La crescita cinese si ferma al 6,5 per cento nel 2018. E gli effetti della guerra commerciale non si sono ancora fatti sentire. Il vero nodo sono gli alti livelli di indebitamento delle imprese. Ma le autorità non sembrano avere soluzioni adeguate.

I numeri del rallentamento

La crescita cinese arranca. Ma stavolta sul serio. Dopo tre decenni di incrementi medi annui del 10 per cento (ammesso che fossero veri), il “New normal” del 6,5 per cento, tasso obiettivo annunciato nel 2014 come nuovo ritmo “contenuto, ma sostenibile”, già difficile da digerire, è stato raggiunto a mala pena: i quattro trimestri hanno riportato tassi via via più bassi e l’ultimo non ha superato il 6,4 per cento. Secondo gli ultimi dati divulgati dal National Bureau of Statistics, il 2018 ha registrato la minor crescita dal 1990, e le cose non promettono di migliorare, perché i motori dello sviluppo sono tutti inceppati.

L’enorme settore industriale cinese si è contratto a dicembre per la prima volta in due anni e mezzo, secondo i dati del governo pubblicati la settimana scorsa: il Purchasing Manager Index (Pmi) è crollato molto al di sotto delle previsioni – a 49,4 – a indicare un’attività manifatturiera in calo rispetto al mese precedente (la soglia critica del Pmi è 50). È vero che i servizi sono andati molto meglio, segnando un +7,7 per cento rispetto allo scorso anno, ma resta da capire quanto il settore, composto soprattutto da aziende di software e di servizi alle imprese, possa tenere questo ritmo con la produzione industriale in calo.

Certamente l’economia cinese risente degli effetti di uno scenario commerciale molto deteriorato rispetto ai valori degli anni scorsi, a causa della guerra commerciale con gli Stati Uniti. I dati mostrano un rallentamento dell’interscambio: nel 2018 le esportazioni sono aumentate solo del 7,1 per cento e le importazioni del 12,9 per cento, rispetto al 7,9 e 15,9 per cento del 2017 (Cnn). Ma per il momento la guerra commerciale ha meno “colpe” di quanto si pensi, perché i suoi veri e propri effetti devono ancora manifestarsi, anzi nei mesi appena passati può paradossalmente aver prodotto risultati contrari. I dati sulla crescita statunitense suggeriscono infatti che le aziende hanno importato di più per accumulare scorte in previsione degli aumenti di prezzo dovuti ai dazi. È un effetto destinato a svanire presto. Mentre il rallentamento globale farà diminuire le esportazioni anche verso altre economie. In realtà, agiscono altri fattori e il calo dell’interscambio potrebbe non essere la causa principale, e neppure quella più preoccupante, della frenata cinese.

Leggi anche:  Realpolitik della Cina in Afghanistan

Le cause profonde

Nel 2018 l’economia della Cina ha perso slancio soprattutto in seguito agli sforzi del governo per contenere gli alti livelli di indebitamento delle imprese. Il rapporto tra attivo e passivo è diminuito per tutte – più per quelle pubbliche che per quelle private – e i corsi azionari ne hanno pagato le conseguenze, mettendo ulteriormente in difficoltà le stesse imprese e bruciando i risparmi di molte famiglie. Il principale indice di borsa, lo Shenzhen Composite Index, dall’inizio dell’anno ha perso il 33 per cento, contagiando anche le borse occidentali.

Se questa è la situazione, non si vede come gli investimenti, l’unica vera fonte della crescita cinese negli ultimi 40 anni, possano restare stabili. Sia il finanziamento a credito sia la raccolta di risorse in borsa sono più difficili che mai, così molte aziende private sono arrivate al punto di chiedere o accettare partecipazioni statali, e nello stesso tempo molte imprese di stato hanno accolto capitali privati. Si crea così un sistema di partecipazioni pubblico-private volto più a coprire i problemi di indebitamento che a risolverli. Più stato nelle imprese significa spesso minor produttività e minor efficienza, i due punti di forza del settore produttivo privato nei tre decenni gloriosi (1980-2010). Si configura una massiccia ri-nazionalizzazione da parte dei governi locali di imprese precedentemente privatizzate, fenomeno già presente tra il 1999 e il 2007, ma in aumento dal 2014, con conseguenze negative su profittabilità e produttività del lavoro (è collegato al riassorbimento di parte della disoccupazione). I dati a livello provinciale mostrano che una maggior frequenza delle ri-nazionalizzazioni è associata a più alte riduzioni del tasso di crescita della provincia.

I segnali più preoccupanti arrivano però dai dati sul consumo. Sebbene il quello al dettaglio e online resti vivace, gli acquisti di automobili, tradizionalmente un indicatore della dinamicità della domanda, sono in netto calo. Secondo i dati Oica (Organizzazione internazionale di costruttori di veicoli a motore) e Caam (l’associazione dei costruttori automobilistici in Cina), nel 2018 le immatricolazioni sono state 28,1 milioni, il 2,8 per cento in meno dell’anno precedente. Si tratta della prima flessione dal 1990 nel mercato auto più grande del mondo e fonte di profitti per molti produttori, cinesi ed esteri.

Leggi anche:  Così la Bidenomics vuol ricostruire l’America

In questo contesto, anche le autorità cinesi si ritrovano a corto di soluzioni: negli ultimi decenni quella preferita è stato il credito facile, che oggi però è da evitare. Tagli fiscali, riduzione dei tassi e nuove opere infrastrutturali finanziate dallo stato – le misure introdotte finora – potranno forse posticipare il peggio, ma non evitarlo.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!