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Se i super-stipendi crescono sempre di più

Chi sono i super-ricchi tra i lavoratori dipendenti del settore privato? Guadagnano più di 500 mila euro l’anno e i loro redditi sono stati gli unici a salire negli ultimi decenni. Concentrato è anche il luogo dove trovarli, adesso ancora più che in passato: la provincia di Milano.

Quarant’anni di stipendi al vertice

Chi sono i super-ricchi? La recente pubblicazione del Rapporto Inps ha fornito nuove evidenze sulla concentrazione dei redditi al vertice della distribuzione. Hanno attratto l’attenzione dei media (qui e qui), che si sono in particolare interessati alle soglie di reddito che occorre superare per entrare nel club dei super-ricchi e a come questi ultimi si distribuiscono sul territorio nazionale.

I dati Inps guardano all’universo dei lavoratori dipendenti del settore privato e quindi sarebbe più corretto parlare di super-reddito (di lavoro) o di super-stipendi, invece che di super-ricchezza, e tenere presente che si sta considerando uno specifico universo di lavoratori: dipendenti pubblici, professionisti e collaboratori sono esclusi dai calcoli. I dipendenti privati rappresentano comunque una porzione significativa del mercato del lavoro e guardare cosa è successo alla distribuzione dei loro redditi ci aiuta a comprendere le trasformazioni del lavoro nel nostro paese. L’attenzione per la parte alta della distribuzione è poi giustificata da una crescente letteratura che dimostra come l’andamento dei redditi al top sia un importante indicatore di disuguaglianza.

Cosa è successo negli ultimi 40 anni ai redditi di lavoro del 10 per cento per cento più ricco (nel senso prima spiegato) dei dipendenti privati? Secondo i dati dell’Inps, la soglia per accedere al top 0,01 per cento della distribuzione dei salari nel 2017 è pari a 533 mila euro, in crescita rispetto ai 220 mila euro – in termini reali – del 1978. I cambiamenti nelle soglie sono un indicatore della crescita dei redditi per i lavoratori che appartengono al percentile dato: nel caso del top 0,01 per cento, il tasso di crescita nei redditi di lavoro è quindi oltre il 140% per cento. Le soglie per accedere ai percentili meno alti della distribuzione sono rimaste però pressoché immutate negli ultimi 40 anni. Per accedere al top 10 per cento, ad esempio, occorrevano 31 mila euro nel 1978 contro i 39 mila del 2017. Al top 1 per cento gli importi salgono da 62 mila a 91 mila euro tra 1978 e 2017.

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La crescita dei redditi di lavoro è quindi estremamente concentrata tra i “super” super-redditi ed è inoltre avvenuta con un particolare andamento temporale. Grazie ai dati VisitInps, possiamo vedere come le retribuzioni della maggior parte dei dipendenti del settore privato sono infatti praticamente ferme dai primi anni Novanta. Il grafico in figura 1 riporta il tasso di crescita delle soglie per accedere alle porzioni indicate della distribuzione dei redditi di lavoro in due distinti periodi: tra il 1978 e il 1992 e tra il 1992 e il 2017. È evidente come l’aumento dei redditi sia stato pressoché nullo – se non addirittura negativo – nel periodo 1992-2017, a eccezione dei percentili al di sopra del top 0,1 per cento.

Un nuovo divario?

Solo il top 0,01 per cento si è “salvato” dalla stagnazione del reddito di lavoro e ha “trovato casa” nella provincia di Milano, dove lavora il 54 per cento di loro.

La figura 2 mostra infatti come, nel 2017, all’aumentare del percentile, la concentrazione di stipendi altissimi a Milano cresca, mentre le province di Roma e Torino, che la seguono, mantengano una quota costante. Al contrario, il resto dell’Italia vede diminuire drasticamente la propria quota.

La provincia di Milano ha sempre accolto una quota maggioritaria dei percettori di super-redditi di lavoro, ma il suo primato è andato rafforzandosi negli ultimi due decenni, a discapito degli altri grandi agglomerati urbani, come evidenziato dalla figura 3. In particolare, la figura mette in luce come tra il 1995 e il 2000 si sia aperto un divario tra Milano e le altre province italiane, che tuttora persiste.

Perché i lavoratori tendono a concentrarsi in maniera tanto disomogenea in alcune specifiche aree piuttosto che in altre? Le ragioni sono molteplici e sono legate a meccanismi di domanda (da parte dei lavoratori) e di offerta (delle imprese e delle città). Alcune aree attirano lavoratori e imprese più produttive, offrendo un miglior incontro sul mercato del lavoro. D’altra parte, i servizi che alcune zone offrono possono essere un fattore determinante per attirare chi ha stipendi altissimi: basti pensare all’offerta di buone scuole, collegamenti e infrastrutture o la disponibilità di beni e servizi di lusso. L’agglomerazione di competenze qualificate e imprese produttive può beneficiare, come dimostra la ricerca, non solo chi queste competenze le ha, ma anche chi offre i servizi da loro domandati. Un effetto a cascata su altri lavoratori, ma concentrato a livello territoriale.

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La distribuzione disomogenea dei super-redditi ha, come è ovvio, conseguenze sul grado di disuguaglianza a livello nazionale. Se una quota sempre maggiore di lavoratori e imprese produttive tende a concentrarsi in alcune specifiche città o province, diventa sempre più difficile per quelle meno attraenti recuperare il terreno perso.

È un fenomeno simile a quello documentato, ad esempio, per gli Stati Uniti e per la Germania. Un’altra divisione oltre a quella Nord-Sud?

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  1. Giuseppe

    Si sa qualcosa in più sui settori? C’è una concentrazione in finanza e spettacolo, ad esempio presentatori e giornalisti televisivi, o questi tendono a non essere lavoratori dipendenti?

  2. Andrea Garnero

    I dati consentono di identificare anche i settori in cui lavorano i top 0.01%? perché mi chiedo se queste tendenze non mostrino “semplicemente” la crescita relativa della finanza (salari sempre più elevati per alcuni in un’economia per il resto stagnante/declinante).

  3. Michele

    Questo è il libero mercato…chi può arraffare di più lo fa e racconta ai poveretti che si tratta di progresso…

  4. Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio

    Vi ringraziamo per i commenti. L’ipotesi sul ruolo dei settori è sicuramente plausibile e stiamo lavorando ancora su questi dati per approfondire le evidenze.

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