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La rete bucata

Dieci anni fa esplodeva la crisi finanziaria. In “La rete bucata. Le regole e i controlli sulla finanza”, Angelo Baglioni spiega cosa è stato fatto perché non si ripeta. Il quadro non è consolante. Pubblichiamo qui un estratto dell’introduzione al libro.

Una massa di nuove regole

Dieci anni or sono, nel settembre del 2008, falliva la banca americana Lehman Brothers. Fu il momento culminante di una crisi finanziaria di portata storica e dalle conseguenze pesantissime.

La crisi ha avuto origine nel mondo delle banche, nel quale sono emersi vistosi problemi, relativi sia alla loro gestione sia alle regole e ai controlli su di esse. Ora molti si chiedono: in questo decennio, cosa è stato fatto perché quei problemi venissero risolti? Come hanno reagito i responsabili delle regole e dei controlli sulla finanza: hanno dato una risposta efficace, tale da scongiurare il ripetersi di quegli errori? Il sistema finanziario è oggi più sicuro di dieci anni fa?

Questo libro cerca di rispondere a queste domande. Lo fa proponendo un percorso attraverso i principali interventi che sono stati fatti nel campo della regolamentazione finanziaria. La risposta di fondo, che emerge dall’analisi, non è molto consolante. Non che le autorità siano rimaste inoperose di fronte alla crisi. Anzi, la reazione dei regolatori è stata massiccia: essa ha generato una produzione enorme (tuttora in corso) di nuove regole; allo stesso tempo sono nate nuove autorità di controllo. Bisogna riconoscere lo sforzo fatto di mettere in sicurezza il sistema bancario, sotto il profilo del patrimonio e della liquidità. In Europa, l’avvento della vigilanza unica, affidata alla Banca centrale europea, ha rappresentato un passaggio storico. Tuttavia, la reale efficacia della nuova architettura delle regole finanziarie sembra debole: spesso la loro complessità nasconde l’incapacità di incidere sui comportamenti dei soggetti regolati. È come se fosse stata gettata sulle banche una rete fitta, ma piena di buchi: eccezioni, scappatoie, possibilità di manipolazioni, tentativi delle stesse autorità (nazionali) di non applicare le regole europee più sgradite. Da qui il titolo del libro: La rete bucata.

I buchi nella rete

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Partiremo con i compensi dei top manager, che spesso destano scalpore per i loro livelli stellari. Il problema principale è che essi contengono una forte componente variabile (premi, azioni, opzioni su azioni) che premia i manager quando ottengono buoni risultati ma non li penalizzano nel caso opposto: questa asimmetria genera un incentivo ad aumentare i rischi della gestione bancaria. La regola che pone un limite alla parte variabile dei compensi manageriali esiste, ma serve sul piatto d’argento la via per eluderla: il limite si applica solo a coloro che sono ritenuti “rilevanti” per il rischio di una banca. E chi decide se un manager è rilevante oppure no? Le banche stesse.

Poi ci occuperemo di quello che è probabilmente il buco più grande nella rete delle regole sulla finanza: i requisiti di capitale. Questi prendono come riferimento l’attivo ponderato per il rischio, che a sua volta viene calcolato da molte banche con sofisticati metodi elaborati da loro stesse: i modelli interni. La scatola nera di questi metodi quantitativi lascia spazio a manipolazioni, tali da rendere poco affidabili i requisiti patrimoniali che li prendono come base. Lo stesso Comitato di Basilea, dove si partoriscono le regole sul capitale, si è reso conto dei problemi creati dai modelli interni ed è recentemente corso ai ripari; tuttavia, le limitazioni all’uso dei modelli interni entreranno in vigore tra diversi anni.

La tutela del risparmio passa anche per la trasparenza: gli investitori dovrebbero ricevere informazioni semplici e sintetiche, che li rendano consapevoli dei rischi che corrono. Ma questo spesso non accade. Le regole di trasparenza non mancano. Il problema è che le autorità seguono spesso un approccio puramente formale. Pensiamo, ad esempio, al prospetto informativo: un documento di centinaia di pagine e ricco di informazioni, ma che nessuno legge proprio per la sua lunghezza e tecnicità. Un altro esempio è la compilazione del profilo di rischio dell’investitore, imposta dalla direttiva Mifid: tutti coloro che hanno fatto questa esperienza sono usciti dalla banca con la netta sensazione di avere partecipato a un rito inutile.

