Lavoce.info

Meno Irpef e più Iva: i conti non tornano

Il ministro dell’Economia sostiene che aumentare l’Iva per finanziare una riduzione dell’Irpef potrebbe essere una buona idea. Il ragionamento non considera però la possibile crescita dell’evasione Iva. Mentre non si avrebbero effetti sul costo del lavoro.

Un’equazione virtuosa?

Dopo il varo del Documento di economia e finanza, il ministro Giovanni Tria ha affermato che l’aumento dell’Iva con una corrispondente riduzione dell’Irpef sarebbe virtuoso da un punto di vista economico. L’idea era già stata espressa dal ministro in un articolo scritto con Ernesto Felli per il Foglio nell’ottobre del 2007.

In quell’occasione, Tria e Felli analizzavano due scenari. In primo luogo, affermavano che una riduzione delle imposte dirette fosse necessaria perché (letterale) “la bestia va affamata”, dove la “bestia” sarebbero lo stato e la spesa pubblica. La prima ipotesi di intervento proposta era quindi, nel pieno solco delle politiche liberiste, un taglio delle imposte dirette finanziato da una riduzione della spesa pubblica o del suo tasso di crescita (l’articolo non conteneva indicazioni numeriche) aiutata anche da un incremento spontaneo di base imponibile (riducendo le imposte dirette i contribuenti dichiarerebbero di più). Tuttavia, gli stessi due autori ammettevano poco dopo che “l’evidenza considerata possa non essere sufficiente” e quindi passavano a formulare una proposta diversa, ovvero un incremento della tassazione indiretta per finanziare la riduzione delle imposte dirette, adducendo a suo sostegno, oltre al basso rischio inflazionistico, due ulteriori argomentazioni. Primo “il prelievo sui consumi finali colpisce in ugual misura le produzioni italiane e quelle importate a differenza dell’imposizione sui redditi da lavoro che incide sul costo del lavoro interno”. Secondo, “gli effetti ridistributivi dell’aumento del prelievo indiretto, che potrebbero danneggiare le famiglie più povere, possono essere facilmente compensati adottando un sistema di tassazione negativa per i redditi più bassi”. È plausibile supporre che, almeno in parte, queste motivazioni siano ancora oggi alla base dell’idea sostenuta dal ministro che l’equazione “meno Irpef più Iva” sia virtuosa.

Effetti sul gettito e sull’economia

Leggi anche:  Tassazione delle multinazionali, il sentiero stretto dell'Ocse*

Si tratta certamente di un’opinione condivisa da molti, economisti e non. Occorre, però, considerarla alla luce dei fatti e delle evidenze empiriche. La prima osservazione da fare è che dal 2007 a oggi vi sono già stati due aumenti dell’aliquota Iva standard, nel settembre del 2011 dal 20 al 21 per cento e nell’ottobre del 2013 dal 21 al 22 per cento. Secondo la Commissione europea (Taxation trends 2018, tabella p. 104) le imposte sui consumi sono passate, in Italia, dal 10,4 all’11,3 per cento del Pil tra il 2007 e il 2016 mentre, nello stesso periodo, quelle sul lavoro sono aumentate di meno (dal 20,3 al 20,9 per cento) e quelle sul capitale si sono ridotte dal 10,7 al 10,4 per cento del Pil. Una certa ricomposizione del prelievo è quindi già avvenuta, sebbene le imposte sul lavoro rimangano ampiamente superiori e raggiungano livelli, su questo non v’è dubbio, distorsivi e iniqui.

Dagli aumenti dell’aliquota standard dell’Iva era plausibile aspettarsi un gettito maggiore di quello effettivamente ottenuto. Come già argomentato su lavoce.info, gli aumenti hanno probabilmente generato un incremento dell’evasione dell’Iva e niente fa pensare che il fenomeno non si ripeta se l’aliquota standard (oggi al 22 per cento) o quella intermedia (oggi al 10 per cento) vengono ulteriormente aumentate. In effetti, colpisce che mentre tutti, inclusi Tria e Felli, si soffermano spesso e volentieri sulla possibilità che diminuendo le aliquote delle imposte dirette si riduca la loro evasione (malgrado le evidenze empiriche disponibili siano tutt’altro che chiare e generalizzate al riguardo), gli effetti negativi sugli adempimenti Iva siano spesso ignorati.

