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  1. Barbara Rispondi
    Caro Boeri una volta quando ti tenevano in un giornale a scrivere dopo un po' se non ti assumevano potevi andare dal giudice. Si chiamava sfruttamento. Da anni non è piu così è lo è nei piccoli come nei grandi gruppi editoriali. Conosco corrispondenti da Bruxelles per grandi agenzie di stampa con partita Iva. Da vent'anni l'idea era indebolire il lavoratore. Ci sono riusciti con la complicità di editori e direttori di giornale. Ecco perché l'Inpgi è in crisi. Non solo. Così come accade in altri settori la sproporzione tra stipendi di vertici amministrativi e giornalistici e redattori è altissima.
  2. Maria Rosaria Di Pietrantonio Rispondi
    Gentile Dott. Boeri, Qualcosa di analogo è accaduta pure a noi titolari di parafarmacia, nel 2008 quando una semplice letterina di un direttore generale INPS di allora,Ziccheddu Luigi, sentenziò che "chi vende anche 1 solo farmaco deve pagare obbligatoriamente Enpaf e non INPS" Quindi 4,000 farmacisti si sono visti bloccare a quel punto i contributi INPS con grave danno per le nostre pensioni, oltre che un danno anche per INPS a cui non abbiamo più potuto versare i nostri contribut. per versali solo a Enpaf. Esiste un sito NOENPAF da cui si può capire quanti problemi abbiamo con questa cassa, tipo costrizioni a pagare rate annuali se si rimane disoccupati per più di 5 volte, 4,500 euro,iscrizioni da 150 euro a fondo perduto per i dipendenti che lavorano hanno INPS ,e versamento di 5,000 euro a fondo perduto per i pensionati che ancora lavorano nelle proprie attivita,dalla pensione fino ai 70 anni,ma riduzione da questo anno a 2500 euro ma non per i Cumulandi o chi ha scelto la Totalizzazione, cancellazione senza motivi degli anni di laurea già riscattati,se si deve rimanere in salute a questo modo come Cassa,non sarebbe meglio evitare al professionista quali i farmacisti non titolari di essere iscritti a una cosi onerosa Cassa? Non sarebbe meglio la possibilità di scelta?Le casse servono? A noi no, ne faremmo volentieri a meno
  3. Andrea Elvezio Battaglini Rispondi
    Buongiorno Boeri. Da storico free-lance iscritto all'ODG per 35 anni sono riuscito a farmi cancellare da una gilda polverosa e giurassica che solo Bersani (fiancheggiato un po' da Monti) cercò di sventolare altrove. Felice che scriva delle incompetenze e nefandezze dell'ordine dei giornalisti ma sono decadi che non sapendo gestire l'invidiabile (economicamente) cassa-pensioni dei giornalisti rubano altrove, ai contribuenti. Ovunque. Il cuore del problema è negli ordini ma soprattutto in quello poco etico dei giornalisti. grazie e buon lavoro andrea battaglini
  4. toninoc Rispondi
    Com è possibile che una notizia così importante per milioni di pensionati INPS non sia passata per le tv pubbliche? I tagli delle perequazioni biennali non bastano? Vorrei sentire cosa ne pensano le opposizioni in parlamento e sopratutto i pensionati inps che hanno votato Lega e 5Stelle.
    • Valerio Rispondi
      I giornalisti Rai non ci dicono che i giornalisti hanno ottenuto un beneficio previdenziale negato agli altri contribuenti, ma che, comunque, dovranno pagare? Comportamento strano.
  5. Giuseppe GB Cattaneo Rispondi
    Vero, tutto vero. Chi pagherà le pensioni ai giornalisti se non ci sono più giornali?
  6. Leo Rispondi
    Gentile Prof. Tito Boeri, grazie per l'articolo. L'INPS in passato ha già messo in salvo (con i soldi di tutti i lavoratori) le pensioni dei Dirigenti! Spero che voglia proseguire in questa battaglia affinché simili scempi non si ripetano più. Per quanto mi riguarda gli enti previdenziali privati possono fare quello che vogliono ma, se poi salta il banco, ai pensionati aderenti deve spettare solo l'assegno sociale, ammesso che ne abbiano diritto; a queste condizioni, credo che i vari enti previdenziali privati metterebbero in atto immediatamente tutte le misure necessarie.
