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  1. guido della valle Rispondi
    articolo interessantissimo. Complimenti, professore. Il problema di fondo è che in Italia i giudici pretendono di "fare giustizia", di perseguire il loro concetto "soggettivo" di giustizia e non di applicare la legge che rappresenta il concetto "oggettivo" di giustizia così come espresso mediante i suoi rappresentanti dalla maggioranza degli italiani. i giudici, nel perseguire il loro concetto soggettivo di giustizia, vedono nella legge solo un vincolo da aggirare, interpretare. Purtroppo questo concetto di "giustizia" caratterizza i paesi del terzo mondo, crea incertezza, incoerenze, scoraggia investimenti ed investitori, contribuisce al fallimento del nostro ordinamento giudiziario.
  2. Massimiliano D. Rispondi
    Perché lei insiste nel qualificare l'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (versione originaria del 1970) come una property rule, in contrapposizione alla categoria delle liability rules, quando i suoi stessi colleghi giuslavoristi le hanno ricordato (per primo Luca Nogler, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 2012) che questa norma si limita a disporre una sanzione di "esecuzione dell'obbligo in forma specifica", applicabile a molti altri diritti di credito, quindi del tutto al di fuori dell'area dei diritti di proprietà? Perché dunque insistere nel parlare di job property?
    • La redazione de lavoce.info Rispondi
      A questo link può trovare la risopsta di Pietro Ichino https://www.lavoce.info/archives/59597/il-dibattito-tra-giuslavoristi-sulla-job-property/
  3. Henri Schmit Rispondi
    Condivido la ratio della L/2015, gli argomenti e la conclusione del prof. Ichino. Due osservazioni. 1. Dubito solo che espressioni inglesi aggiungano sostanza o solo chiarezza: Jobs Act (chiamato già così quando fu solo Bill), property rule, liability rule, altrove la categoria degli independent contractor, poveracci, tertius genus indegno di protezione con strumenti di diritto vigente. Come se parole o strumenti di un ordine giuridico terzo potessero rinvigorire il diritto troppo povero per coprire nuove fattispecie. Anni fa il legislatore ha riconosciuto il trust che come tale produce effetti nel diritto italiano. Nemmeno il rinvio generico agli altri paesi europei convince se non è suffragato da argomenti razionali. 2. Ma soprattutto l’invadenza sistematica, ritenuta inopportuna, comunque discutibile contro l’intendimento del legislatore da parte della Cassazione è il segnale di un pessimo stato delle istituzioni supreme: è il legislatore che ha perso credibilità, autorevolezza, potere e legittimità. Dietro la Cassazione il vero Leviatano è la Corte costituzionale che tiene il paese in pugno. Il Parlamento si è auto-screditato. Ai singoli mancano gli strumenti per difendersi dagli abusi. Il colmo è la teoria dei diritti acquisiti assimilabili ai privilegi dell’ancien régime: in diritto puro (Kelsen e Corte) non ci poteva essere alcuna rivoluzione; saremmo ancora oggi con le classi, nullafacenti vs nullatenenti, le parrucche, la venalità delle cariche. O ci stiamo tornando?
    • Pietro Ichino Rispondi
      Comprendo la Sua critica all'uso di termini inglesi o termini latini. In molti casi questa critica è pienamente giustificata: si può benissimo sostituire quei termini con altrettanti italiani che dicono esattamente la stessa cosa. Osservo, però, che in alcuni casi quei termini sono intraducibili. Per esempio, la tripartizione delle norme proposta, sul piano della teoria generale del diritto, dall'italo-americano Calabresi in inalienability, property e liability rules non potrebbe essere compiutamente tradotta in italiano, se non con una lunga perifrasi (per spiegare il significato particolare che qui assumono il termine property - qui riferito anche a diritti di credito - e il termine liability).
    • Michele2 Rispondi
      Questo ragionamento varrebbe per il 90% delle interpretazioni giurisprudenziali con cui la Magistratura “indirizza” in un senso che quasi mai coincide con quello voluto dal legislatore ( se no non si porrebbero nemmeno i casi è si tratterebbe di mera applicazione del testo!) in virtù di un più generale principio di giustizia e di armonizzazione con il complesso delle altre norme vigenti. Troppo comodo utilizzarlo solo quando si vuole difendere una tesi di parte!
