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La favola di Grillo sull’Ilva

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Beppe Grillo sul caso Ilva e la sua eventuale riconversione. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Quale futuro per l’Ilva?

Il “governo del cambiamento” si è appena insediato e non sono pochi i nodi che dovrà sciogliere. Di fondamentale importanza, in queste settimane, è il caso Ilva. L’azienda di Taranto, il maggior complesso industriale di produzione d’acciaio d’Europa, è da tempo oggetto di scontro politico. L’acquisto da parte di AncelorMittal è ora in una fase cruciale: dal 30 giugno, la società con sede a Lussemburgo potrebbe ritirarsi dall’impegno senza dover pagare penali.

E proprio mentre il governo pensa a cosa fare dell’azienda e dei suoi 14mila dipendenti, Beppe Grillo, ideologo ed ex-capo politico del Movimento 5 stelle, propone una soluzione alternativa al problema. In un video pubblicato di recente sul suo blog, chiude all’ipotesi di continuazione dell’attività e suggerisce di riqualificare l’intera area Ilva, prendendo come modello quanto fatto in Germania per la Ruhr. Per finanziare l’ambizioso progetto, invece, si potrebbero utilizzare il reddito di cittadinanza (come sussidio per i posti di lavoro distrutti) e un mal definito fondo europeo. Questa la parte saliente della sua dichiarazione:

“Si parla di chiudere l’Ilva, cosa che nessuno ha mai pensato. Si pensa a una riconversione, quindi mantenendo sempre l’occupazione nella bonifica […]. Ci sono circa 2,2 miliardi di euro, che sono stati immessi in un fondo, quando l’Europa si chiamava Ceca dalle imprese di carbone e dalle imprese dell’acciaio proprio per i prepensionamenti dei lavori usuranti e per le bonifiche. […] potremmo anche cercare di accedere direttamente a questi soldi, al capitale, attualmente gestito dal Consiglio europeo e messo all’ingrasso in qualche fondo tedesco tripla AAA e con questi interessi – 30, 40, 50 miliardi all’anno – danno un po’ di contentini, il 30 per cento per la ricerca al carbone. Parliamo della più grande centrale, che può essere riconvertita anche con l’uso di questi 2 miliardi che ci sono in Europa e di cui nessuno parla”.

A prescindere o meno dalla bontà del progetto di riconversione, che in Germania ha avuto enorme successo ma i presupposti erano diversi, la poca chiarezza in merito ai finanziamenti merita un approfondimento. A cosa si riferisce Grillo quando parla del fondo originato dalla Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio)? E, soprattutto, sarebbero fondi utilizzabili per un simile scopo?

Il caso della Ruhr

Il modello cui Grillo fa riferimento è la riqualificazione del bacino della Ruhr. Dopo il forte declino industriale dovuto alla crisi del carbone, tra il 1990 e il 2000, il governo regionale del Nordrhein-Westfalen ha messo in campo una serie di interventi, che hanno dato vita a uno dei più imponenti progetti di riconversione urbanistica d’Europa. Effettivamente, il progetto ha cambiato faccia a un territorio in stato di degrado, trasformandolo in un agglomerato di arte, sport e intrattenimento, con un occhio alla sostenibilità ambientale. Non solo centri di alpinismo e musei, come ha detto Grillo, ma anche teatri, piscine e impianti sportivi rientrano nella maxi-opera. Per la sua realizzazione sono stati impiegati finanziamenti statali, regionali e comunali, compresi fondi europei. Questi ultimi, ad esempio, provenivano da programmi di sviluppo regionale quali il Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), che aveva lo scopo di sostenere la riconversione socioeconomica delle zone con difficoltà strutturali.

Cos’è l’Rfcs? Ed è possibile utilizzarlo per riconvertire l’Ilva?

La proposta dell’ex-capo politico del Movimento 5 stelle è sostanzialmente chiara: fare dell’Ilva ciò che è stato fatto con l’area Ruhr, ponendo fine all’attività di produzione di acciaio, pur salvaguardando i lavoratori.

Per finanziare il progetto, Grillo allude a un generico fondo UE, di cui nessuno parla e a cui dovremmo poter accedere. A giudicare dai termini che usa per descriverlo, sembra riferirsi al Research Fund for Coal and Steel (Rfcs). Si tratta, infatti, di un fondo creato nel 2002, alla scadenza del trattato della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), affinché le attività e le passività nette dell’organismo andassero a bilancio UE. L’importo del patrimonio a cui attinge il fondo (1,6 miliardi di euro + 400 milioni di contributi dei nuovi stati membri) corrisponde a quello citato da Grillo; come anche l’utilizzo, ossia uno stanziamento di circa 55 milioni l’anno, di cui il 26,2 per cento destinati alla ricerca sul carbone e il restante per l’acciaio.

