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Immigrazione: il rischio vero è l’ideologia

Fermarsi alla polemica sui singoli sbarchi non è la prospettiva migliore per affrontare il tema dell’immigrazione. Governare il fenomeno richiede nuove politiche in Italia e nella UE. E una ridefinizione delle basi economiche del rapporto Europa-Africa.

Opposti schieramenti

Le vicende della nave italiana “Diciotti” ad agosto e di quella della Ong “Sea Watch” in questi giorni hanno fatto discutere le forze politiche e diviso l’opinione pubblica.
È naturale che sia così, ma seguire la cronaca dei singoli sbarchi non è la prospettiva più adeguata per formarsi una opinione su di una materia complessa come l’immigrazione. Soprattutto non può essere la dimensione sulla quale basare una politica italiana ed europea.
Si dice spesso che occorre superare un approccio emergenziale e che l’immigrazione è un fenomeno che deve essere governato, ma poi il dibattito sembra polarizzarsi sulle due ipotesi estreme. Tra le due fazioni (“a favore” o “contro” l’immigrazione) dovrebbe esistere una terza strada, meno ideologica: quella della gestione dei fenomeni e della programmazione a medio-lungo termine.
Oggi invece, da un lato, c’è la posizione (nettamente maggioritaria nell’opinione pubblica) di coloro che, come il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ritengono di doversi opporre a qualunque sbarco, con la motivazione che i flussi migratori sono gestiti dai trafficanti di persone e che non si tratta in realtà di profughi, ma di migranti economici. I suoi punti di forza sono nell’effetto di deterrenza (mi oppongo allo sbarco di oggi per prevenire quello di domani) e nella insipienza dell’Unione europea, divisa a tal punto da sorvolare sui morti nel Mediterraneo e unita solo nel sostegno economico alla Turchia per bloccare gli arrivi dal versante orientale.
Dall’altro lato, c’è una posizione umanitaria che si appoggia sulle leggi e i trattati internazionali e tende a sfumare la distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici: “Sono persone che soffrono e non possiamo chiudere gli occhi. Restiamo umani: dobbiamo salvare vite”. I suoi punti di forza risiedono nella divaricazione tra la dinamica demografica africana e quella europea, nonché nelle conseguenze del cambiamento climatico. Seppur non sempre espressi, si intravedono i sensi di colpa per il passato coloniale europeo e lo sfruttamento delle materie prime africane.

Breve storia dell’immigrazione in Italia

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Per la sua posizione geografica, l’Italia ha una storia di immigrazione subita e non programmata. In particolare, nel primo decennio del XXI secolo sono arrivate in Italia circa 150 mila persone l’anno, poi regolarizzate attraverso decreti flussi o sanatorie (tra le quali la più importante fu quella del 2003, promossa dal ministro Roberto Maroni, quasi in contemporanea con la firma del trattato di Dublino, che regolarizzò 650 mila persone, in gran parte badanti provenienti dall’Est Europa). Attraverso i ricongiungimenti familiari e la nascita di bambini in Italia, il contingente straniero conta oggi 5 milioni di persone (e oltre un milione di naturalizzati), 2,4 milioni delle quali sono lavoratori regolari che versano tasse e contributi. Il crescente radicamento degli stranieri nel nostro paese rende sempre meno efficaci gli sbarramenti frapposti al godimento dei servizi di welfare, basati sugli anni di residenza.
L’anno spartiacque è stato il 2011 quando, in concomitanza con la crisi economica, si è deciso di sospendere la prassi dei decreti flussi annuali e di considerare gli arrivi sia dall’Africa che dall’Asia come richiedenti protezione internazionale. Non una grande idea.
Se i flussi sono rimasti nell’ordine dei 150 mila arrivi l’anno, la lentezza delle procedure (anche due anni per ottenere una prima risposta e un anno per il probabile ricorso in caso di diniego) e il lievitare dei costi per lo stato (mediamente 4 miliardi di euro l’anno per vitto e alloggio) hanno finito per alimentare una crescente insofferenza nell’opinione pubblica.

