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  1. Franco Vivona Rispondi
    Antonio, sono d’accordo con te sulla prima parte del tuo intervento, e cioè che gli stranieri non hanno le basi per studiare al Liceo Classico, ma non sono d’accordo che bisogna riformarlo perchè anacronistico. No, I licei classici rimangono l’unico baluardo che possa salvaguardare la cultura ( e in particolare quella umanistica) dal mercantilismo dilagante, come avviene in altri paesi, soprattutto in Nord-America, di cui parlerò fra poco per esperienza personale. Ricordiamo che il Liceo Classico esiste ancora in Germania, con il nome di Gymnasium e ciòֳ non le impedisce di essere non solo un paese avanzatissimo economicamente e socialmente , ma anche un paese estremamente fertile intellettualmente , comprese la scienza, come lo è semore stato.. Il loro Gymnasium, basato ancora sull’ideale di Bildung, simile per certi aspetti a quello della PAIDEIA greca è ancora più rigoroso e più lungo del Liceo Classico Italiano. Dura sette o otto anni dopo la scuola elementare e termina con l’ ABITUR che solo il 60% riesce ad ottenere ». Anacronistico il Liceo Classico italiano? All’esempio tedesco e italiano si contrappone purtroppo l’esempio penoso nord-americano, In Canadà, dove vivo da quasi cinquant’anni, i vetusti « collèges classiques » del Québec, l’equivalente del nostro liceo classico, sono stati aboliti negli anni ’60 perchè giudicati anacronistici ed elitisti. Sono stati sostituiti da scuole secondarie uniche della durata di cinque anni, che, sotto il pretesto della democrazia e dell’ accessibilità all’educazione( l’inferno è sempre tappezzato di buone intenzioni..) sono praticamente scese quasi a quello che era da noi una volta il livello delle..scuole differenziali. Centinaia di giovani canadesi si diplomano invece dalle scuole secondarie pubbliche senza nemmeno saper parlare o scrivere correttamente la lingua materna( qui il francese) , con scarsissime nozioni di storia e di cultura generale. L’immigrazione stessa è un’arma a doppio taglio : qui nelle scuole elementari ci sono classi con l’80% di bambini non canadesi, che parlano magari Urdu, Punjabi o Spagnolo a casa. É inevitabile che l’insegnamento della lingua,chiave di volta di tutta l’educazione , ne risenta, perchè deve procedere a passo ridotto per adeguarsi agli stranieri. L’opinione corrente in campo educativo è che se uno vuole indirizzarsi verso le « liberal arts » a indirizzo umanistico-culturale e magari imparare il greco e il latino, può sempre andare all’università.. Ma allora purtroppo è troppo tardi. La maggioranza si dirige altrove, perchè la sensibiltà culturale non la si acquisisce più all’uscita dalla scuola secondaria, magari a vent’anni, se non è stata coltivata sin dall’’infanzia e la prima giovinezza nella famiglia, nell’ambiente e nella scuola.... . . Mi auguro che l’Italia non intraprenda il pericoloso cammino di un ulteriore livellamento della scuola verso il basso. Il solo modo di evitarlo è mantenere i licei classici e mantenerli senza dovere in alcun sacrificare o abolire il latino e il greco., Concludo con una frase di André Malraux, Accademico di Francia e insigne intellettuale, già Ministro dela Cultura in Francia, sull’America, se mai volessimo seguire il suo esempio nel riformare la nostra scuola : « L’America è l’unico paese che è passato direttamente dallo stato barbaro alla decadenza , senza passare per lo stadio intermedio abituale della civiltà » Frasi quanto mai di attualità ancor oggi… Franco Vivona, Montreal, Canadà
  2. Antonio Nieddu Rispondi
    Il problema è che lo straniero non ha le basi per frequentare i licei. Quindi: o si abbassa il livello del liceo, o si alza il livello degli stranieri. La prima cosa non si fa per ipocrisia; la seconda non si fa perchè non si può fare. D'altronde è impossibile limitare l'entrata di stranieri. La cosa più facile è rivedere i licei, forse ormai anacronistici, così come sono stati sempre concepiti.
  3. Giovanni Rispondi
    Non è una novità: la scelta della scuola superiore è sempre stata per classi sociali. In particolare il Liceo Classico è da sempre la scuola della borghesia, tanto che un tempo i pochi figli di operai venivano additati ai loro compagni come esempi di spirito di sacrificio, fingendo di lodarli ma in realtà umiliandoli come se li si ritenesse fuori posto. Poi le cose sono un po' cambiate, ma forse ora si sta tornando indietro.