Ma come funziona esattamente questo fondo? Come si evince anche dalla dichiarazione, le risorse connesse al patrimonio del fondo sono investite principalmente in titoli a bassissimo rischio (principalmente a tripla A) e gli interessi annui utilizzati per finanziare i progetti in essere. L’ammontare è quindi variabile. Una proiezione della Commissione europea stima che nel 2018 gli interessi, e quindi le risorse disponibili per il fondo, saranno soltanto 27 milioni. A capo delle decisioni vi è la stessa Commissione europea (e non il Consiglio, come sostiene Grillo), affiancata da alcuni comitati.

L’obiettivo del fondo è aumentare la competitività e contribuire alla sostenibilità del carbone e dell’acciaio europeo. Per farlo, sostiene economicamente progetti di ricerca e sviluppo tecnologico di università, centri di ricerca e aziende.

Il perimetro di azione per accedere a questi fondi è, quindi, ben delimitato. Prendendo in considerazione l’acciaio, a cui la proposta ventilata da Grillo fa riferimento, i progetti devono corrispondere a una di queste aree tematiche:

  • Nuove tecniche di fabbricazione dell’acciaio e di finitura, al fine di migliorarne non solo la qualità e la produttività, ma anche ridurne le emissioni, il consumo energetico e l’impatto ambientale
  • Ricerca, sviluppo tecnologico e utilizzazione dell’acciaio, per migliorarne la competitività sul mercato
  • Conservazione delle risorse e miglioramento delle condizioni di lavoro, con un’attenzione particolare a ecosistema e sicurezza

 

Niente di tutto questo ha a che fare con la dismissione di uno dei più grandi centri produttivi d’acciaio d’Europa, peraltro ancora in attività. Ciò che è stato fatto con la Ruhr, ossia riqualificare un sito in disuso per trasformarlo in luogo a scopo ludico, culturale o sportivo, non rientra nell’ambito di promozione e aumento della sostenibilità rispetto alle attività di produzione siderurgica. Infatti, se andiamo a controllare la lista di progetti cofinanziati dal fondo per il periodo 2015-2017, non troveremo niente di tutto questo, ma una serie di progetti (tra l’altro finanziati con cifre tra i 400mila e i due milioni di euro) volti a migliorare le varie fasi del processo produttivo. Quindi, come ci ha confermato il vicedirettore dell’unità per la ricerca del carbone e dell’acciaio della Commissione Europea, Domenico Rossetti di Valdalbero, la riqualificazione di Ilva non rientra nelle attività finanziabili dal fondo. In ogni caso, si tratterebbe di accedere agli interessi (50 milioni, da dividere tra gli stati membri), non al capitale (2 miliardi), disciplinato dal protocollo 37 del Tfue.

Il verdetto

La riqualificazione dell’Ilva in stile Ruhr è sicuramente un progetto ambizioso. Beppe Grillo, personaggio che ha ancora un’indubbia influenza sull’opinione pubblica, parla di utilizzare i due miliardi di un fondo che sembra corrispondere in tutto e per tutto al Research Fund for Coal and Steel. Tuttavia, il fondo ha disponibilità soltanto per una somma intorno ai 50 milioni annui, da dividere nel finanziamento di progetti di ben più bassa entità (intorno al milione di euro). Inoltre, l’ambito coperto dal fondo riguarda principalmente attività di ricerca e sviluppo. Grillo quindi sbaglia quando sostiene la possibilità di accedervi per la riconversione di Ilva. Il verdetto non può che essere FALSO.

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Il Punto

  1. Savino

    Quando Grillo si è comprato la prima auto non la pensava e non la poteva pensare così.
    Grillo non ha ancora capito che l’ecologia chic deve fare i conti con la necessità di beni primari delle persone.
    Taranto senza quella fabbrica è finita e m5s non ha le coperture per dare un super reddito di cittadinanza a tutti.
    Non si può obbligare un disoccupato di Roma o di Torino a girare col diesel Euro 6 contro le polveri sottili.
    Non si può obbligare la gente a fare la differenziata per poi mischiare tutto in mega discariche o lasciare città come Roma nella sporcizia.
    L’utopia del miliardario Grillo poteva solo finire dritta dritta tra le braccia di Salvini e della destra.

  2. Savino

    La violenza verbale impressa da Grillo in politica è stata inaudita. Stiamo oggi pagando le conseguenze del suo linguaggio estremamente aggressivo, rabbioso e scurrile. Grillo ha strappato via dagli italiani i valori dell’umanesimo e della pietas cristiana per farci diventare un Paese rancoroso che schiuma rabbia e invidia da tutti i pori. Solo negli anni di piombo si era visto questo modo di fare.

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