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Perché aumenta la disuguaglianza in Italia

I dati Eurostat sulla distribuzione del reddito dicono che la disuguaglianza in Italia è aumentata durante la crisi. Non per la crescita dei redditi più alti, ma per il forte calo di quelli bassi. Di sicuro, rispetto a quindici anni fa, sale la povertà.

Tendenze in atto

I recenti dati Eurostat sulla distribuzione del reddito in Italia sono stati accolti come una conferma di alcune tendenze: aumento della disuguaglianza, del divario tra ricchi e poveri e della quota del reddito nazionale che va ai più benestanti. È una lettura in parte corretta, ma incompleta. Vediamo perché.

La disuguaglianza nella distribuzione del reddito, misurata dall’indice di Gini, è leggermente cresciuta durante la crisi, per tornare ai livelli di circa 15 anni fa (figura 1). Sembra che la crescita dei primi anni Duemila abbia provocato un calo della disuguaglianza e la crisi iniziata nel 2008 un successivo aumento. La variazione tra 2008 e 2016 è statisticamente significativa, anche se non di molto. Insomma, in Italia l’indice di Gini continua a oscillare tra 0.31 e 0.33.

Figura 1 – Indice di Gini in Italia tra 2004 e 2016

Fonte: elaborazioni su dati Silc. Le linee tratteggiate rappresentano l’intervallo di confidenza al 95 per cento.

Quanto al divario tra ricchi e poveri, è in effetti aumentato, ma soprattutto a causa del crollo dei redditi più bassi. Durante la crisi, infatti, i redditi di tutti i decili sono mediamente diminuiti (primo grafico della figura 2), ma la perdita è stata molto superiore per il 10 per cento più povero della popolazione. I primi anni della ripresa (tra il 2014 e il 2016) hanno visto un recupero dei redditi medio-alti (secondo grafico), mentre quelli bassi sono ancora diminuiti. Se consideriamo l’intero periodo 2008-2016, si conferma il calo medio per tutte le fasce di reddito, molto più forte per i redditi bassi.

Figura 2 – Variazione % del reddito disponibile per decili in Italia

Nota: le variazioni si riferiscono al reddito disponibile equivalente di fonte Eurostat, che tiene conto della composizione della famiglia. L’unità di analisi è l’individuo. L’anno di riferimento del reddito è l’anno precedente a quello in cui si svolge l’indagine: i redditi 2016 in realtà sono stati percepiti nel 2015.

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Il confronto con Germania e Francia

I dati Eurostat forniscono anche l’occasione per confrontare i redditi degli italiani con quelli di altri paesi europei. Qui consideriamo solo quelli di Germania e Francia. La figura 3.1, che mostra come è cambiato il reddito disponibile reale medio del 10 per cento più povero delle persone, conferma che in Italia questo gruppo ha subito un forte calo del reddito, mentre in Germania e Francia il primo decile non solo ha un reddito medio più alto, ma è anche diminuito meno o è rimasto sostanzialmente costante. La figura 3.2 ci dice che il reddito della classe media ha tenuto molto bene in Francia e Germania, mentre in Italia è sceso durante la crisi, per cominciare un timido recupero solo ultimamente. Stesso discorso anche per il 10 per cento più ricco: stabilità per Germania e Francia, calo in Italia, con inizio di recupero.

Figura 3 – Reddito equivalente medio di alcuni decili in Italia, Germania e Francia

3.1 – Reddito del 10 per cento più povero (primo decile)

3.2 – Reddito della classe media (sesto decile)

3.3- Reddito del decimo decile

Un’analisi più completa richiederebbe molto più spazio e dovrebbe considerare tanti altri elementi, ad esempio il ruolo del flusso di nuovi immigrati, che può aver contribuito ad abbassare il reddito medio del primo decile, o le differenze territoriali. I dati inoltre non permettono di cogliere le dinamiche relative ai redditi altissimi, che difficilmente rientrano nelle indagini campionarie.

