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  1. Giovanni Rossi Rispondi
    comincio dalle ultime righe del suo articolo che cito "...…..Occorre che a reagire sia la “società civile”, se è consapevole del fatto che insegnanti chiusi entro le proprie barriere disciplinari non daranno alle future generazioni quelle competenze, anche quali cittadini, delle quali oggi più che mai si sente la mancanza……. " La società civile di cui parla sembra essere impegnata altrove. Aggiungere altri 3 anni di formazione dopo la laurea risulta a mio modesto parere inutile; parlo con cognizione di causa, visto che insegno da 34 anni avendo vinto con merito 2 concorsi a cattedre. Sono un Ingegnere e nella mia scuola ( un ITIS ) a quasi 2 mesi dall'inizio dell' anno scolastico risultano ancora scoperte le cattedre di specializzazione delle discipline tecniche ed in matematica; e' vero non ho avuto una formazione specifica all'insegnamento, ma la qualità degli studi intrapresi e l'attività professionale ultratrentennale che svolgo come ingegnere mi ha restituito competenze interdisciplinari che sono piuttosto rare da trovare nei giovani insegnanti e laureati di oggi; non è un caso che la mia attività nel campo dell' alternanza scuola - lavoro dia i frutti sperati; attività ovviamente non retribuita. Allungare il "brodo " della formazione post laurea per avere accesso ad una scuola in cui non esiste meritocrazia, ne carriera non puo' stimolare giovani e brillanti laureati ad intraprendere questa attività con stipendi che sono tra i più bassi d' Europa.
  2. Marco Spampinato Rispondi
    Articolo e interventi mi sollecitano la stessa riflessione: molti sottoscrivono l'affermazione che conoscere bene una disciplina non equivalga a saperla insegnare. Alcuni sanno che entrano in gioco pedagogia e background sociali, linguistici e culturali. Eppure il discorso pubblico scivola subito su aspetti di tipo 'sociale': classe sociale, condotta, relazioni sociali. Questi elementi sono usati anche come ‘cause’ per spiegare risultati cognitivi - aggregati. La pedagogia e i processi cognitivi attivati nell'apprendimento sono così ridotti, implicitamente, a modelli di interazione sociale e di regolazione dell’emotività. Ha senso? E’ tutto qui? La difficoltà sembra essere concettualizzare l'insegnamento come una interazione che certo è ‘sociale’ (ovvio!), ma sopratutto ‘culturale’, e quindi ‘intellettuale’ -se questi aggettivi non sono malintesi. L’insegnamento ‘sollecita’, ‘favorisce’ oppure ‘ostacola’, ‘inibisce’ modi di pensare, atteggiamenti, processi cognitivi, non solo comportamenti sociali o modalità di regolazione delle emozioni (su cui applicare un ‘trattamento specialistico’ separato). Congiunta alla cognizione, la componente affettiva o (e)motiva rileva, sopratutto, in quanto motiva(zionale). Da qui il dubbio che il dibattito pubblico stia evitando con ammirevole accuratezza di andare al cuore, al centro, del problema educativo, rifugiandosi nell’aspettativa che il fiore della conoscenza (o competenza) scaturisca da una ’disciplinata mescolanza’ delle differenze.
  3. Kaspar Hauser Rispondi
    Considerato, se non sbaglio, che per l'insegnamento occorre la laurea specialistica, quindi 5 anni, aggiungere altri 3 anni significa 8 anni almeno, ma proprio almeno, dal diploma, quindi nella situazione migliore possibile ingresso nel mondo del lavoro a 27 anni. Invece di anticipare l'ingresso nel mondo del lavoro lo posticipiamo sempre più. Non sarebbe stato meglio creare nell'ambito dei corsi di laurea, degli indirizzi dedicati alla didattica, con accesso preferenziale all'insegnamento?
    • Giancarlo Cerini Rispondi
      Oggi in genere si diventa di ruolo tra i 35 ed i 40 anni e pochissimi sono i docenti di ruolo al di sotto dei 30 anni! COl nuovo modello a 27 si potrebbe già essere di ruolo e a 26 avere una retribuzione come supplente e a 25 un assegno di studio. Oppure è meglio tra i 24 e i 35 anni presentarsi ai vari concorsi e spizzicare qualche supplenza?
  4. paolo Rispondi
    per la mia esperienza, come studente e docente media superiore, la capacità media relazionale e didattica degli insegnanti medi è di gran lunga superiore dei docenti universitari (che nel siss neppure usavano le pratiche che predicavano di usare). professore universitario di didattica mi è sempre sembrato un ossimoro
  5. pasquale morea Rispondi
    Concordo con l'autore, un insegnate non è tale perchè ha vinto un concorso, deve anche essere capace di trasmettere altro che non solamente la propria disciplina, in classe hai persone diverse e devi costruire e mantenere una identità di gruppo, comprendendo quando spingere e quando rallentare, non tutti gli alunni sono "fulmini di guerra" sopratutto in questo particolare momento storico. Sopratutto, essere integro con te stesso in particolare con quelli giovani e minorenni e aiutarli a maturare le proprie convinzioni senza forzature o abusi.
  6. ELENA SCARDINO Rispondi
    Laureata in Lettere antiche nel 1962, dopo una supplenza annuale in una prima liceo classico per italiano, latino e greco per la quale non data la congruenza con la mia preparazione ho avuto difficoltà data la congruenza con la mia preparazione, ho avuto invece un incarico triennale nell'interland milanese in classi di scuola media affollati di figli immigrati dal profondo sud: qui ho dovuto improvvisare competenze relazionali qua che non avevo, e l'ho fatto sulla pelle dei ragazzi e mia, senza nessuna formazione e con tanta fatica: quanto bisogno avrei avuto di preparazione adeguata, di tirocinio guidato..ma vedo che siamo ancora allo stesso punto, purtroppo.
  7. roberto bianchi Rispondi
    I fabbisogni formativi degli insegnanti si giocano oggi sulle competenze relazionali ed emotive. Le nostre università offrono eccellenti percorsi sulle discipline, ma laddove non vi è relazione significativa non avviene apprendimento. I ragazzi di oggi esprimono bisogni emotivi sconosciuti alle generazioni del passato e gli insegnanti devono essere preparati a gestirli.