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Se nei programmi dei partiti l’Europa diventa un bancomat

Con le elezioni europee alle porte, uno sguardo ai programmi elettorali ci mostra come molte proposte si riferiscano alla sfera nazionale italiana. Per tutti manca una visione lungimirante e l’Europa, al contrario, sembra buona soltanto per chiedere soldi.

Verso il voto

Le elezioni europee 2019 sono dietro l’angolo e di tutto si parla, in queste settimane, tranne che di Europa. Il dibattito politico ruota quasi interamente attorno a questioni economiche interne al paese, come la recessione, la flat tax e l’aumento dell’Iva. La sensazione è quella di prepararsi non tanto al voto europeo quanto a un referendum sul governo gialloverde.
A ogni modo, quasi tutte le forze in campo hanno diffuso programmi elettorali che, per quanto generici, raccontano qualcosa della loro idea di Europa. Non tutte, perché la Lega sul suo sito ha pubblicato soltanto il documento programmatico della nuova alleanza di partiti sovranisti ed euroscettici. Vediamo dunque cosa propongono i principali partiti italiani (Partito democratico, Movimento 5 stelle, Forza Italia e Fratelli d’Italia) riguardo ai temi più impellenti.

Il ruolo delle istituzioni

I manifesti elettorali propongono visioni alternative sul ruolo e sulle funzioni dell’Ue e delle sue istituzioni. Da un lato troviamo il Pd, che parla affettuosamente di “nostra Europa”, e Forza Italia, che si veste di europeismo per rilanciare le alleanze occidentali contro il modello cinese e chiede maggiori poteri per il Parlamento europeo in materia di bilancio, iniziativa legislativa e di controllo sull’operato della Commissione.
Dall’altro lato del ring, ci sono i partiti comunemente definiti “euroscettici”, sebbene l’intensità dello scetticismo vari da gruppo a gruppo. Particolarmente debole, in questa tornata elettorale, sembra essere quello del M5s che, come Forza Italia, propone maggiori poteri per gli europarlamentari, ma aggiunge l’introduzione di un referendum europeo per rafforzare la propria identità di paladino della democrazia diretta.
Di uno scetticismo ben più pronunciato sono invece i programmi di Fratelli d’Italia e della Lega, appartenenti a due gruppi parlamentari europei diversi, ma accomunati dallo stesso spirito. Il primo, contrario all’Unione europea come entità sovranazionale, vorrebbe sostituirla con una forma di cooperazione volontaria tra stati. La Lega si accoda alla visione del suo gruppo e propone il ritorno alla sovranità piena del singolo stato, aprendo però la porta a una vaga “collaborazione tra le nazioni”.

Economia e investimenti

M5s, FdI e FI sono unanimi nel chiedere lo “stop all’austerità” insieme all’adozione di un imponente piano di investimenti finanziato dal bilancio europeo, presente anche al primo punto del manifesto del Pd. M5s e FdI chiedono anche lo scorporo delle spese per investimenti dal calcolo del rapporto deficit/Pil.

In salse diverse, il tema della tutela dell’ambiente e del sostegno all’economia verde compare nell’agenda di quasi tutti i maggiori partiti, esclusa la Lega. Da un lato abbiamo la prudenza di Forza Italia, che ribadisce l’importanza di una coscienza ambientale senza però formulare proposte; dall’altro, troviamo l’ambizioso progetto di Fratelli d’Italia di mettere al bando qualsiasi prodotto non biodegradabile e di contrastare qualsiasi forma di inquinamento. Posizioni più moderate sono quelle del M5s e Pd, concordi nel chiedere maggiori investimenti per un’economia sostenibile, l’uno concentrato sul blocco delle trivelle e inceneritori, l’altro sulla riduzione a zero delle emissioni entro il 2050.
Le posizioni si fanno piuttosto uniformi in materia di concorrenza e fisco. Al di là della difesa del made in Italy, tutti dedicano uno o più punti all’armonizzazione delle regole tra gli stati membri per la tassazione dei profitti delle multinazionali. La proposta più specifica viene dal Pd, che lancia l’idea di un’aliquota minima fissa al 18 per cento per  le imprese in tutta la Ue. FdI non indica nulla a livello di fiscalità europea e propone in Italia una flat tax al 15 per cento per imprese (anche per attrarre investitori stranieri) e persone fisiche.

