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  1. enzo Rispondi
    Il dato da cui partire è quello del tasso di penetrazione, non credo che i dati assoluti diano una informazione molto qualitativa. Certo sarebbe interessante lo scorporo del dato per classi d'età, pubblici/privati, escludere i pensionati ecc. Dal punto di vista politico credo che il limite del sindacato sia nel suo essere "fordista" e quindi funzionare in organizzazioni di vecchio stile , soprattutto pubblico. Ripartire dal basso e dalla realtà porterebbe nuova linfa ma metterebbe in discussione gerarchie e interessi costituiti
  2. tommaso Rispondi
    Il fenomeno mi interessa e una volta letto il titolo sono andato a leggere l'articolo. Devo però annotare che l'analisi è piuttosto discutibile. Per fare degli esempi: 1) non sono scorporati i pensionati, 2) si dice che la CGIL perde più della CISL senza presentare il dato percentuale degli abbandoni sugli iscritti, 3) non c'è comparazione con l'andamento degli occupati dove magari è lecito trovare forti correlazioni. Ma direi che anche il commento è distorsivo: perché i dati esposti dai sindacati (cioé le stesse fonti primarie) sui propri iscritti sono prendere con cautela? allora anche i redisenti esposti da un Comune dovrebbero esserlo... Inoltre, la conclusione che io trarrei da dati del genere è giusto l'opposta: è davvero sorpendente che in anni di forte crisi economica e occupazionale, e di comparsa di nuove forme di lavori atipici, un sindacato perda solo l'8% degli iscritti rispetto al picco massimo. Ed è ingiustificato parlare di crollo in questo caso, io mi sarei aspettato magari un -30% (questo sì un crollo!)
  3. Michele Rispondi
    Analisi interessante, a mio modesto avviso quello che non viene colto dall'autrice e che forse andava sottolineato, è la (spro)proporzione di pensionati all'interno del sindacato e a fianco dei "lavoratori attivi". Ha senso che il sindacato tuteli, allo stesso modo, una generazione di pensionati che ha goduto di diritti oggi inimmaginabili (pensione a 50/55 anni, bassissima mobilità inter aziendale, bassa scolarità, maggior potere di acquisto del salario, ecc..) a fianco di lavoratori che hanno salari piò bassi, maggiore competizione, alta incertezza? Lavoratori e pensionati sono soggetti diversi, se non altro perché i primi hanno tutele consolidate e difficilmente (e marginalmente) attaccabili rispetto ad un lavoratore attivo. Infine: quanti dei lavoratori attivi sono dipendenti pubblici (quindi di fatto illicenziabili)? Non sarebbe opportuno che il sindacato si focalizzasse sui diritti e sulle tutele, dei lavoratori (attivi) dell'industria? ovvero i più "deboli" (ma anche quelli su cui grava l'onere maggiore di "generazione di valore") e gravati altresì dalla crisi, piuttosto che su pensionati e lavoratori pubblici?