – figura 1) anche se, a titolo di esempio, l’incremento dell’occupazione ai livelli del Centro-Nord richiedesse una diminuzione del 20 per cento nei redditi orari da lavoro nel Mezzogiorno. Il divario nei redditi medi tra Centro-Nord e Mezzogiorno calerebbe di meno, ma ci sarebbe comunque una forte contrazione nella disuguaglianza interna alle regioni meridionali.

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I nostri risultati non implicano che una politica redistributiva sia inutile, ma mettono in evidenza come vada disegnata in modo da minimizzare gli effetti negativi sull’occupazione. Ci ricordano, inoltre, come le politiche mirate ad aumentare il tasso di occupazione nelle regioni meridionali siano fondamentali per ridurre la disuguaglianza dei redditi di mercato nel nostro paese, anche se richiedessero una riduzione dei redditi orari da lavoro nel Mezzogiorno.

Figura 1 – Disuguaglianza in Italia e all’interno delle macro-aree (misurata dalla deviazione logaritmica media)

 

 

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente agli autori e non investono la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.

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  1. Savino

    Dire politica sul Mezzogiorno significa, ovviamente, occuparsi anche della questione demografica, dello squilibrio intergenerazionale, dello spopolamento delle aree interne, delle politiche infrastrutturali di mobilità fisica e infrastrutturali di snellimento per l’esercizio d’intrapresa. La valorizzazione dello sterminato ed unico patrimonio paesaggistico, artistico e culturale presente nel Mezzogiorno è sempre all’o.d.g., così come quella del capitale sociale fatto di risorse umane giovani ed innovative, formatesi altrove. Ciò che è inaccettabile ed intollerabile e la difesa ad oltranza dello status quo, di inspiegabili, ingiustificati ed immeritati interessi di parte, in pratica, di ciò che tiene bloccato il Paese ed il suo meridione.

  2. Alessandro

    Non ci avevo mai pensato. Analisi bellissima e sorprendente. I miei complimenti.

  3. Michele

    Diagnosi corretta. Terapia paradossale: per diminuire le disuguaglianze si riducono le paghe orarie. Risultato: stipendi più bassi, profitti più alti e nessun occupato in più, domanda aggregata in calo e maggiore emigrazione a nord o all’estero. Geniale.

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