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Non è più la Brexit di una volta

Battaglia aperta tra i Tory. Gli anti-europei sono ormai convinti che Madam May non potrà ottenere la Brexit che immaginavano. Intanto nel paese sembra prendere coraggio il movimento contrario all’uscita dalla UE. Sarà decisiva la posizione dei laburisti.

Spaccatura profonda nel governo May

Un’altra idea balorda per unificare il paese e rafforzare la sua posizione le è esplosa in faccia, lasciando Theresa May alla guida di un governo allo sbaraglio. Tredici mesi dopo le elezioni anticipate da lei volute, nelle quali ha visto la solida maggioranza ereditata da David Cameron evaporare nel nulla, May ha imposto al Consiglio dei ministri un ritiro spirituale nella casa di campagna, con coreografia da film di 007 e l’obbligo di consegna dei cellulari per tutti i ministri. May voleva arrivare a un consenso generale, eliminare il dibattito interno e presentare al paese e ai negoziatori della UE un fronte unito. In perfetto centralismo democratico vecchio stile, May aveva anche promesso di licenziare chi si fosse opposto alla linea comune emersa dall’incontro. Il ministro per la Brexit, David Davis, uno dei più tenaci anti-europei, ha scelto invece di continuare la sua chiassosa opposizione, evitando il licenziamento con una durissima lettera di dimissioni, in cui afferma di essere stato in perenne disaccordo con la linea del governo e di considerare il comunicato ufficiale dell’incontro una resa completa alle richieste di Bruxelles.

La mossa drammatica di Davis è stata seguita a ruota da quella di Boris Johnson, mentre il terzo dei triumviri brexitisti, Michael Gove, non si è ancora sporto dal parapetto. Difficile dire chi assumerà il manto di difensore della volontà popolare espressa nel voto del 23 giugno 2016 sperando di ottenere la pole position nella sfida a Theresa May.

La proposta di May

In effetti, leggendo il comunicato del fine settimana, chi ha sostenuto la Brexit ha abbastanza ragione a sentirsi tradito (si notino ad esempio le frasi in neretto). Si propone infatti un’area di mercato comune tra UE e Regno Unito per tutti i beni, con l’accettazione di regole stabilite da accordi bilaterali, con applicazione della regolamentazione rilevante (regole UK in UK e regole UE nella UE) e un meccanismo di allineamento sotto l’egida della Corte di giustizia della UE, una delle principali bestie nere dei brexitisti. Quindi, se l’Unione accettasse la nuova posizione di May, in sostanza cambierebbe davvero poco nei rapporti commerciali tra UE e UK. Rimane il diritto del Regno Unito di imporre tariffe diverse su beni provenienti dal resto del mondo, con l’obbligo di ribilanciare le differenze qualora questi beni proseguissero per paesi dell’UE.

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La seconda parte del comunicato ammette in modo un po’ patetico che il governo sa di aver issato bandiera bianca: il lungo elenco di benefici, preso pari pari dalla propaganda referendaria per la Brexit (difesa del settore servizi, fine della politica agricola comune, fine degli accordi sulla pesca, indipendenza della politica commerciale, ripristino dell’indipendenza dei tribunali inglesi, fine del “vasto” contributo annuale al bilancio UE) sono tutto potenziali, da leggere “se il Parlamento vorrà…”, o “a meno che il Parlamento ritenga che sia nell’interesse del paese accettare regole uniformi a quelle dell’UE…”. Non ci saranno più pagamenti automatici al bilancio UE, ma “giustificati contributi a specifici programmi”, ad esempio nel campo scientifico. La libertà di movimento tra UE e UK rimane, pur qualificata, nel testo ufficiale “per motivi di studio e lavoro”. E la politica estera indipendente sarà comunque coordinata con i partner dell’Unione.

Continua la pressione anti-Brexit

Il movimento anti-Brexit sembra prendere coraggio. Brexit viene definita apertamente un’inutile e costosissima farsa: uscire formalmente dall’UE per cambiare poco o niente avrà il duplice effetto di dover accettare regole decise dai 27 paesi rimasti senza contribuire a definirle e al tempo stesso di mantenere costantemente attizzato un anti-europeismo che, sentendosi tradito ogni volta che il Parlamento deciderà di accettare una direttiva europea, diverrà sempre più intransigente, fanatico e irrazionale.