Problemi irrisolti

Nessun governo ammette volentieri di incontrare difficoltà a gestire i flussi migratori e che i rimpatri sono difficili e costosi. Nel corso del 2018 si sono avuti circa 7 mila arrivi (per lo più attraverso micro-sbarchi sfuggiti alle cronache) e altrettanti rimpatri (come l’anno precedente e senza la stipula di nuovi accordi bilaterali). Resta invariato lo stock di mezzo milione di irregolari (chiamati comunemente, in modo improprio, “clandestini”) di cui si era tanto parlato in campagna elettorale.
Con l’Africa che viaggia verso 2 miliardi di popolazione pensiamo davvero di poter impedire tutti gli sbarchi? Le parole programmazione e negoziazione devono entrare nel lessico delle forze politiche e dell’opinione pubblica.
Una politica italiana (ma necessariamente europea) dovrebbe agire sul duplice versante dell’asilo e dei migranti economici. Sul primo versante (che riguarda circa il 10 per cento degli arrivi, come disse a suo tempo l’allora presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni) rimane la necessità di riformare l’accordo di Dublino. I paesi di Visegrad si oppongono strenuamente, ma nel dicembre del 2017 il Parlamento europeo aveva indicato una strada possibile. Anche se nel recente passato poteva non essere vantaggiosa per l’Italia essa rispondeva a criteri di equità. Di fronte a gravi crisi umanitarie si potrebbero poi istituire corridoi umanitari. L’Italia può darsi l’obiettivo di esaminare le domande di asilo in un massimo di sei mesi, come gli altri paesi. Se occorre altro personale, sono soldi spesi bene.
Sul secondo versante – i migranti economici – il nostro paese deve svolgere una seria analisi del proprio mercato del lavoro, considerando il calo demografico, gli effetti dell’automazione e l’indisponibilità dei giovani italiani (il loro esodo ammonta ormai a centomila unità all’anno) a certi tipi di impiego. Si dovrebbero programmare flussi per lavoro con alcuni paesi mirati, anche in cambio di numeri certi per i rimpatri, ripristinare l’istituto dello sponsor e finanziare la formazione all’estero. A ciò andrebbero affiancati più investimenti sulle politiche di integrazione (corsi di italiano e mediatori culturali), prevedendo anche una adeguata informazione all’opinione pubblica. In definitiva, andrebbe impostato su basi economiche nuove il rapporto tra Europa e Africa.
Sono politiche difficili, ma non più costose di quelle attuali, che potranno svilupparsi adeguatamente solo nel contesto europeo. Offrono però una alternativa di più lunga prospettiva alla polemica su ogni singolo sbarco, alla strumentalizzazione della paura e ai periodici dibattiti sul come “aiutarli a casa loro”.

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22 commenti

  1. Savino

    Salvini si comporta da fariseo, utilizzando i cavilli della legge per affrontare un problema economicamente e umanamente più grande. E’ inutile portare bibbie, rosari e crocefissi. I veri cristiani e cattolici dovrebbero saperlo, anzichè dire che è il loro capitano.

  2. Arduino Coltai

    Sono fondamentalmente d’accordo con quanto l’articolo propone però con un piccolo distinguo: con l’Africa che viaggia verso 2 miliardi di popolazione pensiamo davvero di poter accogliere tutti coloro che arrivano? La verità è che occorrerebbe una seria analisi dei bisogni del mercato del lavoro italiano (cosa che pare impossibile, visto che nessuno né ora né in passato l’ha saputa fare o comunque l’ha fatta) consentendo annualmente l’arrivo di un numero adeguato e controllato di persone con tanto di documenti attraverso rotte sicure. Questo si chiama “controllo” del fenomeno migratorio e consentirebbe la possibilità di integrare davvero chi arriva (numeri limitati ed identificazione), l’esatto contrario di quello che è stato fatto fino ad ora (almeno fino all’arrivo di Minniti, comunque molto criticato dai suoi e successivamente di Salvini che è comunque riuscito quantomeno a fermare gli sbarchi non incrementando il numero di irregolari, come li chiama l’articolo).