      • Henri Schmit Rispondi
        Ha ragione. Ma dico qualcosa di più, di diverso. La pessima qualità legislativa (non sono io a giudicare, ma mi riferisco ai giudizi degli esperti), l'incostanza e l'incoerenza della produzione legislativa (la volatilità denunciata proprio dal prof. Ichino in materia di diritto del lavoro, ma votata poco prima da lui stesso in mateira elettorale) ha screditato il legislatore e ha dato un ruolo ingrato, in linea di massima non richiesto, ma giocato in pieno, all'ordine giudiziario e in particolare alla Corte costituzionale. Per ripristinare un ordine costituzionale più equilibrato, più democratico e più efficiente servirebbe un'autorità che assicuri coerenza legislativa, dei "nomoteti" (Atene V secolo); visto che il senato non sere come seconda camera paritetica (...), perché non trasformarlo in organo consultivo, composto da esperti (esperienza, titoli) eletta con mandato lungo, in piccole quote ogni anno, dai deputati, con potere di iniziativa, di esprimere pareri non vincolanti su tutto e di veto sospensivo. I modelli esistono: vagamente il Seanad in IRL e i Lords in UK, seconde camere non paritetiche, e il Consiglio di Stato in LUX, al quale mancano solo regole chiare per l’elezione; è sotto scrutinio della Commissione di Venezia nel contesto di un’ampia revisione costituzionale in itinere).
        • Henri Schmit Rispondi
          Mi rendo conto che non interessa nessuno, ma faccio notare che la sentenza della Cassazione sulla cannabis (che non m’interessa nel merito) conferma il concetto espresso nel mio precedente commento: 1. Non c’è certezza del diritto perché una sentenza della più alta giurisdizione civile può vanificare le pianificazioni economiche di un intero settore (poco importa quale); 2. Questo non significa che i giudici abbiano torto, ma è più probabile che la legge quadro sia stata fatta “male” (non mi pronuncio su questo, sostengo solo che capita troppo spesso). Gli esempi abbondano: penso all’acquisto di alcuni impianti di energia solare costruiti e gestiti da privati nel Salento da un grande operatore cinese; poco dopo il passaggio di proprietà la giustizia si è accorta che c’era un abuso (numerosi che moi anti piccoli dovevano essere trattati come UNO grande e quindi cadere in un regime fiscale meno vantaggioso). In quel caso oltre una legge imprecisa (!) c’era superficialità amministrativa a favore dei gestori salentini, disconosciuti appena gli stranieri erano diventati proprietari. Questo è il paese della fregatura (da parte dei furbetti dei palazzini). Se qualcuno riuscisse a sradicare questi vizi, intere categorie professionali (inutili, parassitari) sarebbero senza lavoro. Per questo non si farà mai, se no sotto costrizione.
  4. Savino Rispondi
    Il vecchio sindacalismo contìnua a ragionare con la vecchia mentalità per cui il lavoro è un diritto scontato, come tutto il resto. Questo modo arcaico ed estremista (o tutto, o niente) di ragionare ha condotto solo a tanta disoccupazione e a tanta precarietà. Questa sentenza, invece, ci riporta alla realtà, per cui svolgere un lavoro mansionale è essenzialmente un dovere da adempiere, sul piano del diritto privato e nei rapporti col datore, ma anche, direi, un dovere sociale, nei rapporti col prossimo. Non è la disciplina giuslavoristica (Jobs Act compreso) ad essere sbagliata, ma lo è la meniera con cui ci si pone di fronte alle complessità del mondo del lavoro.
  5. Michele Rispondi
    Altro che “fronda giudiziale”, finalmente assistiamo all’inizio di una inversione di tendenza. Decreto dignità, sentenza della Corte Costituzionale, ora Cassazione devono essere solo l’inizio di una cancellazione della riforma Fornero del 2012 e del Job Act del 2015. Cancellazione perché i risultati che hanno portato queste riforme sbagliate sono tutti negativi. Per anni e anni ci è stata raccontata la favoletta che la libertà di licenziamento avrebbe portato crescita e vantaggi per tutti. I risultati invece sono evidentemente negativi per chi non legge i dati in modo di parte: deflazione salariale, domanda interna stagnante, disoccupazione a doppia cifra, investimenti privati tuttora sotto del 20% rispetto al 2008. Tutto ciò malgrado decine di miliardi di incentivi incassati dalle imprese, malgrado riduzioni dell’ires, super e iper ammortamenti, regali vari alle imprese quali pex e rivalutazione delle partecipazioni etc. Penalizzare il lavoro non è servito a nulla, anzi ha aggravato la condizione del paese. Ora si torni decisamente indietro.
    • Piero Rispondi
      Segret9odi Pulcinella. Il Jobs Act è del 2015 come l'ok della Merkel a Draghi a lanciare il Qe. Fu una trattativa di scambio informale a livello internazionale: riforma strutturale impopolare (flessibilizzazione del lavoro e/o precarizzazione a seconda della visione ideologica) verso Temporanea Monetizzazione Parziale del Debito giustificata Formalmente come Pura lotta alla Deflazione sotto il 2% (un medione tra paesi del sud sotto zero e del nord che erano 1 punto sopra). Cordialità