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I requisiti severi che bocciano le domande di Rei

I primi dati ufficiosi sul Rei dicono che i beneficiari vivono in larga parte a Sud. Anche perché molte domande di residenti al Nord sono state respinte per mancanza di requisiti. Una severità che rischia di penalizzare il Rei universale appena introdotto.

Il 22 giugno Repubblica.it ha diffuso alcuni dati “ufficiosi” di fonte Inps sul numero di domande per il reddito d’inclusione (Rei) accolte e respinte in ciascuna regione. Dopo i primi cinque mesi di operatività sono circa 380 mila i nuclei familiari che hanno fatto domanda di accesso alla misura nazionale di reddito minimo, dal 1° luglio diventata pienamente universale come previsto dalla legge di bilancio per il 2018. Due domande su tre sono arrivate da famiglie residenti nel Mezzogiorno, il 45 per cento del totale nazionale solo da Campania e Sicilia.

Perché si verifica una tale sproporzione nella distribuzione delle domande nel territorio nazionale? Cerchiamo di dare una risposta.
La tabella 1 mostra che, alla fine di maggio, percepiscono il Rei 184 mila famiglie, mentre altre 120 mila ricevono la misura precedente, il sostegno per l’inclusione attiva (Sia), per un totale di circa 300 mila beneficiari. I nuclei che beneficiano del Sia si distribuiscono a livello nazionale in modo quasi identico al Rei, cosicché i percettori Sia-Rei risiedono per il 18 per cento al Nord, il 12 per cento al Centro e il 70 per cento nel Mezzogiorno.

Tabella 1– Famiglie beneficiarie Sia-Rei e in povertà per macroarea

Fonti: Repubblica.it, Inps , ministero del Lavoro e delle politiche sociali e Istat

La disparità sembra essere parzialmente giustificata dalla distribuzione territoriale delle famiglie in povertà relativa nel 2017, tenuto conto che il 64 per cento vive nel Mezzogiorno. Quando però si fa riferimento alla parte più bassa della distribuzione dei redditi (famiglie con Isee inferiore a 3 mila euro nel 2016) o si tiene conto delle differenze Nord-Sud nel livello dei prezzi (famiglie in povertà assoluta nel 2017), il Nord appare largamente sotto-rappresentato in termini relativi tra i percettori Sia-Rei.

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Le ragioni dei dinieghi

Le ragioni del minor numero di nuclei beneficiari nel Nord Italia, rispetto a quello previsto in base all’incidenza della povertà assoluta, sono sostanzialmente tre e riguardano il tasso di respingimento delle domande per il Rei. Sempre secondo l’articolo di Repubblica.it, infatti, la metà delle domande presentate è stata respinta per mancanza di uno o più dei requisiti di accesso, ma i rifiuti sono stati più frequenti nel Centro-Nord che nel Mezzogiorno (figura 1).

Figura 1– Quota di domande per il Rei respinte e percentuale della popolazione straniera per macroarea
Fonti: Repubblica.it, Istat.

Il primo motivo risiede nel fatto che le famiglie con Isee basso residenti al Nord hanno avuto più difficoltà a rispettare i requisiti familiari di accesso al Rei (ora abrogati), come la presenza di almeno un minore o di un disoccupato sopra i 55 anni.

La seconda ragione, invece, sta nella diversa percentuale della popolazione straniera sul totale nel 2017, che è più che doppia nelle regioni del Nord rispetto a quelle meridionali (figura 1). Le famiglie straniere, oltre a essere mediamente più povere rispetto a quelle italiane, potrebbero aver avuto maggiori problemi nella comprensione dei vari requisiti di accesso richiesti per il Rei, in particolare quelli riguardanti residenza e cittadinanza, e aver fatto domanda pur non soddisfacendoli tutti.

Il terzo fattore che spiega il maggiore tasso di respingimento nel Nord e il minor numero di famiglie beneficiarie è la presenza di soglie di accesso al Rei uguali a livello nazionale, che hanno implicitamente sfavorito le famiglie settentrionali in condizioni di povertà. Hanno infatti un reddito disponibile e un patrimonio mediamente superiore a quello delle famiglie residenti nel Mezzogiorno, però con un costo della vita più alto.

Il problema dell’elevato numero di domande respinte non riguarda tuttavia solo il Nord, ma interessa tutto il territorio nazionale, perché anche nel Mezzogiorno si rileva un tasso di respingimento del 49 per cento. Gli stringenti requisiti reddituali previsti per il Rei non sono stati probabilmente compresi del tutto da tante famiglie in condizioni di disagio economico, che sono state “tratte in inganno” da una campagna informativa che ha enfatizzato molto il raddoppio della soglia Isee, da 3 a 6mila euro nel passaggio da Sia a Rei, e (forse) troppo poco l’introduzione della soglia sulla componente reddituale dell’Isee (ossia l’Isre), la quale si è rivelata essere la vera discriminante tra chi è dentro e chi è fuori il beneficio.

