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Perché è un problema se nei licei ci sono pochi stranieri

Sono pochi i ragazzi di origine straniera che frequentano i licei. Più che suscitare polemiche sulle singole scuole, il dato dovrebbe far riflettere sulla scarsa qualificazione di una futura forza lavoro che dovrebbe compensare il calo demografico.

Rapporto di auto-valutazione male interpretato

L’8 febbraio 2018 è scoppiata una polemica sulla stampa per la modalità con cui alcuni prestigiosi licei italiani si sono “vantati” di avere un numero limitato di stranieri, di poveri e di disabili tra i propri iscritti.
Tutto parte dalla estrapolazione di un paragrafo previsto dal Rapporto di auto-valutazione (Rav) sul tema dell’inclusione. Il Rav è un corposo documento che dal 2013 le scuole sono tenute a compilare annualmente e a pubblicare attraverso il portale del ministero dell’Istruzione università e ricerca.
Il passaggio “incriminato” è parte di una delle dimensioni in cui è articolato il modello concettuale del Rav. Accanto alle dimensioni del contesto, degli esiti e dei processi scolastici, la scuola è tenuta a dar conto della sua capacità di perseguire i principi trasversali di equità, partecipazione, qualità e differenziazione. “La partecipazione si riferisce alla capacità della scuola di assicurare le condizioni affinché ciascuno studente della scuola, indipendentemente dalle situazioni di partenza (disabilità, provenienza, difficoltà personali e sociali, indirizzo di scuola o plesso frequentato, classe o sezione, ecc.) possa usufruire dei servizi e degli interventi, e partecipare alle attività della scuola (…)” (Invalsi, rapporto 2016).
La polemica è scoppiata sulla base di uno stralcio estratto appunto dalla sezione dedicata all’inclusione sociale dove si riportava nel quadrante “opportunità” la bassissima presenza di studenti stranieri, studenti con disabilità e poveri in un famoso liceo classico di Roma. Il giornalista ha fatto una maldestra operazione di lettura distorta del rapporto: la compilazione delle opportunità non attiene, infatti, alla specifica mancanza di questa tipologia di utenza, ma alla presunta maggiore disponibilità di risorse che non richiedono di essere impegnate per interventi specifici di inclusione sociale.
Nessun vanto, né pubblicità speciale per questa scuola, dunque, ma solo la triste costatazione della scarsa presenza di stranieri nelle scuole secondarie superiori e, in misura ancora minore, nei licei classici.
Se si effettua una rapida lettura delle iscrizioni della popolazione italiana e straniera negli istituti di istruzione secondaria, partendo dai dati Istat, è evidente la “sconfitta” non solo del liceo romano, ma di tutti i licei classici nel nostro paese e più in generale di tutta la filiera dell’istruzione superiore di II grado, che riesce a intercettare una minuscola percentuale di studenti stranieri: il 6,8 per cento gli iscritti alla secondaria di II grado e il 2,5 per cento gli iscritti ai licei classici.

Grafico 1 – Iscritti italiani e stranieri nelle scuole secondarie di II grado, as 2013-2014 (valore assoluto)

Fonte: dati Istat, 2014

Grafico 2 – Iscritti italiani e stranieri nei licei classici, as 2013-2014 (valore assoluto)

Fonte: dati Istat, 2014

La formazione della futura forza lavoro

Il problema dunque non è di questo o quel liceo che pur di attirare “clienti” riesce a fa passare come punto di forza il fatto di non dover investire risorse extra in progetti di inclusione sociale. Il problema, ben più serio, è la scarsa formazione degli stranieri nel nostro paese. Si tratta di un’ampia fetta della popolazione che, nel migliore dei casi, frequenta i corsi serali (i Cpia, recentemente riformati dal Miur) oppure gli istituti professionali; e nel peggiore dei casi è destinata ad alimentare una platea sempre più ampia di persone con basse qualifiche professionali che, secondo le previsioni del Cedefop (Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale), saranno sempre meno ricercati sul mercato del lavoro.
Si tratta di un tema molto serio visto che, sempre seguendo le previsioni Cedefop, la forza lavoro italiana, per effetto del calo demografico, tenderà a scendere, pur aumentando i livelli di qualificazione (grafico 3).

Grafico 3 – Cambiamenti nella popolazione in età lavorativa e della forza lavoro per età – Italia, 2013-2025 (%)

Fonte: Cedefop, 2015

La notizia che ha innescato la polemica dentro e fuori i licei in realtà deve quindi indurre a riflettere su quali siano le politiche formative più adeguate per accrescere le competenze professionali di giovani stranieri (ius soli o meno) che sono pronti a rimpiazzare la forza lavoro italiana, drammaticamente in calo.

