Lavoce.info

Precariato: né governo né Confindustria hanno le idee chiare

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Vincenzo Boccia e Luigi Di Maio sui contratti a termine.

Precariato e decreto dignità

La legislatura a maggioranza Movimento 5 stelle-Lega è iniziata da quasi due mesi. E una delle misure caratterizzanti il governo nato da queste forze politiche è indubbiamente il cosiddetto decreto dignità. Molto legato alle battaglie condotte in questi anni dal Movimento 5 stelle, il decreto aspira, tra le altre cose, a contrastare gioco d’azzardo e delocalizzazioni produttive.

L’obiettivo principale, tuttavia, è quello di arginare l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato. Così, la loro durata massima scende da 36 a 24 mesi, tornano le causali dopo il primo anno e aumentano i contributi a carico dell’azienda. Proposta che, prontamente, ha provocato la reazione critica di Confindustria, che la definisce una legge inefficace, che aumenta l’incertezza delle regole, disincentivando investimenti e crescita.

Il decreto dignità ha dunque riacceso i riflettori sulla precarietà del mercato del lavoro italiano. La crescita dei contratti a tempo determinato, in particolare, è un tema dibattuto da anni. Ed è proprio su questo che Luigi Di Maio, ministro del Lavoro del M5s, e Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, si sono dati battaglia lunedì sera a Bersaglio mobile di Enrico Mentana (la7). In particolare, due affermazioni riguardo al numero, totale e relativo, dei lavoratori sotto contratto a termine, sono interessanti:

Boccia:“In Europa noi siamo nella stessa media di uso dei contratti a termine, 15 per cento l’Italia, 15 per cento la media europea, quindi non siamo né sopra né sotto”.

Di Maio: “Dalla fine del 2012 siamo passati da 3,1 milioni di contratti a tempo determinato a quasi 5 milioni di contratti a tempo determinato, a disoccupazione invariata”.

Le due affermazioni corrispondono a due visioni discordanti del precariato in Italia, una meno e una più pessimistica. A prescindere dal merito, però, i dati parlano chiaro. Partiamo, quindi, dalla dichiarazione di Boccia.

Lavoratori a termine: l’Italia nella media?

Per chiarezza, innanzitutto, parlando di contratti a termine ci riferiamo a coloro che operano senza un contratto a tempo indeterminato, ossia i lavoratori dipendenti a tempo: categoria che Eurostat indica come “temporary employees” e che viene comunemente utilizzata per le comparazioni internazionali in tema di precariato. È tuttavia necessario precisare che esistono contratti temporanei che non portano precarietà come per esempio quelli offerti a lavoratori altamente qualificati o quelli coperti da un generoso sussidio di disoccupazione.

Secondo le stime Eurostat, all’inizio del 2018 in Italia il 15,7 per cento dei dipendenti lavorava con contratti temporanei, contro il 13,9 europeo. Questi dati disegnano un’Italia con una percentuale di lavoratori a tempo più alta rispetto alla media europea. Media che è evidentemente sovrastimata dal 15 per cento di Boccia.

Per contestualizzare meglio la situazione di temporaneità del lavoro in Italia è utile dare uno sguardo alla figura 1. Se la Francia, con il suo 16,5 per cento, presenta una situazione simile alla nostra, in Europa sono solo quattro i paesi in cui si registrano percentuali maggiori del 20 per cento. Prima fra tutti la Spagna, dove, con le liberalizzazioni del lavoro volute dall’ex presidente del governo Mariano Rajoy, il 26,7 per cento dei lavoratori dipendenti opera con contratti temporanei. A prescindere dai casi limite, in paesi come la Germania e il Regno Unito, con tassi rispettivamente del 12,5 per cento e 5,5 per cento, il mercato del lavoro è molto meno precario di quello del nostro paese. Per non parlare del blocco dell’Est Europa, dove vi sono casi limite opposti (Lituania e Romania) in cui la percentuale è all’1,2 per cento.

In conclusione, il presidente di Confindustria avrebbe potuto riferirsi ai dati del 2016 quando effettivamente le percentuali di Italia e Europa erano simili e vicino al 15 per cento. Tuttavia la situazione oggi è cambiata. Sbaglia quindi quando dipinge un’Italia con meno contratti temporanei rispetto alla media europea: nel nostro paese la percentuale di lavoratori a termine non solo supera di circa due punti percentuali quella della media europea, ma anche quella della maggior parte degli altri paesi dell’Unione.

