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Per regolare l’immigrazione ci vuole un patto tra paesi

Se si chiude una rotta migratoria verso l’Europa, subito se ne apre un’altra. Per questo nessun paese può pensare di contrastare da solo l’immigrazione irregolare. Serve una politica multilaterale di apertura di vie legali di accesso e corridoi umanitari.

Le ambiguità italiane

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato il Global Compact for Migration, l’accordo adottato lo scorso 12 dicembre dalla conferenza intergovernativa di Marrakech che definisce un coordinamento internazionale per una sicura, ordinata e regolare migrazione.
L’Italia ha prima deciso di astenersi dal sottoscrivere l’accordo, rimettendo la scelta al parlamento, ora continua a rimandare la decisione definitiva. L’assenza di una posizione del governo è sorprendente vista la centralità dell’immigrazione nel dibattito e nel programma politico della maggioranza.
La migrazione è oggi un fenomeno globale e nessuna nazione da sola può realisticamente gestirlo senza un coordinamento sia fra paesi riceventi sia fra paesi di destinazione e di origine. E mentre i canali regolari per entrare e lavorare in Europa si sono progressivamente esauriti (se si escludono i ricongiungimenti familiari), al centro del dibattito è balzata con forza la migrazione irregolare. Per combatterla sono diventate sempre più popolari le politiche di controllo delle frontiere e di respingimento degli immigrati irregolari, nonché la progressiva riduzione dei diritti dei richiedenti asilo e aiuto umanitario. Ciò avviene nonostante i richiedenti asilo o protezione umanitaria raramente possano migrare legalmente, come riconoscono le stesse norme internazionali sull’asilo.
In Italia, questo tipo di approccio ha subito una forte accelerazione nel 2008, anno in cui fu stipulato il “Trattato di amicizia” tra l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi. L’accordo prevedeva un forte investimento dell’Italia in Libia in cambio del pattugliamento delle coste e del controllo (trattenimento forzato) degli immigrati irregolari. A decretarne la conclusione sono stati gli avvenimenti del 2011: la “primavera araba”, che ha portato alla crisi libica e alla fine del regime di Gheddafi.

La rotta Libia-Italia

In un nostro recente lavoro con Guido Friebel e Miriam Manchin mostriamo come quello shock geopolitico abbia immediatamente aperto la rotta migratoria irregolare del Mediterraneo centrale, che collega la Libia all’Italia. Ricostruendo la rete delle rotte migratorie internazionali fra tutti i paesi africani e del Medio Oriente verso i paesi europei studiamo quindi se, e in che modo, l’apertura del canale libico abbia influenzato l’intenzione di emigrare degli individui nel resto del continente. I cambiamenti delle rotte migratorie avvenuti a cavallo del 2011 hanno modificato anche le distanze bilaterali tra paesi, e dunque i costi di trasporto lungo quelle rotte, che nella stragrande maggioranza dei casi sono controllate dai “trafficanti di uomini”. Altrimenti detti passatori o favoreggiatori, questi sono genericamente intesi come coloro che favoriscono il trasporto dei migranti attraverso le frontiere fra paesi africani e attraverso il Mediterraneo: per la scarsità di infrastrutture e di trasporto pubblico, il ricorso ai servizi dei “trafficanti” è la norma in Africa, e non l’eccezione. Le variazioni delle distanze lungo le rotte migratorie rappresentano quindi le variazioni nei costi di emigrare illegalmente prima e dopo la primavera araba.

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Poiché esclude i paesi interessati dalle primavere arabe e l’anno in cui avviene lo shock, la nostra analisi non misura l’impatto dello shock di per sé, bensì misura gli effetti collaterali del cambiamento nel costo relativo di migrare attraverso vie irregolari. Il risultato è che al netto di ogni altro evento accaduto nei singoli paesi di origine e destinazione (come conflitti, dinamiche occupazionali o altre grandezze macroeconomiche) e al netto di legami bilaterali di lungo periodo (come l’utilizzo della stessa lingua, il passato coloniale o la distanza), la riduzione della distanza bilaterale lungo le rotte migratorie causata dall’apertura del canale libico raddoppia, in media, le intenzioni migratorie individuali. Esaminando l’effetto eterogeneo, sia a livello dei paesi di origine che degli individui, osserviamo che una riduzione dei costi di emigrazione irregolare aumenta le intenzioni migratorie soprattutto di giovani, mediamente istruiti, con maggiori network sociali e che provengono da paesi con una bassa efficacia delle leggi. Quest’ultima caratteristica è spesso correlata a istituzioni deboli e a un basso livello di sviluppo economico.

Sarebbe semplice concludere che politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare e di chiusura delle rotte migratorie siano la soluzione da adottare. Quello che la nostra analisi mostra, tuttavia, è che la risposta dei trafficanti a tale politica è rapida e che la reazione (o domanda) dei loro “servizi” è estremamente elastica al prezzo. Ciò vuol dire che il gioco del gatto-e-il-topo potrebbe continuare a lungo con politiche unilaterali (dove il topo è sempre più veloce del gatto). Una politica multilaterale di apertura di vie legali e corridoi umanitari di accesso ai paesi dell’Unione, insieme a misure integrate con le necessità dei paesi di origine, costituisce l’unico modo efficace per garantire i diritti dei migranti e contrastare gli affari dei trafficanti. Va in questa direzione la proposta del Parlamento europeo per l’emissione dei visti umanitari direttamente nelle ambasciate e consolati dei paesi europei localizzati nei paesi d’origine dei migranti. Anche in questo caso, tuttavia, le forze politiche che compongono il nostro governo erano contrarie o assenti.

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  1. Savino

    Il Governo italiano continua, fallacemente ed in malafede propagandistica, a vedere la questione come un’emergenza. Il problema è, invece, strutturale, oltre che epocale. Lo Stato italiano (il cui mare è il confine continentale e non nazionale) deve attrezzarsi per una rete di accoglienza ed integrazione, da finanziarsi con fondi UE, senza appoggiarsi all’improvvisazione di reti comunali o locali, diocesane, no profit (religiose o laiche).

  2. Henri Schmit

    Non c’è dubbio: una soluzione ottimale del problema migratorio sarebbe un’azione multilaterale, o quanto meno europea (nel senso di UE). Ma questo è wishful thinking. Ignora il vero problema della non disponibilità di numerosi stati a sottostare ad una politica decisa altrove, fra cui l’Italia. Penso che ci sia un certo consenso che il fattore endemico principale della Brexit (cioè del verdetto popolare) sia stata l’immigrazione non solo extraeuropea (si ricordi il campo di quasi 10.000 davanti al tunnel sotto la Manica), ma anche europea (l’arrivo massiccio di Polacchi e altri in UK). Non menziono nemmeno i paesi dell’UE orientale. Contrariamente alla vulgata, la Francia è un paese di immensa immigrazione, tuttora. La Germania ha fatto entrare di un colpo un milione di rifugiati principalmente siriani, per motivi (di nuovo contrariamente alla vulgata) prettamente umanitari. E l’Italia che cosa ha fatto? Non aveva procedure di identificazione all’ingresso, non ha strutture decenti provvisorie per accolgiere gli aventi diritto, i centri sono spesso gestiti da affaristi legati alla politica, ora le sta smontando negando i diritti sostanziali, ha spinto gli immigrati irregolari verso i confini con altri paesi, non ha programmi credibili di integrazione, litiga, disinforma, sfrutta, non collabaroa, accusa; non è nemmeno un partner affidabile per soluzioni multilaterali pensate e implementate da altri. Prima di pensare soluzioni globali, bisogna sapere gestire a casa propria.

  3. Motta Enrico

    Un argomento che dovrebbe essere affrontato quando si parla di “politica multilaterale di apertura di vie legali
    e corridoi umanitari” è questo: il numero degli accessi dovrebbe essere limitato o illimitato? Immagino che la risposta sia: limitato. E non potrebbe essere altrimenti. Ma da qui sorge immediatamente un altro problema, di cui non si parla nell’articolo; cioè che oltre ai canali di immigrazione legale, ne sorgerebbero sicuramente, a mio parere, anche uno o più illegali, proprio come avviene oggi. Quindi si tornerebbe alla necessità di gestire l’immigrazione illegale, o accogliere tutti come è stato in anni recenti, fino al luglio 2017.

    • Andrea A.

      Non necessariamente. Supponiamo che immigrare abbia un costo, sia che lo si faccia legalmente che illegalmente. Se chi avrebbe le risorse per immigrare illegalmente può accedere all’immigrazione legale allora inevitabilmente l’immigrazione illegale si riduce. L’Europa(che ha bisogno di migranti) potrebbe agire per alzare il costo dell’immigrazione illegale consentendo a chi ha più bisogno (corridoi) o chi più capace/competente di arrivare legalmente.

      • Henri Schmit

        Giustissimo! Gli altri paesi questo lo fanno già, chi più chi meno, chi meglio chi peggio. Qua invece si litiga dimostrando incapacità gestionale anche per scarsità di risorse e tutto sulla pelle di alcuni poveracci.

  4. Davide

    In realtà i fatti vi smentiscono completamente: Frontex ha mostrato come gli ingressi illegali in Europa siano ai minimi da 5 anni, e calati del 92% rispetto al picco del 2015. Questo calo è dovuto principalmente (parole loro) al calo della rotta verso l’Italia.
    Aggiungerei anche, rispetto al 2015, alla chiusura della rotta balcanica.
    Insomma, è vero che chiudendo una rotta i migranti cercano un’altra via (ora la Spagna invece dell’Italia), ma questo non inficia minimamente la riduzione complessiva del fenomeno. -92% è un dato che non lascia spazio a molte repliche.
    Finchè continuate ad affermare cose smentite platealmente dai fatti, ma spacciandovi per “esperti”, è evidente che la popolazione non potrà che essere sempre più infastidita. E, ovviamente, l’Italia fa benissimo ad opporsi a proposte ONU di questo genere. La pretesa di questo soggetto di gestire affari dei singoli stati (come lo è il superamento dei confini e lo stabilirsi all’interno di uno stato) è oltremodo inaccettabile. Continuate così, ed assisterete allo sfascio della UE e dell’ONU.

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