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  1. Riccardo Rispondi
    "un federalismo molto sperequato e a volte irresponsabile, dove è più facile essere virtuosi (e vantarsi) se si dispone di maggiore gettito." Ah si? Magari qualche numero a sostegno di questa audace affermazione? Perchè, tanto per fare un esempio, il Veneto spende 1772€ per abitante in sanità pubblica, il Lazio 1913€, la Puglia 1822€, la Campania 1729€, la Sicilia 1738€ e la Sardegna 2065€ (Osservatorio Salute UniCatt). Siccome abbiamo anche una misura di output (i LEA) che misurano la qualità della sanità - Veneto 218, Lazio 180, Puglia 179, Campania 153, Sicilia 160 e Sardegna 140 - sostenere che le regioni del nord Italia hanno una sanità migliore semplicemente perchè spendono di più grazie al maggior gettito (ed è in questo modo che possono vantarsi) è FALSO. Numeri alla mano. Molte regioni italiane devono efficientare la loro spesa sanitaria per ottenere lo stesso value for money delle regioni più efficienti. Peccato che non abbiano NESSUN incentivo a farlo, in assenza di costi standard e con la totalità della loro spesa che proviene da trasferimenti incondizionati (perchè legati alla spesa storica) dello stato centrale.
  2. Rino Impronta Rispondi
    Finanziare le iniziative dello Stato In questi giorni nel Governo si parla molto di scarse risorse per lo Stato, per affrontare gli impegni assunti (Reddito di Cittadinanza, quota 100, ecc.). Mi è tornato subito in mente il meccanismo della “Scala mobile” e la sua soppressione. Ufficialmente conosciuta come “indennità di contingenza”, alla fine degli anni ’70 e inizio anni ’80, fu oggetto di una sua rivisitazione e di una riflessione sulla sua erogazione. Esisteva un “paniere”, contenente beni particolari di largo consumo. Con riferimento all’andamento dei prezzi di tali beni, un’apposita Commissione procedeva, trimestralmente, alla verifica dell’andamento dei prezzi dei predetti beni, provvedendo - con il meccanismo della scala mobile, appunto - all’adeguamento del costo della vita. Lo scenario economico non era come quello di oggi ma, al fine di recuperare il potere di acquisto dei salari, sindacati e Confindustria affrontarono la soluzione di questo problema. Infatti la stessa scala mobile fu abrogata tra il 1984 e il 1992. Motivazione: qualcuno si era accorto che era nato un circolo vizioso che aveva prodotto comunque la crescita dell’inflazione. Chiedo ancora un piccolo sforzo di memoria: spero che tutti ricordano (mi rivolgo a coloro che erano attivi nel mondo del lavoro) che ad un certo punto – proprio alla fine degli ’70 e i primi anni ’80 - si pensò (prima di abolire la scala mobile) di congelare la stessa, per le cause esposte in precedenza. Al fine di non provocare danni notevoli ai lavoratori, i vari governi in carica decisero di sostituire il mancato adeguamento dei salari – adeguamento della scala mobile – trasformando l’importo maturato e non riconosciuto, in titoli di stato al portatore (speciali emissioni di BTP) con scadenza quinquennale e decennale e con tassi a due cifre. Lo Stato difendeva i percettori di salari e stipendi, riconoscendo loro - a fronte degli aumenti del costo della vita - importi che producevano interessi semestrali e il capitale riscuotibile alla loro scadenza. Veniamo ai giorni nostri. Lo scenario è simile, ma non uguale, il momento è difficile e le cause sono note un po’ a tutti: disoccupazione - alta quella giovanile -, chiusura di aziende, sistema PMI che non riesce ad incassare i crediti nei confronti dello Stato a fronte di servizi offerti, e tante altre ragioni ben note a chi segue l’andamento della crisi di questi ultimi anni. Sono sotto gli occhi di tutti anche le iniziative che lo Stato ha provato a realizzare e i risultati ottenuti. Ciò premesso - tralasciando tutto il resto che sono convinto sia certamente a conoscenza di tutti – mi viene spontaneo suggerire di valutare la possibilità di provvedere, alla raccolta di risorse mancanti , con l’emissione speciale di Titoli di Stato (quinquennali o decennali o a scadenza più lunga), con un buon tasso di interesse. Saremmo certi che alla scadenza lo Stato sarà certamente in grado di rimborsare o rinnovare il capitale. Tutto ciò tornerebbe utile allo Stato stesso, perché eviterebbe il ricorso ad emissioni di titoli che comunque incrementerebbero il Debito Pubblico nazionale. Le predette emissioni andrebbero studiate al fine di non incidere sul DP. Ricorrere alle solite iniziative (prelievo sotto forma di contributo di solidarietà, blocco della perequazione per i pensionati), si provocherebbero solo sostenute forme di lamentela da parte dei destinatari, che si vedrebbero costretti al versamento, a fondo perduto,di somme che purtroppo non verrebbero più restituite. Per questo motivo lo stesso Stato, si impegnerebbe a restituire, le somme trattenute, alla scadenza dei titoli. Gli obiettivi sarebbero interessanti: i pensionati, che oggi svolgono un ruolo di ammortizzatori sociali e solo grazie a loro che molti giovani (figli e nipoti) possano permettersi di sopravvivere alle difficoltà del momento. Inoltre si garantirebbe il recupero (e non il versamento a fondo perduto, a distanza di anni e forse in un momento migliore per le nostre finanze), di somme che sarebbero certamente comode disporre. Lancio l’idea, sempre in forma provocatoria, nella speranza che siano altri - più importanti ed esperti di chi scrive - a sostenere la causa e proporsi come sostenitori della soluzione di questo problema.(Rino Impronta)
  3. Giacomo Rispondi
    Un racconto molto chiaro e supportato dai dati, tempo usato bene.