Sintetizziamo brevemente le principali tendenze emerse:

  • la disuguaglianza è in Italia a livelli simili a quelli di 15 anni fa;
  • la disuguaglianza è leggermente aumentata durante la crisi;
  • questa crescita è dovuta non al fatto che i ricchi si allontanano dalla classe media, ma alla forte riduzione dei redditi dei poveri;
  • tutte le classi di reddito hanno subito un calo (ovviamente in media) durante la crisi;
  • la prima fase della ripresa non ha ancora raggiunto i redditi più bassi;
  • il fenomeno più rilevante è l’aumento non della disuguaglianza, ma della povertà.
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A proposito della povertà, proprio questa settimana Eurostat ha pubblicato un dato che induce all’ottimismo: nel 2017 la quota di persone in grave deprivazione materiale è diminuita da 12,1 per cento a 9,2 per cento, scendendo sotto il 10 per cento per la prima volta dal 2010.

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15 commenti

  1. Savino

    La disuguaglianza aumenta perchè il modello di cambiamento che vogliono gli italiani altro non è che la conservazione dell’esistente. Un governo del cambiamento per gli italiani è stile DC, cioè rassicurante per mantenere dentro il materasso tutti i risparmi accumulati, alla faccia dei veri disperati e dei giovani riders che devono fare 4 lavoretti in contemporanea per guadagnare 800 euro.
    Avete visto quel bancario che non è riuscito ad incassare il 2 miliardi di lire depositati da suo nonno i Svizzera ed “ereditati”‘?

  2. Andrea

    Ottimo articolo. Sarebbe bene che anche i nostri politici lo meditassero perché le cure per diseguaglianza sono assai diverse da quelle per la povertà. Nel caso di questa parlare di diseguaglianza è demagogia. Immagino che il nostro debito pubblico (che va tassativamente ridotto) assorba ricchezze (Interessi) che limitano redditi classi medie e medie-alte, riducendo i consumi e dunque possibilità di reddito dei poveri. Sono equilibri difficili da determinare, ma i politici sembrano cavalcare elemosine e progetti faraonici. Sono solo fuochi di artificio.

  3. Marcomassimo

    Questo articolo fa capire anche il perchè della ripulsa verso gli immigrati, i quali sono considerati come persone ancora più povere con cui dover condividere la propria povertà col pericolo concreto di vederla aggravata

  4. Michele

    Il primo responsabile di questi andamenti sono le politiche del lavoro perseguite da 25 anni a questa parte, il colpo finale lo ha dato il jobact: flessibilità a dosi massicce che si è trasformata in precarietà e quindi redditi più bassi. Senza che la produttività sia migliorata. Colpa delle imprese che hanno sfruttato la flessibilità solo per fare più profitti, pochissimi investimenti, focus su monopoli naturali/giuridici locali e molte cessioni a imprese estere. La conseguenza è il declino del paese nel suo complesso.

  5. Giovanni Rossi

    In uno stato ” etico” i fattori di equilibrio della disuguaglianza sono posti in atto da parlamenti e governi che emanano leggi strutturali che intervengono su welfare,fisco,efficienza e quindi produttività della PA ,sulla magistratura contabile e su quella ordinaria; non ultimo infine, sull’istruzione.In un paese di raccomandati in cerca di ” raccomandatori”, la forbice sociale si è allargata, dell’ascensore sociale nessuna traccia , la carta stampata non racconta i fatti, ma si schiera come mero suggeritore di una parte contro l’altra. In tutto ciò il calo demografico ed il mancato controllo dell’immigrazione, peraltro inevitabile e indispensabile, visto l’invecchiamento della popolazione italiana, hanno facile gioco i demagoghi alla Salvini, Meloni ed i 5S che invece di collaborare per una corretta politica degli afflussi migratori, speculano sulla rabbia cieca italiani che abboccano all’amo. Il ” renzismo ” al tramonto, trafitto dalla realtà ed i reduci della post sinistra radical chic che propugnano ricette economiche poco credibili, insieme alla solita cialtroneria della maggioranza degli italiani, non promette miglioramenti all’orizzonte; qui il problema non sono solo le ricette economiche, ma la mancanza di consapevolezza che la ricreazione è finita da un bel pezzo

  6. Giampiero

    Una domanda: quanto contribuisce la immigrazione ad abbassare i valori dei redditi bassi?
    E’ chiaro che “importando povertà” i redditi nel primo decile calano. Si tratta di influenze quantitativamente rilevanti?