La proposta della coalizione anti-Brexit, che raccoglie vari gruppi, risolverebbe automaticamente entrambi i problemi: un secondo referendum, in cui agli elettori viene posta la scelta netta tra la posizione del governo e il ritorno allo status quo precedente al 23 giugno 2016. Se la UE lo riaccogliesse come un figliuol prodigo, il Regno Unito potrebbe contribuire alle regole cui accetta di sottoporsi, mentre la volontà popolare verrebbe rispettata, questa volta con un voto in cui gli elettori conoscono esattamente le conseguenze della loro scelta, e magari con un miglior controllo sul rispetto delle leggi elettorali di quanto avvenuto due anni fa.

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Sia per la decisione di tenere il referendum, sia per un eventuale voto contro la Brexit sarà cruciale l’atteggiamento di Jeremy Corbyn. È chiaro che se i laburisti lo richiedessero, ci sarebbe nella Camera dei comuni un numero sufficiente di Tory disposti a sfidare le ire dei brexitisti. La speranza è che questa considerazione, il continuo stillicidio di indicazioni sul costo della Brexit per tutti gli strati sociali del paese, il fatto che molti dei sindacati più influentiche appoggiano Corbyn hanno iniziato a spostarsi seppur cautamente contro Brexit e forse anche l’ottimismo suscitato dell’inatteso avanzare della nazionale ai mondiali di Russia, sposteranno l’ago della bilancia e toglieranno il paese dall’abisso della Brexit.

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Usa-Cina: la guerra commerciale è iniziata

  1. Savino

    E’ l’inevitabile esito per chi aizza il popolo in maniera, a dir poco, pretestuosa.
    Ma, permettetemi di dire, è anche l’inevitabile esito per la “pancia” di un popolo, per un popolo credulone, non esime da critiche, che, dimenticandosi dello sprito di sacrificio collettivo e del sangue buttato in passato per diritti e conquiste, pone tutte le sue aspettative sulla faciloneria nella risoluzione di problemi complessi e di portata globale.
    La critica a questa ondata di populismo sterile deve partire dalla critica ai popoli e alle masse che la esprimono.
    Oggi è tornato in auge il cinico pensiero unico del conformismo dell’uomo-massa.
    L’ignoranza e l’egoismo delle masse hanno smembrato l’Europa, le libertà economiche, i diritti civili e sociali, facendoci tornare indietro di circa un secolo.

  2. Henri Schmit

    Condivido il giudizio dell’autore e gran parte dell’articolo di Ewan McGaughy citato tranne la messa in questione della validità del referendum in base alle informazioni sbagliate circolate e alla regola di maggioranza troppo facile. Questi argomenti valevano prima e durante la campagna ora non più, salvo frode clamorosa e decisiva. Anche il referendum italiano è stato vinto e perso non come esercizio di conformità epistemica, ma come procedura di decisione. Ognuno decide in base alla ragioni che per lui contano di più. Per questo non è facile interpretare l’esito di un voto. Dopo 18 mesi i promotori del referendum italiano non hanno ancora compiuto quest’analisi. L’UK dovrebbe essere un monito. Almeno di creare un’alleanza transatlantica alla quale potrebbe partecipare più in là anche l’Italia (sempre pronta a tradire per interessi di breve termine), la Brexit sarà un danno per l’UE, un disastro per l’UK e appunto un monito a tutti coloro che pensano guadagnarci con la furbizia, con i trucchetti. Non funzionano a lungo andare, a meno di ricevere qualche aiuto decisivo esterno. Poi ci sarà la Russia: chi sarà il primo ad ammettere la logica della real-politik?

  3. Anonimo

    Trump, la Brexit, Berlusconi, Salvini, i NoEuro, Orban, etc. etc.
    A mio avviso, gli eventi e personaggi citati sono il prodotto di crisi economica, ignoranza popolare, xenofobia, demagogia. Sempre a mio avviso, tra questi il fattore critico, l’anello da cui partire per spezzare la catena, è l’ignoranza popolare. Se questo è vero, allora per avere una società evoluta dove non ci sia spazio per i magliari bisogna garantire a tutti un’istruzione gratuita (ma obbligatoria) fino alla laurea, e dare il diritto di voto soltanto a chi ne ha conseguito una, avendo peraltro competenze minime di logica, matematica e informatica almeno a livello di maturità scientifica. Chi non ce la fa rimane a studiare fino alla pensione, mantenendosi con apposito sussidio o reddito di cittadinanza: la collettività si assume l’onere di mantenerlo purché non faccia danni.