La mancanza di trasparenza ha reso dirompente l’introduzione delle nuove regole europee di gestione delle crisi bancarie, contenute nella direttiva sul bail-in. È vero che le autorità europee hanno commesso l’errore di applicare la direttiva in modo retroattivo: ai titoli già esistenti. Ma in Italia ciò ha creato più problemi che altrove, poiché le banche avevano collocato obbligazioni subordinate agli investitori al dettaglio senza avvertirli della maggiore rischiosità di questi strumenti rispetto alle normali obbligazioni. Lo sconcerto creato dal “salvataggio” di banca Etruria, e delle altre tre banche locali, ha indotto le autorità del nostro paese a ricercare soluzioni caso-per-caso per gli altri dissesti bancari, imbarcandosi in lunghe trattative con le autorità europee per evitare l’applicazione del bail-in. E così la certezza delle regole e la credibilità del nuovo regime di gestione delle crisi si sono perse per strada.

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Uno dei fattori determinanti della crisi finanziaria è stata la cartolarizzazione dei prestiti bancari, passata un po’ di moda dopo l’esplosione della crisi. Essa ha inondato i mercati finanziari di prodotti opachi e complessi. Le società-veicolo, create per costruire le operazioni di cartolarizzazione, sono le protagoniste del sistema bancario “ombra”, che sfugge ai controlli a cui sono soggette le banche. L’Unione europea ha adottato (nell’ottobre 2017) un regolamento che punta a rivitalizzare il mercato delle cartolarizzazioni, seppure limitatamente a operazioni che rispettino determinati requisiti di semplicità, trasparenza e standardizzazione. Questa cartolarizzazione di nuova generazione si presenta diversa da quella che ha prodotto gli eccessi del passato, ma non è immune dal suo vizio di fondo: essa riduce l’incentivo delle banche a selezionare accuratamente i debitori.

Angelo Baglioni, La rete bucata. Le regole e i controlli sulla finanza, 2018, Mondadori Università, 13 euro.

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  1. Savino

    Diciamoci la verità’: la crisi del 2008 rimane sullo sfondo solo come un grande alibi per giustificare le problematiche non di natura finanziaria ma strutturale in capo al mondo economico e al nostro Paese in particolare. Piuttosto, sarebbe interessante indagare sulle concause a livello motivazionale e di aspettative che hanno portato le paure di una crisi a durare più delle due guerre mondiali messe assieme, il che mi fa sembrare il tutto scandaloso. L’Italia, in seguito ai sacrifici del dopoguerra e al conseguente boom degli anni ’60, ha basato la crescita economica sul concetto di fortuna e questo è stato il grande errore, assieme all’aver scambiato il welfare per diritti dovuti. Con l’asticella delle aspettative egoistiche così alta, non meravigliano le pretese di oggi sul reddito di cittadinanza e su quota 100, nonostante lo scarno bilancio presente. Quindi, la crisi del 2008 non c’entra nulla e le lamentele continue su un’economia che sarebbe bloccata per gli operatori hanno solo una squallida origine, ma chi le fa deve sapere che questa volta non è piangendo miseria che si risolveranno le cose e non sarà mamma-Stato a poterci togliere le castagne fuoco.

  2. Ricardo_D

    Professor Baglioni, non crede che la soluzione per evitare un’ulteriore crisi finanziaria debba passare da un’educazione economico/finanziaria che parta dai livelli più bassi di istruzione? L’esempio riportato del questionario MiFID è indicativo: se la manca la cultura economico/finanziaria, come è possibile pretendere che siano sempre le autorità pubbliche a metterci una pezza?

  3. Henri Schmit

    Non è facile trattare il tema dell’articolo e del libro del prof. Baglioni. I rischi sono da un lato sentenze di colpevolezza generiche e dall’altro analisi asettiche con pretesa di scientificità. L’autore sembra riuscire ad evitare entrambi i pericoli. Il compenso dei manager è un problema solo se lo decidono loro stessi (funziona come ricatto: se non mi pagate svuoto il sacco) o se non rispondono a nessuno. Condivido il commento di ‘savino’: la crisi è stata utilizzata – non solo in politica, ma anche nei FSR di Bankit, almeno fino al 2017 – come pretesto per occultare i veri problemi del sistema bancario italiano, da cercare nelle condizioni giuridiche (e forse culturali, intimamente legate) delle attività aziendali e creditizie, specifiche al paese. Gli studi econometrici di solito ignorano, e quindi nascondono, i fattori più antropologici (il capitale umano, il discorso pubblico, i valori effettivamente rispettati e fatti rispettare dalle autorità competenti) e rinforzano (inconsapevolmente o per conflitto d’interessi?) la cultura formalista che svuota il significato delle regole. Non vale il pretesto dell’entrata in vigore di nuove regole di Basilea o della seconda Mifid per gestire da subito meglio la banca e i suoi servizi.

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