  3. bruno puricelli

    Nell’ottima relazione non traspaiono tre punti: l’oggettivo disagio provato dai cittadini, il maggior costo dell’assistenza e, soprattutto, la necessità di interrompere quella che alcuni vorrebbero accettare come modalità di trasporto (sovente concordato) nel nostro paese. Del disagio, chi esce da casa e viaggia sa già abbastanza; al maggior costo sociale va aggiunto quello del superlavoro per gli organi di sicurezza e negli uffici pubblici (ASL innanzitutto!) e la svalutazione degli ambienti frequentati dagli oziosi immigrati con forte senso di insoddisfazione da parte degli abitanti delle zone da essi frequentati; aggiungo l’insicurezza di donne e anziane nel passare in quei luoghi, a volte obbligati.
    L’attuale costo tenderebbe aumenterebbe ogni anno senza significativi incrementi di produttività nel paese perché l’immigrato non inserito si appropria delle carenze del nostro sistema paese imparando a sottrarsi alla legalità ((in Germania non riuscirebbero con tanta facilità!) anche per la comprensione di qualche magistrato. Se il numero aumentasse, aumenterebbero costi, disagi ed insicurezza. Aggiungo che la svalutazione di interi quartieri, oltre ad offrire ulteriori luoghi di sopravvivenza illegale, ha impoverito quegli abitanti riflettendosi su quasi tutto il settore immobiliare per mlds… a vantaggio dei più costosi centri. Credetemi, in natura nulla si crea senza il lavoro e senza la convenienza del popolo interessato. Troppa ignoranza, delinquenza, inciviltà…..?

  4. DavideK

    C’è un’interessante intervista a Luca Ricolfi in questi giorni che sintetizza bene la questione: la sinistra sull’immigrazione non ha capito nulla e continua a non capire nulla.
    La “programmazione a lungo termine” è precisamente quella di non farsi invadere da un miliardo di africani.
    Il ridicolo ricatto morale dei morti, di chi in sostanza si mette in condizioni difficili apposta per farsi “salvare”, col fine palese di eludere la normativa sull’immigrazione, lascia il tempo che trova.
    Ha ragione Ricolfi: probabilmente non siete proprio in grado di comprenderlo.
    Comunque basterebbe viaggiare e vedere un po’ il mondo, per capire quali sarebbero le conseguenze.
    Ma realmente: teletrasportarsi da un’università italiana ad un’università londinese o newyorkese non serve a nulla, perchè significa stare in sostanza nello stesso luogo. E’ tremendamente provinciale.

    • Carlo De Vincentiis

      Davide…
      guarda che si parla di programmazione.
      E di una gestione puntuale e migliore di quella di Salvini che essenzialmente IMPROVVISA e trova FETICCI da esibire.
      Vuoi una gestione migliore e non improvvisata?

      Rileggi..qui non si parla di politica a logica umanitaria

      • Davidino

        ”Programmazione” ”gestione” sono tutti termini che non vogliono dire nulla.
        Dite la verità di ciò che pensate: chiunque vuole venire deve essere regolarizzato e lo stato si deve occupare di andarlo a prendere in sicurezza. Questo è il contenuto del global compact. Senza numeri e per voi la questione è solo di regolarizzare e far arrivare senza problemi. Una volta raggiunto ciò, i problemi magicamente spariranno ”come in America dopo la seconda generazione”, senza tenere conto che l’America ha una storia di restrizioni dell’immigrazione durate decenni.
        Chiudiamo con i numeri: quanti? 200 mila all’anno? 400 mila? Cosi cresce il PIL? Presentatevi alle elezioni e dite la verità.