Vi sono, poi, gli effetti macroeconomici. Il ragionamento avanzato da Tria e Felli fa riferimento alla cosiddetta “svalutazione competitiva” per via fiscale: poiché l’Iva italiana si applica ai soli beni e servizi importati (quelli esportati sono, in linea di massima, tassati con l’aliquota del paese importatore), se l’aumento Iva viene attuato con una contemporanea riduzione del costo del lavoro a carico delle imprese italiane, cresce la competitività relativa dei beni e dei servizi prodotti dalle nostre imprese. Vi è tuttavia da notare che il ragionamento poggia sulla riduzione del costo del lavoro, che è la somma della retribuzione lorda pagata al lavoratore e dei contributi a carico dell’impresa. A meno che non venga “traslata all’indietro” – ossia porti a una riduzione della retribuzione lorda – un calo dell’Irpef aumenta il reddito disponibile del lavoratore, ma non ha effetti sul costo del lavoro per le imprese. In altri termini, senza traslazione, la riduzione dell’Irpef può avere un effetto macroeconomico virtuoso se aumenta i consumi, i quali, però, verrebbero contemporaneamente depressi dall’aumento dei prezzi dovuto all’incremento delle aliquote Iva. Non è scontato che il primo effetto sia superiore al secondo, anzi.

Leggi anche:  Superbonus edilizi: investiamoli in periferia

Inoppugnabile è poi la constatazione di Tria e Felli sugli effetti regressivi di un incremento delle aliquote Iva, che però, secondo le loro stesse parole, potrebbe essere compensata con una “imposta negativa sui redditi bassi”. In effetti, nel 2007 era in discussione l’introduzione di un’imposta negativa, ma, oggi, l’ipotesi è quella della flat tax generalizzata. Come già dimostrato da Massimo Baldini e Silvia Giannini, se si prende, ad esempio, il progetto dell’Istituto Bruno Leoni (finora l’unica proposta organica di introduzione di una flat tax nel senso proprio del termine) si vede come l’effetto sia favorevole ai poverissimi (e ai molto ricchi), mentre quello sui “penultimi” – ovvero sui nuclei familiari con redditi tra i 10 e i 20mila euro annui – sarebbe addirittura negativo.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Il Punto

Successivo

Il lato perverso della contrattazione centralizzata

  1. Henri Schmit

    Non ho un’opinione fissa sul bilanciamento fra IVA (regressiva perché flat) e IRPEF (imperfetta e imperfettamente progressiva, in Italia). Faccio solo notare che il paese con la minor evasione IVA (la Svezia, dove la tassa sul valore aggiunto è stata inventata) ha anche l’aliquota IVA fra quelle più alte. Le cause dell’evasione eccessiva in Italia (circa due volte F e D, circa venti volte il Lussemburgo o la Svezia, 2016, https://ec.europa.eu/taxation_customs/sites/taxation/files/2018_vat_gap_report_en.pdf), sono da cercare altrove: penso alla chiarezza e all’efficienza normativa e alla certezza della legge e delle sanzioni. Sono parametri più difficili da misurare, meno studiati e poco considerati.

  2. Carlo

    Le analisi citate si soffermano sugli aspetti macroeconomici ma l’aumento dell’Iva ha importanti effetti microeconomici e sull’efficienza dei mercati. Basti pensare che aumenterebbe il mercato dell’usato, in particolare il parco auto tenderebbe ad essere più vecchio, oppure utilizzo di beni sostituti come la legna al posto del metano con aumento, quindi, dei pm10. E tutto ciò porterebbe anche ad una diminuzione dell’iva incassata.
    Inoltre l’aumento dell’IVA comporterebbe un aumento dei costi e quindi una diminuzione dell’occupazione in quei settori che effettuano operazioni esenti ma che tipicamente impiegano molto personale: agricoltura, servizi finanziari, sanità e pubblica amministrazione non centrale.
    Infine le analisi delle regressività si soffermano sul reddito individuale, senza tener conto della composizione della famiglia e quindi dei loro consumi: una famiglia con figli rispetto ad un single spende poco in alberghi, ristoranti che hanno una aliquota del 10 % mentre spende tanto in vestiario, giocattoli, cancelleria, zaini, tutti beni tassati al 22% oppure in servizi sanitari traslano l’imposta pagata ai fornitori sui clienti.
    E se aumenta il costo della vita, è assolutamente irrealistico non pensare che i lavoratori, soprattutto quelli a basso reddito poco toccati dalla riduzione IRPEF, non avanzino richieste salariali.

  3. Silvestro De Falco

    Io invece avrei una domanda per il Professor Santoro, se posso, visto che è anche membro del comitato di gestione dell’Agenzia delle Entrate. Come fa la fatturazione elettronica a ridurre l’evasione dell’IVA? Sarei grato anche se potesse indirizzarmi verso studi più esaustivi sulla materia. Grazie.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén