Il 2017 è stato il quarto anno di crescita consecutivo del nostro paese: +1,5 per cento rispetto al 2016. È una ripresa fortemente trainata dalle esportazioni. Per questo rischia ora di frenare di fronte a tendenze protezionistiche e guerre commerciali.

I numeri del miracolo italiano

Della crescita conosciamo gli ingredienti, ma non la ricetta, sosteneva il premio Nobel per l’Economia Bob Solow. Uno degli “ingredienti” che ha permesso al nostro paese di intraprendere la via della ripresa, dopo la grande crisi, è senza dubbio nella quota di esportazioni, cresciute di oltre il 30 per cento dal 2010, mentre sono decisamente più contenuti gli andamenti sul lato dei consumi interni e degli investimenti (figura e tabella 1).

Sono tendenze di dimensioni tali da consentirci di parlare di un vero e proprio piccolo miracolo italiano e che stonano con le simpatie per posizioni protezioniste, spesso manifestate nel dibattito politico interno.

Figura 1

Fonte: AMECO (SDW)

Tabella 1 – Pil e componenti. 2016-2017, Italia

Fonte: Eurostat

L’andamento dei beni italiani venduti all’estero conferma poi i suoi ottimi risultati anche rispetto alla quota delle esportazioni sul Pil: considerando i quattro maggiori paesi dell’area euro, negli anni dopo la crisi il nostro si è costantemente collocato al secondo posto, dopo la Germania, raggiungendo nel 2017 quota 27 per cento. Un dato in crescita dal 2009 e il cui andamento positivo, anche in termini assoluti, ha attraversato con contraccolpi relativamente ridotti gli anni della crisi del debito sovrano.

Se alla quota di beni esportati si aggiungono poi anche i servizi, l’incidenza dell’export sul Pil nel 2017 ha superato la soglia del 30 per cento.

Guardando infine al potere di mercato delle nostre esportazioni, calcolato tramite l’indice delle ragioni scambio – il rapporto tra il prezzo ponderato delle esportazioni e delle importazioni di un Paese –, dal 2012 questo è cresciuto più di quello delle esportazioni tedesche (figura 2), nonché di tutti gli altri partner europei. E nel 2016, la crescita del potere di mercato del nostro export, rispetto al 2010, è risultato secondo solamente a quello cinese e taiwanese, a livello globale. Il trend particolarmente positivo che l’indice – e quindi la Bilancia Commerciale – ha conosciuto dal 2012 in poi, può quindi essere ascrivibile sia ad un marchio, quello del made in Italy, particolarmente forte, sia ad una quota maggiore di esportazioni verso Paesi nei quali si riscontra poca concorrenza.

Leggi anche:  Tre piani per cambiare volto all’America

Figura 2

Fonte: Ice su dati Commissione Europea ed Eurostat

Export: destinazioni e prodotti

Quanto ai principali partner commerciali italiani, per volume di esportazioni, nel 2016 le prime posizioni erano occupate, nell’ordine, da Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Spagna (figura 3). Questi cinque paesi, complessivamente, ricoprono da soli una percentuale poco più alta del 40 per cento del totale delle nostre esportazioni.

Figura 3 – Figura 4

Fonte: UNCTAD

A partire da questi dati, una prima considerazione riguarda la recente introduzione dei dazi americani. Gli Stati Uniti sono il terzo paese, per merci e servizi, verso cui l’Italia esporta, quindi la perdita di competitività derivante da un più alto costo dei nostri prodotti per i cittadini americani potrebbe causare una notevole riduzione dei volumi esportati. Se si considera inoltre la prospettiva del trade in value added (Ocse-Wto) – che tiene in considerazione il valore aggiunto delle catene di produzione di beni consumati all’estero – gli Stati Uniti risultano il primo paese verso cui l’Italia esporta (ultimo dato Oecd 2011). Un aumento dei dazi americani sulla merce europea potrebbe ripercuotersi ancor più negativamente sull’economia italiana. Anche se per il momento la lista dei beni interessati dall’introduzione delle misure è relativamente contenuta, nei casi di protezionismo la ritorsione è la regola; una guerra commerciale più aspra potrebbe perciò intaccare in modo considerevole la nostra quota di esportazioni statunitensi. Considerati i ridotti quantitativi di esportazioni di acciaio e alluminio (i principali prodotti interessati dai dazi americani), calcolati tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro, rispettivamente il 3,5 e il 4,5 per cento delle esportazioni totali verso gli Stati Uniti, per il momento non sono invece attesi contraccolpi particolarmente forti sull’economia del nostro paese.

Una menzione merita infine il caso della Russia, per la quale l’Unione europea ha introdotto sanzioni nell’estate del 2014. A seguito delle contro-misure previste del Cremlino, e con in concomitanza con la recessione russa, il volume delle esportazioni italiane è diminuito di circa il 30 per cento nel 2015, stabilizzandosi sullo stesso livello anche nell’anno successivo, con un calo di circa 3,2 miliardi di euro. Già nel 2013 le esportazioni verso la Russia rappresentavano però una percentuale molto ridotta dei volumi totali italiani, pari al 2,4 per cento, scesa poi all’1,6 nel 2016. Se una guerra commerciale con gli Stati Uniti potrebbe quindi avere risvolti importanti nel medio termine, i volumi di scambio con la Russia risultano relativamente bassi e una loro ulteriore riduzione avrebbe quindi un effetto limitato.

Leggi anche:  Va ora in onda la convergenza*

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!