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L’occupazione cresce, anche grazie alla legge Fornero

La demografia ha effetti importanti per l’occupazione, che vanno ben compresi. La crescita degli occupati della fascia più adulta della popolazione è dovuta anche alla legge Fornero. La norma ha prodotto più occupazione, più contributi e più tributi.

La componente demografica dell’occupazione

Da alcuni anni, attraverso la rilevazione continua sulle forze di lavoro, accanto alle tradizionali stime sull’occupazione mensile, l’Istat fornisce la variazione delle principali grandezze del mercato del lavoro “al netto della componente demografica”.

La curiosità attorno al fenomeno è più che giustificata. Però, la lettura dei commenti, anche di giornalisti di punta, o l’ascolto dell’interpretazione di esperti (o sedicenti tali) fa pensare che questo importante aspetto delle dinamiche dell’occupazione non sia stato ben compreso. Provo a offrire qualche spunto per renderlo più fruibile attraverso i semplici calcoli evidenziati nella tabella 1, riferiti a due punti ben distanti nel tempo – media 2008 e media primi sei mesi del 2019.

Tabella 1 – Componente demografica e componente comportamentale nei dati sugli occupati in Italia di età superiore a 65 anni – Dati in migliaia e tasso di occupazione in %

I dati sono riferiti alle persone di 65 anni di età o più. La prima colonna riporta le osservazioni relative al 2008. Poiché si tratta di medie calcolate su stock mensili, si evitano i difetti dovuti alla mutevolezza del dato mensile causata dalle procedure statistiche per depurare i dati dagli effetti stagionali, che possono modificare tutta la serie storica ogni volta che un nuovo dato è disponibile. Il tasso di occupazione è il rapporto tra le grandezze delle prime due righe, occupati e popolazione (sempre nella stessa classe di età). Quindi 3,35 per cento è pari a 392mila diviso 11 milioni 703mila. Nella seconda colonna ci sono le evidenze statistiche riferite ai primi cinque mesi del 2019. Quello che si vuole spiegare è la crescita di 261mila occupati “anziani” (653mila meno 392mila) nei circa dieci anni che intercorrono tra i due punti considerati.

La componente demografica si può facilmente evidenziare calcolando quanti sarebbero oggi gli occupati di 65 anni e più se il vecchio tasso di occupazione fosse applicato al nuovo bacino di utenza potenziale, cioè la popolazione di oggi di 65 anni e più. Quindi, nella terza colonna della tabella, il tasso del 3,35 per cento è moltiplicato per 13 milioni 541mila persone dell’età rilevante per il nostro esercizio, ottenendo un valore pari a 454mila occupati. In altre parole, se, per qualche ragione, nel corso del tempo l’economia continuasse a produrre un tasso di occupazione per questa fascia di età pari al 3,35 per cento l’eventuale crescita demografica della popolazione con questa caratteristica fornirebbe sempre il 3,35 per cento di occupati. Pertanto, il contributo della pura crescita demografica nel periodo considerato è pari a 61mila occupati (454mila meno 392mila).

In realtà, il tasso di occupazione nei dieci anni è passato dal 3,35 al 4,82 per cento, come si rileva dalla seconda colonna della tabella (dati osservati). Le cause sono molteplici. Per adesso, però, mi limito a calcolare l’effetto sul numero di occupati della variazione del tasso di occupazione al netto della componente demografica. Dovrebbe essere già ovvio il procedimento: applico il nuovo tasso, 4,82 per cento, al vecchio bacino eleggibile di persone di 65 anni e più per ottenere 564mila occupati, appunto pari al 4,82 per cento di 11 milioni e 703mila persone. Pertanto, 172mila occupati aggiuntivi possono essere attribuiti non alla demografica – perché la base è stata tenuta costante – bensì alla variazione del tasso di occupazione, un po’ pretenziosamente indicato come parametro comportamentale.

L’ultima colonna è poi l’effetto misto residuale: applico la variazione del tasso di occupazione, cioè 1,47 per cento (pari a 4,82 meno 3,35) alla variazione della popolazione di 65 anni e più per ottenere 28mila unità aggiuntive (appunto l’1,47 per cento di un milione 838mila unità). L’ultima riga fornisce la scomposizione della variazione totale dell’occupazione nelle tre componenti.

Sebbene la sua logica e i calcoli richiedano una formazione non molto superiore a quella che si ottiene normalmente con la scuola dell’obbligo, l’esercizio dovrebbe agevolare la lettura dei dati di occupazione ed è utile tenerlo a mente.

Figura 1

Le conseguenze della legge Fornero

Per dare una qualificazione di contenuto all’esercizio, si può osservare – nella figura 1 – la serie storica degli occupati di 65 anni e più per medie semestrali negli ultimi quindici anni.

Nel 2012 è successo qualcosa. Si tratta dell’introduzione della cosiddetta legge Fornero. Il suo impatto in termini di occupazione va calcolato con metodi ben più articolati di quelli presentanti in questa nota, però la componente “comportamentale” della tabella ne è un primo rozzo resoconto. Certo, definire “comportamentale” l’effetto dell’imposizione di una regola poco discrezionale può suscitare qualche riserva. Tuttavia, resta il fatto che la legge – oggi in via di smantellamento – ha prodotto più occupazione, più contributi e i relativi maggiori tributi e meno uscite pensionistiche, con beneficio per i conti pubblici.

Se l’equilibrio nei conti è esso stesso un bene pubblico – quindi un valore per una società che deve tenere conto anche delle opportunità per le generazioni future – allora la “legge Fornero” ha portato risultati per nulla disprezzabili.

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  1. Fabrizio

    Ovvio che abbia portato benefici all’occupazione (forzata) e ai contributi. Ma laddove il pensionamento crea un posto di lavoro, ai giovani, c’è anche un risvolto negativo della medaglia non trascurabile. Il punto a mio parere è: non si è fatto un sistema troppo rigido con l’uscita a 67 anni ? Sarebbe stato più intelligente lasciare l’opzione di andare a 65, con le penalizzazioni dovute al calcolo contributivo. perché non sono molti i lavori che si possono fare a 67 anni. Certo, ben altra cosa è sfasciare i conti mandando in pensione la gente a 62 anni.

  2. Vito

    Quando l’occupazione cresce e non la produzione, la conclusione può’ essere solo una: che la produttività’ diminuisce. Sicuramente in queste circostanze, l’aumento dell’occupazione non dovrebbe essere considerata buona notizia.

  3. Mahmoud

    Effetti per altro facilmente ipotizzabili. Purtroppo siamo alle prese con la prima generazione della storia dell’umanità in cui sono i figli a dire ai genitori che bisogna lavorare di più. Maledette pensioni retributive e chi ha inventato questo schema Ponzi

  4. Ne abbiamo scritto anche su Reforming.it ricollegandoci a questo articolo di Bella. Un saluto.

    http://www.reforming.it/doc/1355/rn-perrone-q100.pdf

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