Figura 1


Fonte: Eurostat

Quanti sono i contratti a tempo determinato?

Se la narrazione di un’Italia in linea con l’Europa in termini di contratti a tempo non corrisponde alla realtà dei fatti, presentare un quadro corretto ma avvalendosi di dati disomogenei è fuorviante.

Luigi Di Maio afferma che i contratti a tempo determinato in Italia sono passati da 3,1 milioni nel 2012 a quasi 5 alla fine del 2017. I numeri coincidono con i dati del Rapporto annuale Inps di luglio 2018, ma l’errore sta nella definizione della grandezza in questione: Di Maio parla di contratti a tempo determinato, mentre i quasi 4,6 milioni annoverati dall’Inps sono la somma dei contratti a tempo determinato in senso stretto più i contratti stagionali, di apprendistato, a intermittenza e a somministrazione (l’insieme di queste categorie costituisce i cosiddetti contratti a termine). Stando alla definizione dell’Inps, queste tipologie di contratto possono essere sia a tempo determinato che a tempo indeterminato. Se si fa riferimento al tempo determinato in senso stretto, le cifre parlano di circa 2,8 milioni di contratti, sia secondo l’Inps che le statistiche Eurostat. Quasi la metà del numero citato da Di Maio. Tuttavia, va detto che tutte le tipologie contrattuali sopracitate sono caratterizzate da elementi di precarietà. E l’affermazione che il 2017 ha segnato il record di contratti temporanei in Italia è vera a prescindere dalle categorie incluse, come si può notare dalle serie storiche Eurostat. Ma ciò non avvalora un utilizzo scorretto di numeri e cifre corrispondenti a categorie diverse di lavoratori, che meriterebbero trattazione distinta.

 Figura 2


Fonte: Inps

Il verdetto

La questione dei contratti a termine e, più in generale, del precariato è un tema sensibile e oggetto di un intenso dibattito. Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, sbaglia quando equipara l’Italia al resto dell’Europa in termini di contratti a termine. I dati mostrano una differenza di circa due punti percentuali. La narrazione che emerge, che vede nell’Italia un paese esente da particolari problemi dal punto di vista di contratti a tempo, inoltre, è più che discutibile. Dall’altra parte, Di Maio confonde diverse categorie di lavoratori e, quindi, sovrastima gli occupati a tempo determinato. Ma, a prescindere da quali lavoratori vogliamo includere, l’utilizzo dei contratti temporanei è al massimo storico e in linea con quanto espresso (con imprecisione) dal ministro.

Il verdetto è, dunque, FALSO per Vincenzo Boccia e PARZIALMENTE FALSO per Luigi Di Maio.

Ecco come facciamo il fact-checking.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Il Punto

Successivo

Perché Ceta e Jefta sono accordi da ratificare

  1. stefano zara

    In base ai dati da voi esposti ribalterei il verdetto: Falso per Luigi Di Maio, parzialmente falso per Vincenzo Boccia.

    • Matteo carrozza

      In aggiunta, il 13.9% e’ per l UE, ma se uno si riferisse alla zona Euro (il significato di Europa e’ un po’ labile) la percentuale sale al 15.7%, ossia, uguale all’ Italia. Detta cosi’, quello che dice Vincenzo Boccia e’ Vero.
      Comunque, la cosa piu’ interessante che dicono I dati e’ che il lavoro temporale e’ molto basso in Gran Bretagna (dove abito). Ossia, uno dei vantaggi delle flessibilita’ del lavoro Britannica – alcune volte eccessiva – e che il posto di lavoro indeterminato e’ lo standard qui, non un eccezione sempre piu’ rara, al contrario dell Italia.

  2. Enrico Albisetti

    Interessante, ma perché al posto di disincentivare esclusivamente i cotratti a tempo determinato non ha contemporaneamente incentivato quelli a tempo indeterminato?

  3. Savino

    Tutte le statistiche che non quantificano un posto=un cranio sono false. Non si può qualicare posto di lavoro il contratto di un giorno o di una settimana, nè il lavoro in affito, nè a chiamata, nè coi nuovi e vecchi voucher, nè la pseudo collaborazione, nè lo stage.

  4. Matteo Carrozza

    Spero il mio comment sia stato cancellato per controllare i dati. Ripeto che se uno si riferisse alla zona Euro, al posto che all’UE, i lavori temporali sono il 15.7%, ossia percentuale identica all’ Italia. Qui il link
    http://appsso.eurostat.ec.europa.eu/nui/show.do?dataset=lfsq_etpga&lang=en

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén