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Copyright: vincono i produttori, sconfitte le piattaforme

Il Parlamento europeo ha finalmente approvato la nuova direttiva sul copyright. Segna un punto a favore dei produttori di contenuti online rispetto alle grandi piattaforme che li distribuiscono. Ed è una buona notizia. Come neutralizzare il rischio censura.

La tutela dei diritti di proprietà, anche intellettuale

Molto probabilmente esiste un larghissimo accordo intorno all’importanza dei diritti di proprietà per il buon funzionamento di un’economia di mercato, pur in presenza di un settore pubblico di dimensioni relative ampie. Secondo un vasto novero di scienziati sociali, che va dai giuristi ai filosofi, dagli scienziati politici agli economisti, la loro definizione e tutela rende più ordinata e vivibile la vita collettiva, anche se ciò può portare a una disuguaglianza notevole nella distribuzione di questi diritti.

Gli economisti sono particolarmente interessati al modo in cui diritti di proprietà ben definiti inducano cittadini e imprese a investire di più, in modo tale da aumentare l’utilità e il rendimento che ricavano dai beni che ne sono oggetto: perché mai dovrei ristrutturare una casa se esiste un rischio elevato di essere espropriato oppure di essere deprivato del bene da parte del primo che passa?

La civiltà industriale si è col tempo sviluppata anche grazie alla definizione dei cosiddetti diritti di proprietà intellettuale, cioè sulle opere dell’ingegno umano (brevetti, software, design, marchi, diritto d’autore), fissando generalmente limiti temporali, cosicché, a un certo punto, le idee possano diventare patrimonio comune – e non privato – degli esseri umani.

La tecnologia, nel nostro caso l’invenzione di internet insieme con il ruolo progressivamente più esteso dei social network, impone la necessità di pensare a come questi diritti di proprietà intellettuale – e in particolare i diritti d’autore – debbano essere tutelati in presenza di una possibilità di espandere (quasi) infinitamente i contenuti digitali: può accadere infatti che lo stesso filmato o la stessa notizia divenga virale e finisca per apparire su centinaia di migliaia di pagine internet. Per qualche tempo è stata coltivata l’illusione che i meccanismi di trasmissione dei contenuti su internet potessero essere decentrati secondo un meccanismo apprezzabilmente “democratico”. Al contrario, la dominanza di pochi motori di ricerca e pochi social network ha fatto sì che la distribuzione dei contenuti sia invece prevalentemente avvenuta in maniera accentrata, secondo un meccanismo di finanziamento basato in larga parte sugli introiti pubblicitari ottenuti dalle grandi piattaforme. La lamentela dei produttori di contenuti è che le piattaforme hanno potuto sfruttare i contenuti senza pagare “il giusto prezzo”, che dipenderebbe per l’appunto da una remunerazione del diritto d’autore: ciò vale per giornali e produttori di notizie nei confronti dei siti che aggregano le notizie, come Google News, e per i produttori di video e brani musicali che compaiono su YouTube e social network come Facebook e Twitter.

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Due articoli per i produttori di contenuti

Ebbene, questa settimana il Parlamento europeo in seduta plenaria ha approvato a larga maggioranza una direttiva sul copyright digitale che – negli articoli 11 e 13 – sposta il bilanciamento della tutela del diritto d’autore nella sfera digitale a favore dei produttori di contenuti e a svantaggio delle grandi piattaforme. L’articolo 11 in particolare si focalizza sull’estensione del diritto d’autore per gli editori e in generale i produttori di notizie rispetto agli “information society service providers”, cioè le piattaforme che ospitano link e riassunti delle notizie. Naturalmente, le grandi piattaforme – da Google a Facebook, a Twitter – hanno rimarcato come l’aggregazione di contenuti da parte loro aumenti di molto il numero di utenti che vengono smistati dalle piattaforme stesse agli articoli originali, così da aiutare i produttori a ottenere ricavi, pubblicitari e non. La replica degli editori è che – nel caso delle notizie – il riassunto della notizia stessa è la notizia, cosicché la piattaforma finirebbe per cannibalizzare i siti originali senza un’adeguata compensazione.

Nel caso invece dell’articolo 13, il riferimento è ai contenuti audio e video, per i quali è necessario che le piattaforme verifichino l’identità di chi detiene il diritto d’autore e – grazie a tecnologia adeguata – siano in grado di rimuoverli sotto richiesta di chi detiene i diritti originali. I detrattori della norma lamentano il rischio di censura, nella misura in cui ogni riutilizzo creativo di contenuti, ad esempio nella forma di una parodia o di una replica, sia potenzialmente soggetto alle richieste di eliminazione dalla piattaforma da parte dei creatori dei contenuti originali.

Come al solito nelle faccende sociali, economiche e giuridiche, entrambe le parti coinvolte nella contesa hanno le loro ragioni da far valere attraverso attività di lobbying e di propaganda verso l’opinione pubblica. In attesa che il processo legislativo UE faccia il suo corso (è necessaria l’approvazione dei singoli stati perché la direttiva possa essere definitivamente applicata attraverso provvedimenti legislativi nazionali), si può rilevare come sia sensato che il pendolo della tutela dei diritti di proprietà e di utilizzo da parte di terzi si muova ora nella direzione favorevole ai primi, così da incentivare e finanziare la produzione di contenuti. Tuttavia, per rispondere alle forti critiche mosse dagli oppositori, è importante che il pendolo non si sposti eccessivamente nella direzione presa questa settimana, e in particolare che si eviti un utilizzo strumentale della nuova disciplina – specialmente dell’articolo 13 – per censurare contenuti sgraditi. Sotto questo profilo è opportuno rammentare che nulla vieta, anche nel nuovo contesto normativo, di produrre contenuti gratuiti per i quali nessuna disputa “sul giusto prezzo” può aprirsi, in quanto il produttore stesso ha deciso di facilitare la diffusione azzerando il proprio guadagno monetario diretto.

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  1. Ermes Marana

    Ci vuole un bel coraggio a dire che in questa riforma del copyright “vincono i produttori”; la legge approvata é un pastrocchio frutto proprio dell’influenza delle varie lobby e che dimostra un’ignoranza totale dei piú comuni processi di distribuzione dei contenuti nel 2018.
    Giá parlare di “copyright” é incorretto (dato che, per esempio, questo articolo lo sto leggendo in un browser che in automatico copia localmente i dati sul mio sistema senza che possa intervenire), si dovrebbe cominciare parlare di “Distribution rights” e affrontare la questione in una maniera piú ampia e inclusiva. La legge approvata invece va nel senso opposto: introduce misure impossibili da soddisfare (il ContentID é pura speculazione, la “linktax” semplicemente inesigibile) creando giá situazioni paradossali (impossibile per esempio farsi selfie allo stadio) il tutto mitigato da misure iperspecifiche (l’esclusione per GitHub?) e lasciando enormi margini di manovra per qualsiasi Governo che voglia usare queste regole per stringere sulla libertá di espressione: gli “upload filers” possono giustificare qualsivoglia forma di controllo dei contenuti.

    Da Mogol mi sarei pure aspettato una difesa di questo pastrocchio, ma vedere che la stessa posizione é presa da “La Voce” é stata una sorpresa piuttosto deludente.

    (Per spiegare la questione sarebbe stato piú semplice e corretto porre semplicemente il link al sito di Julia Reda del partito pirata tedesco: https://juliareda.eu/en/)

  2. Buongiorno, ho letto con attenzione l’articolo, che apprezzo per l’equilibrio, seppur sbilanciato in apertura con “è una buona notizia”. Vorrei sottoporle alcune osservazioni del tutto personali che ho raccolto leggendo diverse voci nel settore, dal giornalismo fino al mio campo (tecnologico).
    1. Articolo 13: forza le piattaforme online a “installare” filtri di contenuti prodotti da poche aziende (costosissimi), per filtrare i contenuti degli utenti e capirne il contenuto non autorizzato: Su tutti i contenuti (video, immagini, musica), con le piattaforme direttamente responsabili. Mi sembra limitazione della libertà di espressione: una tecnologia non può distinguere tra copyright infringement e un utilizzo permesso, come meme, etc..
    2. Articolo 11: diritti di copyright extra ai “media”. Si dovranno pagare i media per link a loro articoli (link e snippet oltre UNA PAROLA SINGOLA?). Inoltre, una persona che partecipa ad un evento sportivo non può più pubblicare selfie o video dell’evento stesso. Limitazione folle.
    3. Eccezioni: pochissime, stanno tagliando le gambe ad un’Europa ormai già stanca e arretrata da un punto di vista tecnologico, di idee, di circolazione di informazioni. Come si può limitare l’uso a così poche eccezioni (Wikipedia, qualche no-profit scelta come)? Quantomeno lasciare libera circolazione a librerie, start-up, organizzazioni di ricerca! NESSUNO investirà più in Europa.
    4. L’utente finale è danneggiato, con eccezioni bocciate tipo il freedom of panorama.

    • Aggiungo solo parole di un certo peso di uno dei massimi esperti sull’argomento, Ryan Merkley, CEO di Creative Commons (l’EU dovrebbe aggiornarsi in questo senso!), ha speso parole durissime (a proposito, posso riportarle o devo pagare qualcosa a qualcuno?? 🙂 ) Credo possano far riflettere: 
If you’re a regular person or an independent artist who needs the internet for your every day life or for work or for fun, if you’re somebody who reads articles online or makes your own music or has an idea for a startup, or you’re a scientist who wants to cure a disease, you lose in this proposal. The EU is a less good place to make your art, to make your music, or to drive innovation or discovery.

  3. alessandro

    Mi permetto di segnalarle:
    Filtri, link, contenuti degli utenti. Cosa cambia con la riforma del copyright di Bruno Saetta @brunosaetta bruno@valigiablu.it

    Ricorda di citare la fonte: https://www.valigiablu.it/direttiva-copyright-parlamento-europeo/
    Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it

  4. Giuseppe GB Cattaneo

    La proposta di legge approvata dal parlamento europeo è una porcata.
    a) non tutela gli autori, ma gli editori e le piattaforme.
    b) siamo certi che le piattaforme non abbiano la forza economica per accentrare i contenuti?
    c) per gli editori potrebbe essere una vittoria di Pirro

  5. Aggiungo a quanto detto dagli altri commentatori che quel “- grazie ad una tecnologia adeguata -” riferito agli “upload filter” è ben al di là dal venire.

    I filtri di oggi sono costosi e pareccio imperfetti.

    Nel peggiore dei casi avremmo un numero inaccettabile di falsi positivi (vittima recente, la Blender Foundation); nel “migliore” stiamo cementando una supremazia statunitense sul mercato tagliando le gambe a qualsiasi nuovo player.

  6. Andrea

    Ma sviluppare e far operare dei filtri come quelli richiesti é fattibile. Non si rischia di escludere coloro che non dispongano di mezzi finanziari per dotarsene ? Si rafforzerebbe cosi l’oligopolio degli attuali top player. Oppure l’articolo 13 prevede dei limiti di fatturato per applicarsi ?

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