Lavoro e politiche sociali

Pd e M5s premono l’acceleratore sul tema del lavoro e inseriscono nei propri manifesti (come del resto fa il presidente francese Emmanuel Macron) un salario minimo europeo. Per entrambi gli schieramenti il motore della proposta sembra essere la necessità di contrastare le delocalizzazioni delle imprese verso i paesi con i salari più bassi, ma l’eventuale attuazione resta assai nebulosa: non è dato sapere, infatti, come sia possibile fissare un livello minimo comune a tutti gli stati membri a dispetto di livelli completamente diversi di produttività, costo della vita e fiscalità sul lavoro.
Oltre al salario minimo, il Pd propone una indennità di disoccupazione europea finanziata da risorse comunitarie e un piano europeo per l’occupazione femminile. Nel programma di Forza Italia, al contrario, non rintracciamo niente di specifico sulle politiche del lavoro, eccetto l’intenzione di modificare il mandato della Banca centrale europea inserendo anche l’occupazione (e la crescita) tra i suoi obiettivi. Il punto è presente pure nel programma del M5s e, con un riferimento implicito, in quello di Fratelli d’Italia. FdI esprime anche la volontà di raggiungere in Italia entro il 2020 l’obiettivo europeo di un tasso di occupazione al 75 per cento.
Sulle politiche sociali, il Pd tocca il tema della povertà infantile, prevedendo di destinare 6 miliardi di euro del bilancio comunitario ai 25 milioni di bambini europei a rischio povertà. Nel programma di FdI, più di un capitolo del manifesto è dedicato alle politiche di welfare, anche se gran parte delle proposte sono squisitamente campanilistiche. Tanto per citarne un paio: aumento delle pensioni minime e introduzione del principio di priorità per gli italiani nell’accesso a servizi sociali, asili nido e case popolari.

Immigrazione

La riforma del regolamento Dublino III compare nel manifesto di Pd, Forza Italia e, tra le righe, anche del M5s. Tutti parlano di gestione comune delle frontiere europee e di equa ripartizione dei richiedenti asilo. Il M5s inserisce poi l’utilizzo di fondi europei per incentivare i rimpatri volontari assistiti, mentre il Pd parla di una non meglio specificata politica comune di integrazione.
Dal canto suo, Fratelli d’Italia ha idee più colorite sulla gestione dell’immigrazione. Persino loro menzionano frontiere europee uniche, però il programma contiene, tra le altre cose, l’uscita di tutti i paesi europei dal Global Compact dell’Onu, il mitologico blocco navale europeo e la fine di “ogni forma di neocolonialismo in Africa” e del sistema del franco Cfa, da sostituirsi con l’euro Cfa per avviare un piano europeo di investimenti e sviluppo in Africa. Nonostante le idee del leader pentastellato Alessandro Di Battista siano ben note, il M5s non fa alcun accenno al franco Cfa nel manifesto elettorale, pur rievocando l’importanza della cooperazione internazionale per rimuovere le cause profonde delle migrazioni. Anche Forza Italia richiama il tema dello sviluppo del continente africano proponendo un “piano Marshall” da decine di miliardi di euro per infrastrutture e formazione. Quanto ai rimpatri forzati, sono contemplati sia da Forza Italia sia da FdI.

Tirando le somme…

Molte e molto vaghe le idee di Europa che affiorano dai programmi elettorali. Emerge, comunque, la passività cronica con cui l’Italia si rivolge alla Ue così come un figlio si rivolgerebbe alla mamma, in cerca della paghetta settimanale, senza una visione lungimirante e senza il coraggio di assumere un ruolo di primo piano.

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  1. Henri Schmit

    Condivido l’approccio e la conclusione generale. Bisognerebbe analizzare di più l’inevitabile parallelismo sovrapposizione concorrenza e confusione fra temi di politica nazionale e comune. Il più grande problema dell’UE è senza l’ombra del dubbio (e da ben prima del governo bi-populista): l’Italia, le sue politiche fiscali, economiche ed internazionali divergenti, deboli, inefficaci, fallimentari, una divergenza che ostacola la ridefinizione di una politica dell’immigrazione condivisa più solidale. È difficile fare campagna elettorale dicendo “il problema siamo noi!”

  2. Vitaliano Gidiucci

    Non credo che riportare anche le proposte de La Sinistra avesse comportato uno sforzo tremendo.Almeno credo.
    Grazie

  3. Marco Festa

    Sarebbe opportuno avere liste sovranazionali. Nel confronto a Firenze di inizio mese tra gli spitzenkandidat, Guy Verhofstadt ha citato un accordo del 2014 per avere liste europee, immagino poi non se ne sia fatto nulla per i soliti egoismi locali.
    In ogni caso a mio avviso qualcosa si sta muovendo: la trasmissione su Rai news del confronto da Bruxelles dei 6 spitzenkandidat (anche se molto più fruibile in lingua originale su YouTube) aiuta a capire le idee dei vari gruppi Europei (almeno quelli che hanno delle idee “presentabili” in un confronto).
    Probabilmente nessuno di loro farà davvero il presidente della commissione, ma la direzione mi sembra quella giusta

  4. umberto

    Discorsi inutili se i deputati europei eletti non lotteranno per una costituzione federale.Da qui la necessità di creare un gruppo costituente di deputati che condivida l’abolizione del diritto di veto nazionale.Solo allora si potrà parlare di politica estera,di finanza e di tassazione,di mercato interno,di lotta al cambiamento climatico,di politiche sociali e di emigrazione.Il metodo intergovernativo ha esaurito la sua funzione.Adottiamo il metodo costituente di Spinelli.

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