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La soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è stata inoltre diminuita del 25 per cento (da 3mila a 2.250 euro) in sede di prima applicazione, per ragioni di carattere prudenziale, con il risultato di ridurre ulteriormente la probabilità di accedere alla misura. L’eccesso di zelo rischia però di penalizzare molto il Rei universale appena introdotto, esponendolo a critiche senza dubbio premature per una politica che deve ancora dimostrare le sue reali potenzialità.

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Il Punto

  1. Savino

    Non tutti quelli che si dichiarano poveri lo sono per davvero. Il concetto di povertà in Italia (del sud e non solo) resta molto vago e la necessità di assistenza resta molto vicina alle definizioni di assistenzialismo e familismo.
    Così rischiamo di creare strumenti che facilitano i soliti furbetti. Ecco perchè in campagna elettorale un movimento che parlava di generica onestà non doveva affrontare il tema povertà con slogan del tipo “soldi per tutti”, ma doveva saper selezionare tra gli stati di bisogno effettivo ed i tentativi di lucrarci sopra.

    • raffaele Principe

      Le sacche di povertà nel sud ed in special modo Sicilia e Campania, soprattutto nelle estreme periferie delle grandi città, sono impressionanti. Interventi a sostegno dei poveri dei comuni del sud zero riporto zero. Salari in nero di 50 euro a settimana, lavoretti super precari. E’ ovvio che molto di questo reddito sfugge alle “carte” Isee. Che il 49% delle domande, compilate dai comuni e da essi trasmessi, sia respinto, fa parte delle pressioni che questi ceti poveri fanno verso i comuni per inoltrare comunque la domanda, anche se viene detto loro che non hanno i requisiti.

      • Savino

        Ribadisco che il concetto di “povertà” dell’italiano medio è molto generico ed interpretabile.
        Il 4 marzo hanno tutti votato per “la protesta” perchè, sembra, ci siano 60 milioni di straccioni in giro. Sappiamo benissimo che, in realtà, non è così, che la ricchezza c’è, è tenuta nascosta allo Stato ed è tesoreggiata. Il tenore di vita di alcune persone non si concilia con la loro dichiarazione di presunta povertà. Abbondano ancora vacanze, smartphone, cerimonie di nozze sfarzose, abiti firmati e abbonamenti alle pay-tv per dire che la massa stia morendo di fame. Discorso diverso è l’aiuto a quelle persone invisibili che davvero non ce la fanno e che, per la dignità, si vergognano a chiedere qualcosa.

    • i (pochi) “soldi per tutti” sono l’unico modo per evitare i furbetti e le attività bordeline. 500€ al mese a tutti senza fare domande, a ricchi e poveri, sarebbero la soluzione per evitare burocrazia, troppa, e le difficoltà di capire per davvero chi è in stato di povertà o meno. Questo compito è difficilissimo, servono misure semplici.

      • Savino

        500 Euro per tutti è la fine dello Stato, del Welfare e dell’economia

      • Enrico Motta

        500 € al mese a “ricchi e poveri”. Interessante questa proposta, non perché abbia senso, ma come segno che certe idee (che non oso definire) si stanno diffondendo.

  2. Ezio Pacchiardo

    La regola seguita da quel movimento è stata “prendere tanti voti subito, a governare si pensa poi”

  3. Asterix

    Sono incredibili le fake news che circolano nel nostro Paese sulle misure di contrasto alla povertà fatti passare per ragioni tecniche. In primo luogo, misure di sostegno al reddito minimo esistono ormai in tutti i Paesi europei, come dimostrato dall’Audizione della Corte dei Conti al DEF 2018 del maggio scorso. In secondo luogo, l’importo medio del sostegno è generalmente superiore al REI italiano (media mensile in Francia, Germania Regno e Unito tra 373 e 524 euro contro i 187 euro italiani). Inoltre tali aiuti non sono mai dati a chi sta “sul divano”, come sostengono squallidi politici per coprire le loro colpe per averci guidato in tali condizioni, ma solo a fronte dell’impegno del beneficiario a ricercare attivamente il lavoro.
    Quindi, a prescindere dal nome che si voglia adottare (REI o Reddito di cittadinanza), in un Paese che ha avuto il più alto incremento della povertà in europa, maggiore della stessa Grecia, un sostegno all’inclusione è doveroso e non può essere precluso dall’incapacità del nostro Paese di accertare se il soggetto è povero o meno. Perché altrimenti, analogamente a quanto previsto per le persone fisiche, dovremmo eliminare tutti gli aiuti pubblici erogati alle imprese sulla base delle loro dimensioni (posto che spesso tali imprese sono PMI solo per il Fisco). La necessità di un miglioramento dei centri di impiego pubblici dovrebbe essere una necessità del nostro Paese invece che continuare a drogare il mercato del lavoro con incentivi fiscali.

    • Savino

      Come facciamo a migliorare i CPI se la mentalità degli italiani è tutta orientata a cercare lavoro tramite le raccomandazioni? Il Pm che indaga sui concorsi truccati nella sanità lucana rileva, oltre alla nota corruzione dei politici, anche il continuo via vai di tanti “questuanti”. Quindi, non solo raccomandare, ma anche farsi raccomandare è ritenuto giustamente un reato. E’ inutile che gli italiani invochino la “protesta” o il “cambiamento” o “l’onestà” se continuano a comportarsi così furbescamente.

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