  5. Carla Facchini

    Vorrei aggiungere una considerazione non sempre presente in queste analisi, che danno di norma per scontato che gli immigrati servano perché i giovani non sono più disponibili ‘a certi tipi di impiego’. Analisi corretta, ma solo se si precisa ‘alle attuali condizioni contrattuali e retributive’.
    L’Italia è così uno dei pochi paesi che coniuga l’alta disoccupazione dei giovani che (comprensibilmente) preferiscono tale situazione a ‘cattivi’ lavori, ai forti flussi migratori, di chi i ‘cattivi’ lavori è disposto a farli.
    Ma non sembra ragionevole dar per scontato che il nostro modello sia caratterizzato da una quota consistente di occupazioni precarie e poco retribuite. O considerare progressiste le posizioni di chi, invece di ragionare sulle strategie per modificare un quadro di sostanziale arretratezza, lo assume come scontato, individuando negli immigrati il modo con cui bypassare i problemi posti da un modello economico basato su ridotti investimenti nell’innovazione tecnologica e organizzativa.
    Col rischio, attuale, e ancor più in prospettiva, di incrementare la povertà su due fronti. Quello degli immigrati, frequentemente poveri, anche quando (spesso) sono occupati, proprio perché collocati in quei ‘cattivi’ lavori che gli italiani non vogliono (giustamente) più fare. E quello dei giovani disoccupati che al presente vedono garantite (dalle famiglie) condizioni di vita decorose (pur se in cambio di una loro dipendenza), ma destinati a diventare, da adulti, futuri poveri

    • LUCIANO PONTIROLI

      Bisogna considerare che un certo flusso di emigrazione giovanile dall’Italia ci sarà sempre, per una serie di ragioni che non si possono ridurre alIa mancanza di lavori qualificati (per es., prospettive di carriere più gratificanti in contesti internazionali, relazioni instaurate nel corso di soggiorni di studio all’estero, rigetto del sistema politico italiano). Per altro verso, il calo demografico coniugato con l’invecchiamento della popolazione pone un problema drammatico di mancanza di manodopera indigena, Il tutto in un contesto di produttività stagnante, in larga parte imputabile alla retorica del piccolo è bello.

    • Davide K

      Infatti, considerazione molto intelligente ma sempre completamente ignorata, per motivi ideologici.
      La disponibilità infinita di lavoro a basso costo è un forte incentivo a non aumentare la produttività del lavoro stesso, perchè conviene usare quel lavoro anzichè investire.
      Al contrario, se il lavoro è più costoso, si sarà incentivati (costretti) ad innovare e ad usare più capitale, per aumentarne la produttività e stare in piedi ugualmente. Ed è così che si va progredisce.
      Ovviamente non sto dicendo di aumentare artificialmente il costo del lavoro. Ma solo di non stravolgerne il mercato, e di non fare ragionamenti da “modello superfisso”, seguendo i quali avremmo gli schiavi a zappare a mano i campi, anzichè l’agricoltura moderna e meccanizzata.

  6. Jetmir D

    Ricordo bene quando 21 anni fa, pensavo di venire in Italia. Era il 1998 ad 1 anno dalla tragedia di Otranto dove ci fu la collisione tra una piccola imbarcazione albanese ed una corvetta della marina militare Italiana (al governo c’era Prodi e Berlusconi andava a brindisi a piangere). Si stima che morirono circa 83 persone, ma non ostante tutto, Io ero disposto a pagare un scafista per attraversare l’adriatico (800 Mila Lire). E non l’avrei fatto perché in Albania stavo male ma perché avevo la speranza che in Italia starei stato meglio e non c’era blocco navale che mi avrebbe fermato. E cosi e’ stato per me come per mezzo milione di albanesi. La storia ci dimostra che non si risolve il problema dei flussi immigratori con i blocchi e/o con la forza. La programmazione a medio e lungo termine e necessaria, mentre l’unica politica migratoria che l’Italia ha avuto negli ultimi 25 anni sono state le regolarizzazioni indiscriminate (ovviamente fatte dai leghisti mica dalla sinistra). Messaggio inviato (e ben ricevuto dagli immigrati), “In Italia conviene immigrare illegalmente, lavorare in nero, che prima o poi (più prima che poi) arriva il permesso”. Oggi passa l’idea che in 25 anni non potevamo fare niente e che l’immigrazione non lo puoi gestire. Chiudo polemizzando con le forze che orgogliosamente si definiscono populiste. Ma davvero pensiamo che loro hanno interesse a gestire il fenomeno dell’immigrazione dove con un tweet: “albanese di m…” aumentano il consenso del 0.5 🙂

    • Davide K

      Al contrario, la storia dimostra che i muri ed i blocchi funzionano benissimo. Anche i fatti recenti lo dimostrano, oltre a Giappone, Australia e via dicendo.
      La teoria per cui “non funzionino” è una leggenda, fondata sul nulla, diffusa per convincere dell’inevitabilità della cosa.
      Chi vuole difendere i propri confini ci riesce, salvo non perda un conflitto armato.
      Se lei è arrivato è perchè è mancata questa volontà.
      Ha ragione sul messaggio che è stato inviato; motivo per cui ora bisogna inviare un messaggio diverso: non si entra illegalmente.

