logo


  1. Marco Spampinato Rispondi
    Ciò che il concetto di rendimento economico dell'istruzione non interpreta è la motivazione extra-economica a svolgere una certa attività. Se chi persegue un’istruzione elevata lo fa per un motivo ulteriore rispetto al rendimento monetario (e ad aspetti di ‘status’), l’impossibilità di svolgere un lavoro nel quale le competenze acquisite siano utilizzate, e ulteriormente sviluppate, può generare demotivazione –consapevole o inconsapevole– e dequalificazione. Questi processi di demotivazione sono un nemico invisibile e poco compreso –sono più difficili da concettualizzare e da misurare. Varrebbe la pena studiarli sul serio, seguendo un approccio psicologico: il problema diventerebbe non tanto (o non solo) quello del rendimento economico sufficiente a giustificare l’investimento in istruzione (in molti Paesi l’investimento è sostenuto in misura importante dal pubblico), quanto quello del ’rendimento cognitivo’ – dato che i bisogni aggiuntivi creati dall'istruzione hanno quella natura (non riconosciuta dall'espressione 'overeducation' ). Lo stesso ‘brain drain’ è interpretabile come una soluzione privata alla demotivazione più che all'assenza generica di lavoro o di retribuzioni adeguate.
  2. micheledisaverio Rispondi
    Probabilmente esistono anche alcune soglie critiche, considerando che la retribuzione è correlata più strettamente alla mansione effettivamente svolta che alla qualifiche del lavoratore.. Parlerei di overstudying. Il laureato medio può risultare meno pagato che nel resto d'Europa perché, per la mansione (impiegatizia) che si trova a svolgere, è più che sufficiente un livello di istruzione inferiore. Grazie e complimenti. micheledisaverio
  3. Catello Apuzzo Rispondi
    l'analisi del rapporto conferma un dato socio politico dal quale non si può assolutamente prescindere, quello del mercato del lavoro che non necessità e quindi non può assorbire competenze che dovrebbero scaturire da una formazione scolastica allineata anche alle esigenze di un paese.Dovremmo domandarci e analizzare come sia stato possibile, in pochi decenni, ritrovarci in un paese che ha perso la sua connotazione industriale, quella prevalente manufatturiera e ad alto contenuto tecnoclogico, che la vedeva fino alla metaà del secolo scorso tra le prime al mondo. Settori quali, areonautica civile, chimica, elettromeccanica ad alto contenuto tecnoclogico, informatica, elettronica di consumo, e non ultima l'industria automobilistica.Può un paese, appartenente alla 7 maggiori economie avanzate del mondo, non avere più un tessuto industriale avanzato? come si può pensare di avere uno sviluppo, ad alto contenuto tecnologico creativo, senza le grandi risorse necessarie per la ricerca che solo I grandi gruppi industiali posso fornire?Certo la terzializzazione e le sole politiche di sviluppo dei servizi non sono e non sono state sufficienti ad arginare la perdita di competività intelletuale.Andrebbe analizzato uno degli indicatori più espliciti per misurare la creatività tecnologica di un paese che è il numero di domande di brevetto in ambito internazionale(epo), nel 2017 , l'Italia si piazza al decimo posto tra i Paesi più attivi dei 28 UE nelle richieste.Creare tecnologia proprietaria che scaturisce dai contenitori della ricerca e sviluppo, nel lungo periodo, è assolutamente conveniente perchè può garantire sviluppo, crescita e dare il giusto valore all'istruzione.
  4. bob Rispondi
    qualcuno come al solito dimentica la Storia caratteristica di questo Paese. Il costume l'atteggiamento mentale di dire " prenditi un pezzo di carta poi....." non vi dice nulla? Qualcuno che considerava il nostro patrimonio artistico " quattro sassi.." ?? Territori che nel 2018 ancora hanno percentuali di analfabeti da paura ...e se ne vantano pure non vi dice nulla?
  5. z f k Rispondi
    Non ho fatto i conti, ma mi chiedo se il differenziale sia appetibile sul lungo periodo: dove si incrociano le curve sul reddito cumulativo di chi comincia prima a lavorare e chi deve recuperare l'investimento (in tempo e denaro) fatto per ottenere un titolo di studio superiore?
  6. Massimo Rispondi
    Domanda non retorica: per questa indagine è stato tenuto conto dell'estrazione socio-culturale delle persone, soprattutto per le qualifiche più elevate? Alcuni notano che la famiglia d'origine ha grande influenza sulla carriera lavorativa. Probabilmente ciò dipende in larga misura da differenze in termini di capitale sociale e capitale economico, ma anche di capitale culturale (cfr. Pierre Bourdieu). Se i titoli più alti si trovano (come sembra) in una correlazione rilevante con condizioni socio-culturali di partenza vantaggiose, non tenendone conto non si sarebbe isolato correttamente l'impatto del titolo di studio sugli esiti lavorativi. Insomma, certe persone potrebbero laurearsi di più e raggiungere posizioni lavorative migliori perché avvantaggiate in partenza. Mi sbaglio? A quali esiti lavorativi giunge chi ottiene una laurea o addirittura un dottorato partendo da condizioni meno vantaggiose?
  7. Luigi Rispondi
    Dati molto interessanti. Dove posso reperire i dati assoluti riguardo alle retribuzioni, e non solo la maggiorazione rispetto ai senza titolo? Grazie e complimenti.
  8. Stefano Matteucci Rispondi
    A mio parere giova chiamare le cose col nome e cognome. Non è il generico "mercato del lavoro" che è incapace di assorbire e premiare le qualifiche più elevate. E' la abnorme incidenza nel panorama italiano di aziende per lo più piccole, a basso contenuto tecnologico e di una classe dirigente perfettamente allineata a queste ultime. Non è affatto un fenomeno nuovo, ma è stato per anni sottaciuto. La cosa probabilmente è apparsa subito evidente a chi, con preparazione elevata, ha iniziato a lavorare fin dai tardi anni '80.
  9. Savino Rispondi
    Il titolo di studio alto diventa propedeutico al reddito di cittadinanza, mentre i geometricchi si devono occupare dei ponti e il personale medico sanitario migliore è quello che pulisce seppie in ambulatorio. Forza, avanti così verso il benessere.