    • Henri Schmit

      Simpatica provocazione anonima, ma sbagliata nella sostanza: i voti autolesivi recenti sono si, l’effetto della crisi e del malessere, ma meno dall’ignoranza popolare che non dall’inettitudine e dal cinismo degli attori politici. Un discorso pubblico veritiero e programmi politici coraggiosi, in un parola la responsabilità, battono la demagogia vestita da democrazia, il permissivismo vestito da garantismo e l’inganno vestito da colpo di genio.

  4. bob

    i referendum sono sempre stati ” democrazia di pancia” e sempre lo saranno. La furbizia è una qualità innata del popolino e il “masaniello” inevitabilmente il capo-popolo. Ha avuto senso chiedere a mia zia di novantanni se era meglio il nucleare o bruciare petrolio?Il popolo, l’ignoranza, l’ignorare, la fame, la pancia…sono il combustibile che serve al potere………………

  5. AltroAnonimo

    Sarebbe un suicidio, per l’UE, accettare che il Regno Unito cambi idea e si ritorni allo status quo ante. I tanti “sovranisti” d’Europa potrebbero fare la stessa manfrina, dannosissima per l’Europa e per il loro paese, tentando un ricatto all’EU per ottenere qualcosa, sapendo che, in ogni caso, c’è un precedente per cui è possibile cambiare idea senza alcun problema. E’ invece necessario che, se proprio vuole rientrare, il RU faccia richiesta di ammissione, secondo la procedura. Per essere ammessi è richiesta l’unanimità dei paesi della UE, ed è da augurarsi, per la stabilità europea, che il RU rimanga “in punizione” almeno una ventina d’anni.

  6. toninoc

    L’idea di tornare indietro del RU rispetto alla Brexit farà riflettere meglio coloro che volessero ripetere quel tentativo e bene ha fatto l’UE ad essere ferma sugli accordi che i brexisti volevano modificare a loro vantaggio. Se un eventuale nuovo referendum dovesse optare per il ritorno, l’ Ue dovrebbe limitarsi ad accollare gli oneri sostenuti al RU ed accettare il rientro senza porre troppe difficoltà . Nell’UE, più siamo e meglio è.

  7. Henri Schmit

    Lentamente la verità viene a galla: non ci sarà nessuna maggioranza nei Comuni né per la soft Brexit di Theresa May, né per una separazione hard promossa da Boris Johnson ed altri, né ovviamente per il Remain, un’opzione sostenuta da pochi esponenti politici, fra cui i LibDem, Tony Blair e l’ex ministro Tory dell’educazione Justine Greening. Da sponde opposte i due ultimi propongono entrambi un nuovo referendum sul piano definitivo del governo. La logica della scelta collettiva imporrebbe una scelta fra tre soluzioni, appunto l’accordo negoziato, un hard Brexit o un Remain; ogni elettore potrebbe esprimere una prima e una seconda preferenza e si deciderebbe a maggioranza assoluta, o delle prime preferenze, o a difetto della somma delle prime e seconde preferenze. Questo metodo, equo e razionale, favorirebbe ovviamente la soluzione mediana di un soft Brexit, ma i proponenti sperano segretamente che nel frattempo entrambe versioni del Brexit saranno talmente screditate che potrebbe anche vincere la soluzione estrema del Remain.

  8. Giacomo Cambiaso

    La vittoria della Remainer May messa al governo dopo la vittoria dei Brexiter. Gia’ era stato triste veder ignorato il referendum Greco, ma la vanificazione del voto Britannico e’ un colpo durissimo all’immagine della democrazia in quanto paese simbolo per eccellenza di quest’ultima. Spero ancora in un rigurgito d’orgoglio inglese che venifichi questo golpe del governo contro la volonta’ popolare, ma sono pessimista. D’altra parte la Brexit sembrava segnata dal giorno in cui una Remainer e’ stata messa ad attuarla, una presa in giro fin dal principio che ha visto un sabotaggio costante delle intenzioni di voto fino all’epilogo di questi giorni. Francamente fossi il fronte Brexiter del parlamento invocherei l’annullamento del processo d’uscita della May per supportare il Remain chiarendo a tutti che e’ meglio una no Brexit che la pessima Brexit voluta dal primo ministro e farei cadere il governo. Il giusto smacco per i Remainer di Cameron e May, meritevoli di essere cancellati dal palcoscenico della politica inglese con infamia. Brexit si, Brexit no, tutto diventa irrilevante davanti al rovesciamento del voto che sancisce la morte della democrazia per opportunismo e presunta convenienza. La May ha sancito che il suo lavoro e’ stato esattamente quello sancito dallo slogan elettorale di Corbyn, “for the many not the few”, tanto veritiero quanto deprimente

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