      • Jetmir D

        Salve Davide, mi perdoni ma sono in disaccordo sul fatto che la storia dimostra che i muri funzionano e ancora meno sui esempi del Giapone e Australia che sono due isole (chiamamole isole dai…) lontano e al riparo dalla imigrazione irregolare. In piu sopratutto il caso dell AU l immigrazione regolare e fortemente incentivata ed e a punti quindi e giusto che prova ad entrare illegalmente sia respinto. Immigrare regolarmente in Italia non e piu possibile ed e questo il vero problema. Per quanto riguarda il messaggio mica stiamo mandano quello che non si entra piu regolarmente? Stiamo mandando il messagio che non rispetiamo piu gli accordi internazionali e le regole del mare, non diamo piu la possibilita a chi ha dirrito di chiedere azilo, e ci siamo isolati in EU. Tanto gli immigrati cosi detti economici entrano in aereo o per terra e in Italia si fermano perche in Italia si puo lavorare in nero e arriva il permesso ahi me prima o poi.

        • Davide K

          Rispetto il suo disaccordo, ma non ritengo sia supportato dai fatti.
          In Australia non si entra irregolarmente, quindi il muro funziona. Si entra se gli australiani vogliono, che è una cosa completamente diversa. Oggi è piuttosto rigido il sistema tra l’altro.
          In Giappone lo stesso, con la differenza che non vogliono tanti immigrati neanche regolari, e ci riescono.
          Questa dell’inevitabilità è solo una gran balla raccontata da chi sostiene l’immigrazione.
          Le frontiere (cioè “i muri”) funzionano da 5000 anni, salvo quando non si abbia la forza militare di difenderle.
          Stiamo mandando il messaggio che non subiamo più la ridicola pantomima di chi si mette nei guai solo per farsi salvare ed entrare illegalmente? Certo, ed è giusto così. Giustissimo, perchè è solo un insulto all’intelligenza, spacciato per “legge”. La prima regola è quella del rispettare le frontiere e le regole per entrare, il resto sono solo pretesti per eludere queste regole.
          Isolati in UE? E’ la UE che si isola dalla realtà, imponendo ovunque un’immigrazione non voluta e devastante.
          Ovunque, non solo in Italia. Avrà notato come i governi fan dell’immigrazione, e la UE stessa, siano in “lievissima” difficoltà un po’ dappertutto.
          I migranti economici che entrano in altro modo verranno fermati anch’essi quando lo si vorrà fare, esattamente come fanno in Giappone e sulle isole.
          Intanto però smontiamo il luogo comune che quelli che arrivano via mare siano pochi rispetto a questi altri, perchè non è affatto vero.

          • maurizio pat

            Buongiorno Sig. Davide. Credo che i numeri lascino poco spazio alla fantasia. E’ evidente che mentre si fa vagare una nave con 40 persone a bordo per giorni ci sono altri passaggi alpini che permettono il passaggio di centinaia di persone. Piaccia o non piaccia è così, ma ormai dai balcani o dall’est non fa più notizia sino a quando non si trioverà un bambino morto nel cassone di qualche TIR. Che dire dell’Australia ? Che la regolamentazione dei flussi funziona, che la legalità se applicata funziona, che, come dice il Prof. Allievi, occorre cambiare il nostro modo/sistema di accogliere. Che le nostre ambasciate devono lavorare, che devono funzionare i visti, che occorre smanellae e riscrivere la Bossi Fini, che scimmiottare il muro mesicano significa solo nascondere la polvere sotto al tappeto, che occorre una visione realista sui prossimi decenni per prepararsi. Buona giornata

  7. piti

    Premesso che i 4 miliardi di costo per vitto e alloggio sono solo la punta dell’iceberg della spesa pubblica destinata ai migranti (bisogna aggiungere case popolari, esenzioni della retta dei nidi, sussidi, l’uso dei servizi sociali e una miriade di rivoli di altre voci di costo), quello che il pensiero progressista non riesce tragicamente a cogliere è che sono soldi spesi a profusione per cittadini stranieri proprio nel momento in cui per quelli Italiani si osserva una plateale ritirata del welfare pubblico. Diventa difficile accettare i 4 miliardi di costi iniziali e tutti gli altri quando la casa di riposo della nonna ce la dobbiamo pagare integralmente di tasca nostra, uno straccio di pensione a 62 sembra un lusso insostenibile, il dentista o te lo saldi tu o vai in giro sdentato. Ci viene rinfacciata letteralmente l’aria che respiriamo, se è vero che un aumento di un mese nell’aspettativa di vita allunga di un mese il tempo di lavoro.
    Ma essere cittadini di un dato Paese, piaccia o no, rappresenta nell’idea delle persone un elemento di priorità. Di diritti concreti, di welfare in primo luogo. I migranti sono pure gli ultimi socialmente e noi solo i penultimi, o i secondi (tanto disprezzati da Michele Serra), ma rimane il fatto che sono cittadini di questo Paese. E saltare un pasto per offrirlo a ospiti non invitati dopo un po’ diventa motivo di malcontento, come vediamo, come era prevedibile e in fondo come è giusto.

    • maurizio pat

      Buongiorno Sig.ra/Sig. “piti”. Non discuto ciò che Lei scrive, mi permetto solo di far osservare che la concreta realtà che Lei descrive è osservata da un solo angolo di visione: quello della differenziazione, buoni e cattivi, bianco o nero. Le propongo lo sforzo di valutare il tutto come “esseri umani”. Gli esseri umani, i corpi, hanno bisogno di tutto ciò che Lei afferma, ma senza tglierselo l’un l’altro (settentrionali dai meridionali, indigeni da stranieri ecc). L’accoglienza resta una tematica politica da mettere al centro, a c ui riservare attenzione e non il superfluo. La scuola, la sanità, i servizi ecc sono diritti da garantire a tutti, a scapito ad esempio anche di opere pubbliche, condoni, evasione ecc. Il resto è rancre e mancata visione oltre la punta del naso, chiudere gli occhi di fronte ad un futuro imminente

  8. Grazie. Veramente un ottimo contributo al dibattito.

    • Davidino

      Leggo spesso La Voce, inclusi gli articoli sull’immigrazione degli autori in questione. Discordia di vedute a parte, che è legittima, la preferenza ideologica è evidente (e anch’essa legittima). La pretesa che non ci sia non è onesta.

  9. Davidino

    Molto divertente una denuncia di deriva ideologica da chi argomenta le proprie posizioni in base all’ideologia open borders.

    • luigi

      ancora più divertente il fatto che lei etichetti come ideologico chi propone di non essere ideologico…

  10. Simonetta Nardin

    Potreste elaborare sullo “spartiacque del 2011” sul decreto flussi: la scelta è stata fatta consciamente (con decisioni governative) o semplicemente si è scelto di non scegliere e subire gli sbarchi pensando di gestire così i migranti economici?

  11. Carla Facchini

    Certo che un po’ di emigrazione giovanile è fisiologica – il problema è che i giovani emigranti italiani non solo sono molti, ma in numero crescente e, spesso con elevata qualifica (altrimenti non cercherebbero ‘prospettive di carriere più gratificanti’). Soprattutto, tale fenomeno ‘non’ è accompagnato da un’immigrazione di giovani europei analogamente qualificati: quanti i giovani tedeschi, francesi, ma anche spagnoli che vengono a lavorare in Italia? Un sistema in cui emigrano giovani qualificati e immigrano persone tendenzialmente non qualificate (e, peraltro, pur essendo adulte, non necessariamente inserite nel mercato del lavoro) mi sembra assai poco ragionevole. Quanto al ‘drammatico problema di mancanza di manodopera indigena’ si può veramente parlare in questi termini di un paese con una disoccupazione – specie giovanile- che non ha pari in Europa?

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