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Quanto potere hanno davvero le regioni

Il federalismo differenziato è indubbiamente un argomento rilevante e spigoloso. Un’attenzione particolare dovrebbe essere dedicata all’effettivo potere di cui godono le regioni e al rapporto con alcune importanti variabili economiche e sociopolitiche.

L’indice di autorità regionale

In Italia il federalismo differenziato esiste già: quindici regioni a statuto ordinario coesistono infatti con cinque regioni a statuto speciale, ciascuna diversa dalle altre. Ma qual è l’effettivo livello di potere esercitato dalle amministrazioni regionali? L’indice di autorità regionale, il cosiddetto Regional Authority Index (Rai) proposto nel 2016 da Liesbet Hooghe, Gary Marks, Arjan H. Schakel, Sandra Chapman Osterkatz, Sara Niedzwiecki, and Sarah Shair-Rosenfield e riconosciuto dall’Ocse, rappresenta uno strumento estremamente valido per determinarlo. Dieci sono le dimensioni che vengono prese in considerazione, andando ben oltre i semplici indicatori fiscali. Nello specifico, lo spessore istituzionale, il perimetro delle politiche, l’autonomia fiscale, l’autonomia nell’indebitamento e la rappresentanza misurano l’autorità esercitata da un governo regionale su coloro che risiedono nella regione. L’attività legislativa, il controllo del potere esecutivo, quello fiscale, quello dell’indebitamento e la riforma costituzionale delineano l’influenza che l’amministrazione regionale ha sul paese nel suo complesso. L’indice assegna un punteggio che va da 0 a 30: le prime cinque dimensioni pesano per un totale di 18, mentre le seconde cinque sommano al massimo 12.

Un confronto tra Italia e Spagna

I punteggi forniti dal Rai ci permettono di confrontare sia il livello “standard” di governo regionale che le singole regioni differenziate nei vari stati. Particolarmente interessante risulta, per esempio, l’analisi della situazione in Italia e Spagna.
Le 15 regioni a statuto ordinario italiane ottengono un punteggio pari a 18 dal 2001 – anno in cui il potere regionale viene decisamente rinforzato dalla legge costituzionale n. 3, che modifica radicalmente il titolo V parte seconda della Costituzione – con un aumento di ben 4 punti rispetto all’anno precedente. Le 13 comunità autonome spagnole “standard”, ovvero tutte a eccezione di Navarra, Paesi Baschi, Galizia e Catalogna, si attestano a 23,5 a partire dal 2002. Ciò significa che, secondo il Rai, l’autorità regionale ordinaria spagnola è decisamente superiore a quella italiana. Lo stesso vale se si allarga l’orizzonte alle regioni “non standard” o differenziate. Se, infatti, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano hanno un punteggio pari a 19 dal 2001 in avanti, negli stessi anni tutte le singole regioni differenziate spagnole conseguono punteggi superiori. Detto in altri termini, facendo riferimento al Rai, le regioni spagnole, siano esse “standard” o differenziate, dispongono di un maggior potere complessivo.

Effetti sull’economia

Estremamente interessante è anche capire se l’indice di autorità regionale è correlato o meno con alcune variabili economiche e socio-politiche rilevanti, per le possibili ricadute in termini di politiche adottate. Se consideriamo le regioni differenziate in Italia, Spagna, Regno Unito e Canada, negli anni dal 2000 al 2016, l’autorità regionale non mostra alcun legame con il tasso di crescita del Pil pro capite o altre misure simili. È negativamente correlata con la percentuale di migranti sul totale della popolazione, per via del fatto che i confini e le persone che entrano nella regione potrebbero essere maggiormente controllati, riflettendo così il senso di appartenenza al territorio della popolazione.

Un grado più elevato di potere regionale aumenta invece l’affluenza elettorale. Ciò dovrebbe favorire una politicizzazione della vita pubblica e incoraggiare i cittadini a difendere lo status quo favorevole. Sebbene più debole rispetto alla precedente, una correlazione positiva emerge anche rispetto all’aspettativa di vita, in quanto un’amministrazione regionale più potente potrebbe migliorare il benessere della propria cittadinanza.

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  1. Savino

    Autonomismo al gabbio. Tentativo di esportazione del modello Formigoni e del modello Galan. L’eccellenza non si vede neanche col lanternino. Migliora solo l’aspettativa di vita dei baroni locali, sfasciando l’unità nazionale.

  2. Piero Borla

    Dovrebbe essere approfondita la notazione che “l’autorità regionale non mostra alcun legame con il tasso di crescita del Pil pro capite o altre misure simili “. Detto così è un duro colpo alle motivazioni per allargare le competenze delle regioni. E poi : esistono studi che chiariscano se e quali competenze, trasferite dal centro alla periferia, siano esercitate con maggior vantaggio ? O il tutto è un modo per nutrire le classi politiche regionali ?

  3. Mohamed Mahmoud

    Risulta evidente come il territorio, quindi l’elettorato a livello locale, possa forgiare metodi del tutto differenti. Ne sono esempio aree a statuto speciale del tutto analoghe nel residuo fiscale trattenuto quali la Sicilia da un lato e la Provincia autonoma di Trento (o di Bolzano) dall’altro. Più o meno autonomismo significa in soldoni più o meno uniformità. Ovvio che i trentini (o chi si reputa analogamente o maggiormente civico) mirino a meno uniformità mentre è comodo per altre zone del Paese uno standard nazionale. Al nord, semplicemente, sono stufi. Che ciascuno faccia per quel che è in grado e solo gli standard minimi vengano arantiti ovunque.

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