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  1. Mario Angli

    Giusto per: ”compensare il calo demografico” con gli stranieri? Ok. Quindi, gli italiani scompaiono, e li si ”rimpiazza” o ”sostituisce” con gli stranieri. Senza volersela prendere con gli stranieri, che sembrano essere più pedine che altro in questo gioco, qual è la base etica per questa sostituzione demografica? I tempi mi sembrano giusti per iniziare a chiedere determinate domande.

    Veniamo poi al tema dell’articolo. Forse non si sta facendo arrivare troppa gente, con il risultato di una auto-segregazione, verificabile anche a livello scolastico, oltre le capacità integrative del sistema di trasformare tali individui in italiani? Qual è il rischio sociale di avere masse di stranieri non integrati ed a basso livello di istruzione?

  2. Roberto S.

    Beh, insomma… “nessun vanto”… Il RAV del Visconti sta lì, sul sito del Ministero. La frase “”il basso numero di stranieri, di disabili o di studenti svantaggiati garantisce un corso di studi libero da ritardi, impacci” è lì, e non sono seguite da un “purtroppo” con gli argomenti qui esposti. Non ho controllato i RAV degli altri Istituti citati da Repubblica, ma non ho dubbi circa l’esistenza di quelle frasi. Vero che le parole si possono “interpretare” (deformare? fargli assumere un altro significato? “ma no, non volevo dire questo…”), ma mi sembra che questa difesa sia un arrampicarsi sugli specchi. Bando alle ipocrisie: quelle caratteristiche sono apprezzate dalle famiglie, “attirano clienti”, e quindi le scuole le valorizzano. Non riconoscerlo è, appunto, ipocrisia. Poi, si possono fare tutti i discorsi “giudiziosi” che si vogliono, ma non credo che quei presidi, pentendosi, ora vadano a cercare in giro per la città gli stranieri, i “poveri”, i disabili.

    • Gentile Roberto,
      le frasi riportate nel RAV potevano essere espresse meglio, sono d’accordo, ma quello che importa rimane il fatto che gli stranieri non ci sono nei nostri istituti e non è frutto di una strategia di selezione. Peraltro proprio nel liceo “inquisito” a fronte di un numero eccessivo di iscrizioni si è proceduto con il metodo del sorteggio che di selettivo non ne ha evidentemente l’intenzione. Proprio oggi è uscito un interessante rapporto della Fondazione Agnelli (Scuola. Orizzonte 2028. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche) che, utilizzando i dati ISTAT, lancia un messaggio importante per il futuro della nostra scuola: in Italia la popolazione in età scolare fra i 3 e i 18 anni (dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado) è oggi di circa 9 milioni. Fra 10 anni, nel 2028 sarà scesa a 8 milioni. Nessun altro paese europeo avrà un trend così declinante. Se a questo ci aggiungiamo che di solito gli stranieri si fermano al conseguimento del diritto/dovere, il commento è presto fatto.

      • Roberto S.

        Ne ho parlato con un’insegnante di scuola media, in un’istituto “multietnico”. Mi ha chairito che nella sua scuola i bambini cinesi sono benvenuti: studiosi, si impegnano, massimo rispetto per gli insegnanti. Si “integrano” con facilità. Problemi con bengalesi e indiani: sono poco “seguiti a casa” per quanto riguarda l’esecuzione dei compiti e la conoscenza della lingua è scarsa. Idem con gli alunni del “mediterraneo”. Indubbiamente incide il reddito e l’aspettativa di definitiva permanenza, oltre che naturalmente la cultura e i “modelli” familiari. Questo le ha imposto, ormai da anni, degli “adattamenti”, secondo le indicazioni del MIUR, variabili secondo i casi che si presentano ogni anno e i prodotti della “filiera edicativa” precedente (a loro volta variabili secondo le precedenti residenze dei genitori). Con qualche riflesso problematico anche per gli “indigeni”, che ogni volta cerca di compensare su altri piani. Problema complicato, ma che probabilmente sussiste anche nei licei e che giustifica il “vanto” del Visconti e delle altre scuole. Giuste e sacrosante le Sue osservazioni, dal punto di vista statistico; dal punto di vista operativo ed educativo, c’è ancora molto da lavorare, non solo sugli studenti ma anche nelle famiglie e nella società. In un clima di incertezza sul valore della “scuola” che affligge l’intera società.

        • Roberto S.