  7. Michele

    Il primo responsabile di questi andamenti sono le politiche del lavoro perseguite da 25 anni a questa parte, il colpo finale lo ha dato il jobact: flessibilità a dosi massicce che si è trasformata in precarietà e quindi redditi più bassi. Senza che la produttività sia migliorata. Colpa delle imprese che hanno sfruttato la flessibilità solo per fare più profitti, pochissimi investimenti, focus su monopoli naturali e locali e molte cessioni a imprese estere. La conseguenza è il declino del paese nel suo complesso.

  8. Henri Schmit

    Bell’articolo, interessante e utile, anche nella parte comparativa. Il titolo forse promette troppo: l’analisi tratta del come e del quanto, non del perché. I commenti di Savino e di Michele danno risposte opposte ad una domanda che non può rimanere inevasa. Penso che il liberalismo vero, progressista e sociale, sia stato soppiantato da uno stupido, ignorante ed arrogante liberismo, contrastato male da un’ideologia sindacalista, neo-protezionista e dei diritti acquisiti altrettanto cieca.

    • Savino

      Ogni cultura riformista è stata travolta o dall’ignoranza o dall’egoismo

    • Michele

      Caro Schmit leggo sempre con interesse i suoi commenti, di cui la ringrazio. Mi permetto una osservazione: il “liberalismo vero” è un po’ come il “comunismo vero” dei nostalgici, delusi dal socialismo reale del URSS, che quindi invocavano un mitologico “comunismo vero”, mai esistito e probabilmente impossibile. Un po’ come il “liberalismo vero”.

      • Savino

        Siamo una società ancora troppo benestante per invocare alternativamente le riforme di un “liberalismo vero” piuttosto che quelle di un “comunismo vero”.
        Credo che il primo passo da fare sia quello di demitizzare la “protesta ad ogni costo” dei nostri tempi, che non mi risulta figlia dell’indigenza, bensì di un rancore per il mancato raggiungimento di facili guadagni o futili mete.

      • Henri Schmit

        Concordo. Ma si tratta di una consapevole revisione, oggi si dice anche di un revisionismo, dell’ideologia liberale, o di un ritorno alle fonti del pensiero liberal-democratico, fondato su un paradosso, di cui il liberismo e lo statalismo sono le due versioni unilaterali, entrambe incomplete, anzi contradditorie, portando in se il germe della loro autodistruzione. I “classici, Locke, Rousseau, Condorcet, ciascuno a modo suo, avevano capito questo. I grandi teorici di oggi sono meno grandi, si limitano a difendere o a ricordare l’importanza di una della due “esigenze” (la libertà, il mercato; o l’uguaglianza e l’equità) dimenticando che da sola senza l’altra porta al disastro.

  9. Michele 2

    I grafici sarebbero stati piu’ efficaci se gli assi verticali avessero avuto la medesima scala, particolarmente in figura 2. Comunque grazie, molto interessante. Fa specie vedere nei commenti che molti hanno gia’ tutte le spiegazioni pur non avendo analizzato i dati.

  10. Enrico

    Lei pensa che la mancanza di consapevolezza del fine-ricreazione sia da attribuire agli italiani “in toto”, ai poveri od ai ricchi? Non sarà, come dice all’inizio, che non siamo uno stato “etico”?
    Condizione difficile da cambiare nella situazione da lei fotografata (giusta e condivisibile), le soluzioni possibili sono poche ed inuattabili data la scarsa popolarità che darebbero al politico che tentasse simili passi. Anche se il medico pietoso fa la piaga purulenta è, purtroppo, quello di maggior successo, con l’aqgravante della falsa pietà usata per fini che ci portano alla situazione in cui ci troviamo. Senza (quasi) via di scampo.

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