  4. Roberto S. Rispondi
    Beh, insomma... "nessun vanto"... Il RAV del Visconti sta lì, sul sito del Ministero. La frase ""il basso numero di stranieri, di disabili o di studenti svantaggiati garantisce un corso di studi libero da ritardi, impacci" è lì, e non sono seguite da un "purtroppo" con gli argomenti qui esposti. Non ho controllato i RAV degli altri Istituti citati da Repubblica, ma non ho dubbi circa l'esistenza di quelle frasi. Vero che le parole si possono "interpretare" (deformare? fargli assumere un altro significato? "ma no, non volevo dire questo..."), ma mi sembra che questa difesa sia un arrampicarsi sugli specchi. Bando alle ipocrisie: quelle caratteristiche sono apprezzate dalle famiglie, "attirano clienti", e quindi le scuole le valorizzano. Non riconoscerlo è, appunto, ipocrisia. Poi, si possono fare tutti i discorsi "giudiziosi" che si vogliono, ma non credo che quei presidi, pentendosi, ora vadano a cercare in giro per la città gli stranieri, i "poveri", i disabili.
    • Claudia Villante Rispondi
      Gentile Roberto, le frasi riportate nel RAV potevano essere espresse meglio, sono d'accordo, ma quello che importa rimane il fatto che gli stranieri non ci sono nei nostri istituti e non è frutto di una strategia di selezione. Peraltro proprio nel liceo "inquisito" a fronte di un numero eccessivo di iscrizioni si è proceduto con il metodo del sorteggio che di selettivo non ne ha evidentemente l'intenzione. Proprio oggi è uscito un interessante rapporto della Fondazione Agnelli (Scuola. Orizzonte 2028. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche) che, utilizzando i dati ISTAT, lancia un messaggio importante per il futuro della nostra scuola: in Italia la popolazione in età scolare fra i 3 e i 18 anni (dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado) è oggi di circa 9 milioni. Fra 10 anni, nel 2028 sarà scesa a 8 milioni. Nessun altro paese europeo avrà un trend così declinante. Se a questo ci aggiungiamo che di solito gli stranieri si fermano al conseguimento del diritto/dovere, il commento è presto fatto.
      • Roberto S. Rispondi
        Ne ho parlato con un'insegnante di scuola media, in un'istituto "multietnico". Mi ha chairito che nella sua scuola i bambini cinesi sono benvenuti: studiosi, si impegnano, massimo rispetto per gli insegnanti. Si "integrano" con facilità. Problemi con bengalesi e indiani: sono poco "seguiti a casa" per quanto riguarda l'esecuzione dei compiti e la conoscenza della lingua è scarsa. Idem con gli alunni del "mediterraneo". Indubbiamente incide il reddito e l'aspettativa di definitiva permanenza, oltre che naturalmente la cultura e i "modelli" familiari. Questo le ha imposto, ormai da anni, degli "adattamenti", secondo le indicazioni del MIUR, variabili secondo i casi che si presentano ogni anno e i prodotti della "filiera edicativa" precedente (a loro volta variabili secondo le precedenti residenze dei genitori). Con qualche riflesso problematico anche per gli "indigeni", che ogni volta cerca di compensare su altri piani. Problema complicato, ma che probabilmente sussiste anche nei licei e che giustifica il "vanto" del Visconti e delle altre scuole. Giuste e sacrosante le Sue osservazioni, dal punto di vista statistico; dal punto di vista operativo ed educativo, c'è ancora molto da lavorare, non solo sugli studenti ma anche nelle famiglie e nella società. In un clima di incertezza sul valore della "scuola" che affligge l'intera società.
        • Roberto S. Rispondi
          Mi scuso: "UN'ISTITUTO", originariamente era "UN'ISTITUZIONE"
  5. Mario Angli Rispondi
    Giusto per: ''compensare il calo demografico'' con gli stranieri? Ok. Quindi, gli italiani scompaiono, e li si ''rimpiazza'' o ''sostituisce'' con gli stranieri. Senza volersela prendere con gli stranieri, che sembrano essere più pedine che altro in questo gioco, qual è la base etica per questa sostituzione demografica? I tempi mi sembrano giusti per iniziare a chiedere determinate domande. Veniamo poi al tema dell'articolo. Forse non si sta facendo arrivare troppa gente, con il risultato di una auto-segregazione, verificabile anche a livello scolastico, oltre le capacità integrative del sistema di trasformare tali individui in italiani? Qual è il rischio sociale di avere masse di stranieri non integrati ed a basso livello di istruzione?