          Mi scuso: “UN’ISTITUTO”, originariamente era “UN’ISTITUZIONE”

  3. Giovanni

    Non è una novità: la scelta della scuola superiore è sempre stata per classi sociali. In particolare il Liceo Classico è da sempre la scuola della borghesia, tanto che un tempo i pochi figli di operai venivano additati ai loro compagni come esempi di spirito di sacrificio, fingendo di lodarli ma in realtà umiliandoli come se li si ritenesse fuori posto. Poi le cose sono un po’ cambiate, ma forse ora si sta tornando indietro.

  4. Antonio Nieddu

    Il problema è che lo straniero non ha le basi per frequentare i licei. Quindi: o si abbassa il livello del liceo, o si alza il livello degli stranieri. La prima cosa non si fa per ipocrisia; la seconda non si fa perchè non si può fare. D’altronde è impossibile limitare l’entrata di stranieri. La cosa più facile è rivedere i licei, forse ormai anacronistici, così come sono stati sempre concepiti.

  5. Franco Vivona

    Antonio, sono d’accordo con te sulla prima parte del tuo intervento, e cioè che gli stranieri non hanno le basi per studiare al Liceo Classico, ma non sono d’accordo che bisogna riformarlo perchè anacronistico.

    No, I licei classici rimangono l’unico baluardo che possa salvaguardare la cultura ( e in particolare quella umanistica) dal mercantilismo dilagante, come avviene in altri paesi, soprattutto in Nord-America, di cui parlerò fra poco per esperienza personale.

    Ricordiamo che il Liceo Classico esiste ancora in Germania, con il nome di Gymnasium e ciòֳ non le impedisce di essere non solo un paese avanzatissimo economicamente e socialmente , ma anche un paese estremamente fertile intellettualmente , comprese la scienza, come lo è semore stato..
    Il loro Gymnasium, basato ancora sull’ideale di Bildung, simile per certi aspetti a quello della PAIDEIA greca è ancora più rigoroso e più lungo del Liceo Classico Italiano.
    Dura sette o otto anni dopo la scuola elementare e termina con l’ ABITUR che solo il 60% riesce ad ottenere ». Anacronistico il Liceo Classico italiano?
    All’esempio tedesco e italiano si contrappone purtroppo l’esempio penoso nord-americano,

    In Canadà, dove vivo da quasi cinquant’anni, i vetusti « collèges classiques » del Québec, l’equivalente del nostro liceo classico, sono stati aboliti negli anni ’60 perchè giudicati anacronistici ed elitisti.
    Sono stati sostituiti da scuole secondarie uniche della durata di cinque anni, che, sotto il pretesto della democrazia e dell’ accessibilità all’educazione( l’inferno è sempre tappezzato di buone intenzioni..) sono praticamente scese quasi a quello che era da noi una volta il livello delle..scuole differenziali.

    Centinaia di giovani canadesi si diplomano invece dalle scuole secondarie pubbliche senza nemmeno saper parlare o scrivere correttamente la lingua materna( qui il francese) , con scarsissime nozioni di storia e di cultura generale.
    L’immigrazione stessa è un’arma a doppio taglio : qui nelle scuole elementari ci sono classi con l’80% di bambini non canadesi, che parlano magari Urdu, Punjabi o Spagnolo a casa.
    É inevitabile che l’insegnamento della lingua,chiave di volta di tutta l’educazione , ne risenta, perchè deve procedere a passo ridotto per adeguarsi agli stranieri.

    L’opinione corrente in campo educativo è che se uno vuole indirizzarsi verso le « liberal arts » a indirizzo umanistico-culturale e magari imparare il greco e il latino, può sempre andare all’università..
    Ma allora purtroppo è troppo tardi. La maggioranza si dirige altrove, perchè la sensibiltà culturale non la si acquisisce più all’uscita dalla scuola secondaria, magari a vent’anni, se non è stata coltivata sin dall’’infanzia e la prima giovinezza nella famiglia, nell’ambiente e nella scuola…. . .
    Mi auguro che l’Italia non intraprenda il pericoloso cammino di un ulteriore livellamento della scuola verso il basso.
    Il solo modo di evitarlo è mantenere i licei classici e mantenerli senza dovere in alcun sacrificare o abolire il latino e il greco.,
    Concludo con una frase di André Malraux, Accademico di Francia e insigne intellettuale, già Ministro dela Cultura in Francia, sull’America, se mai volessimo seguire il suo esempio nel riformare la nostra scuola :
    « L’America è l’unico paese che è passato direttamente dallo stato barbaro alla decadenza , senza passare per lo stadio intermedio abituale della civiltà »
    Frasi quanto mai di attualità ancor oggi…
    Franco Vivona,

    Montreal, Canadà

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