  7. Fabrizio Rispondi
    Il professor Boeri solleva un tema rilevante, non solo per l’Inpgi. Tuttavia, va precisato che - contrariamente a quanto si evince dall'articolo - il “furto” dei comunicatori, che passerebbero dall’Inps all'Inpgi, non si è consumato e resta al momento una possibilità. Non si tratta di una vicenda “passata sotto silenzio”. Il Sole 24 Ore ne ha scritto regolarmente. Tutti i blog di settore hanno ampiamente seguito il dibattito (e ancora lo fanno). Boeri stesso ne ha persino parlato in Tv, da Fazio, ben prima del decreto crescita, quando ancora presiedeva l’Inps. Ciò detto, le pensioni dei giornalisti sono certamente elevate, in molti casi “molto elevate”, come per altro elevate sono (e soprattutto, sono state) le retribuzioni della categoria. Il professor Boeri afferma che un terzo dei trattamenti supera i 5mila euro (netti? lordi? per 13 mesi o per 14?). I numeri dicono che l'Inpgi, su un totale di 9310 trattamenti, paga 431 pensioni superiori a 110mila euro lordi/anno, di cui 20 superiori a 200mila euro anni; gli assegni superiori a 75mila euro annui sono il 26% del totale. Il costo complessivo delle sole prestazioni Ivs è stato nel 2018 di circa 530 milioni di euro, con una media di 57mila euro per pensione. I contributi sono stati pari a 366 milioni, con un evidente e preoccupante squilibrio. Tuttavia, come Boeri sa benissimo, il punto non è l’importo della pensione (a meno che il professore non consideri di per sé ingiusto e iniquo percepire pensioni/stipendi elevati) ma piuttosto sapere se quelle pensioni così elevate siano o non siamo interamente coperte dai contributi versati. Nel caso dell’Inps, a esempio, sono spesso le pensione più basse a ricevere il “regalo” più consistente. Anzi, visto che il professor Boeri sembra conoscere molto bene questi dati, sarebbe interessante sapere da lui quante sono le pensioni dei giornalisti che restituiscono importi superiori ai contributi versati (e di quanto, naturalmente). Poi si può obiettare che se una Cassa è in crisi - e l’Inpgi lo è - anche i pensionati, specie i più ricchi, debbano essere chiamati a sopportare sacrifici (l’Inpgi già applica un contributo di solidarietà...). Ma questo è un altro discorso.
  8. Gianfranco Fabi Rispondi
    Tito Boeri ha, come sempre, molte ragioni. Mi sorprende che non giudichi velleitaria l’ipotesi del passaggio dei “comunicatori” ( una figura che non ha alcuna identità giuridica) all’Inpgi. Sul resto l’unica soluzione è mettere in liquidazione l’Inpgi, ricacolcolare tutte le pensioni con i parametri attuali Inps e pagare con il residuo patrimonio il biglietto di ingresso all’Inps. Noi giornalisti dovremmo essere i primi a capire che il mondo è cambiato e che la crisi dell’editoria è irreversibile è strutturale.
  9. Filippo Cartiglia Rispondi
    Grazie Boeri per il bell'articolo. Non capisco pero' la sorpresa per il fatto che la situazione INPGI non sia oggetto di scrutinio da parte della stampa. Azzardo la previsione che prima o poi la soluzione agli ammanchi dell'INPGI non sara' "il drastico ridimensionamento delle pensioni" ma l'addossare il deficit e le pensioni troppo alte al contribuente. I giornalisti non hanno nessun interesse ad attirare l'attenzione su questa questione..
  10. ANTONIO B. Rispondi
    Non capisco come mai nell'articolo non si parli della responsabilità della gestione in capo ai dirigenti dell'INPGI. Qualcuno dovrà pur pagare per i danni fatti, o no?
  11. Ugo Di Nisio Rispondi
    Dottor Boeri, ritiene probabile che entro una ventina d’anni le casse private (in primis la “ricca” Enpam) vengano forzatamente fatte confluire nell’INPS, visti gli attesi, crescenti deficit dell’Ente? La ringrazio per la risposta (e per il suo pregresso lavoro all’INPS).
  12. Ugo Rispondi
    Da come procedono i deficit INPS di anno in anno, credo che entro 20 anni l’accorpamento delle casse private (in testa la “ricca” Enpam) all’INPS sarà una necessità. Lei come la vede? Grazie (anche per il Suo lavoro pregresso all’INPS).
  13. Michele Rispondi
    Non basta. Tutto il sistema delle casse cosi dette private dovrebbe essere eliminato e assorbito nell’inps: ne deriverebbero grandi risparmi di costi, maggiore trasparenza, minori rischi di malversazioni. L’aliquota contributiva dovrebbe essere unica. I meccanismi di calcolo unificati. Il tutto per adeguarsi a una economia dove la flessibilità e le carriere intermittenti sono sempre più la cifra del mercato del lavoro.