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Ma al Pd sbagliano i conti sugli investimenti al Sud

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni di Luigi Marattin sugli investimenti nel Mezzogiorno. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Come dimostra il voto compatto del Sud verso una forza politica non tradizionale come il Movimento 5 stelle, la questione meridionale continua a essere un punto centrale della discussione politica italiana. Basso livello d’investimenti, alta disoccupazione e povertà, sono solo alcuni dei tanti mali non risolti che affliggono il Sud d’Italia, e che anche nelle ultime elezioni politiche hanno dominato il confronto elettorale. Il ministro del lavoro (in pectore) del M5s Pasquale Tridico ha per esempio dichiarato, nella presentazione della squadra di governo pentastellata, che:

“Far ripartire il sud vuol dire far ripartire l’investimenti […], perché investire al Sud almeno la famosa quota 34, 34 per cento degli investimenti, delle risorse pubbliche, devono essere investite al Sud. […] La programmazione europea della coesione sociale è frammentata, e sicuramente non è un volano per la crescita, devono partire gli investimenti nazionali per il Sud”

In risposta a Tridico, Luigi Marattin, consigliere economico di Paolo Gentiloni e ora deputato del Partito Democratico, ha pubblicato questo tweet, affermando che la quota investimenti per il Sud sarebbe già superiore al 34 per cento e che la proposta M5s sarebbe solo l’ennesimo passo indietro:

Questo commento di Marattin è stato poi rilanciato dalla pagina Facebook del Pd.

Chi ha ragione? O meglio, quante risorse per investimenti vengono effettivamente destinate in percentuale al Sud d’Italia?

Spesa per investimenti ordinaria e aggiuntiva

Per verificare questa dichiarazione, bisogna prima chiarire il fraintendimento contabile di fondo. Infatti, per indicare la somma totale della spesa per investimenti si fa spesso riferimento a tre categorie differenti: la spesa ordinaria, i fondi europei e le risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc). La spesa ordinaria indica tutte quelle risorse destinate dal bilancio dello stato, in forma diretta o tramite trasferimenti a enti locali, per finanziare opere di investimento. L’aggettivo ordinario serve a rimarcare la differenza con le risorse aggiuntive, ossia i fondi europei e Fsc. Questi hanno come obiettivo l’attuazione di politiche per il riequilibrio economico del territorio nazionale, tra cui la rimozione degli squilibri tra Nord e Sud. Sia i fondi europei sia Fsc possono quindi contribuire al livello totale degli investimenti, a condizione però che non siano sostitutivi delle risorse ordinarie. Sono quindi queste ultime a definire il livello core d’investimenti, mentre le risorse aggiuntive giocano un ruolo di addizionalità.

Perché proprio il 34 per cento?

Tridico fa riferimento a una cifra ben precisa: il 34 per cento degli investimenti della pubblica amministrazione dovrebbe essere destinato al Mezzogiorno. 34 per cento come la quota della popolazione del Sud sul totale. L’idea che la quota d’investimenti debba essere proporzionale alla popolazione è ben radicata sia nelle analisi economiche sia nei documenti del governo. Per esempio, l’associazione Svimez sottolinea con molta insistenza come il raggiungimento “di un livello di spesa ordinaria in conto capitale delle Amministrazioni centrali da destinare al Sud proporzionale alla popolazione residente (il 34 per cento del totale nazionale, appunto) potrebbe invertire il trend di declino della spesa in conto capitale in corso dai primi anni Duemila e consentire il perseguimento del principio di addizionalità delle risorse aggiuntive delle politiche europee e nazionali di coesione”.

È poi lo stesso governo Gentiloni che, nell’allegato al Def 2017 “Relazioni sugli interventi nelle aree sottoutilizzate”, aveva evidenziato sia la natura addizionale delle risorse non ordinarie sia l’importanza della quota 34, la quale era stata perfino sancita dal decreto legge 243/2016, convertito poi nella legge 18/2017. L’articolo 7-bis della stessa impegna infatti tutte le amministrazioni a conformarsi all’obiettivo di destinare al Sud “un volume complessivo annuale di stanziamenti ordinari in conto capitale proporzionale alla popolazione di riferimento”, vale a dire la stessa quota 34 citata da Tridico per il meridione. L’allegato al Def, poi, esplicita più volte come la natura addizionale impedisca ai fondi aggiuntivi di seguire nelle amministrazioni “un criterio di sostituzione nella allocazione della spesa ordinaria”. In altre parole, è la spesa ordinaria che deve garantire al Sud un livello sufficiente d’investimenti, proporzionale alla popolazione, mentre i fondi europei e Fsc “hanno invece la funzione di sostenere la crescita del Mezzogiorno”, ma non possono in alcun modo sostituirsi alla spesa ordinaria. Negli ultimi anni però si è assistito a una forte accelerazione della componente aggiuntiva e a una decisa contrazione delle risorse ordinarie, che nel 2015 toccano il minimo storico degli ultimi 15 anni.

Figura 1 – Spesa in conto capitale per il Sud al netto delle partite finanziarie (miliardi di euro costanti 2010)

Fonte: Rapporto Conti pubblici territoriali 2017

L’errore di Marattin

Compresa questa distinzione, è più facile spiegare la discrepanza tra i dati forniti da Tridico, secondo cui gli investimenti per il Sud sarebbero sotto il 34 per cento del totale, e Marattin. Tridico sembra riferirsi esclusivamente alla spesa ordinaria per investimenti, quella che lui chiama erroneamente investimenti nazionali ma che rappresenta correttamente l’aggregato da considerare per discutere della quota 34. Marattin invece utilizza un altro insieme, che il rapporto 2017 dei Conti pubblici territoriali chiama “spese d’investimento”, ma che corrisponde al totale degli investimenti diretti, esclusi quindi i trasferimenti di capitale, a prescindere dal finanziatore (bilancio pubblico, fondi europei o Fsc). Infatti, l’Agenzia per la coesione territoriale ci ha confermato che l’aggregato considerato da Marattin comprende anche le risorse aggiuntive. Il neodeputato Pd fa dunque riferimento a una classificazione diversa, citando numeri corretti ma non idonei a verificare la quota 34. Dalla figura 2 si nota la differenza tra i due aggregati presi in considerazione.

Figura 2 – I diversi aggregati degli investimenti al Sud (% sul dato italiano)

Fonte: Rapporto Conti pubblici territoriali 2017

Inoltre, Marattin, rispondendo al dottorando dell’Università di Trento Giacomo Bracci, arriva a dire che la distinzione tra investimenti ordinari e aggiuntivi sarebbe frutto di “un’invenzione”. In realtà, tale differenza compare in molti documenti ufficiali del governo degli ultimi vent’anni, tra cui il Documento di programmazione economico-finanziaria 2005-2008 che fissa come obiettivo triennale il raggiungimento della quota del 30 per cento delle risorse ordinarie e del 45 per cento di quelle totali destinate al meridione.

Il verdetto

Marattin cita dati corretti ma non pertinenti a una confutazione delle dichiarazioni di Pasquale Tridico. Non solo sembra ignorare la distinzione tra risorse ordinarie e aggiuntive, ma sbaglia l’aggregato di riferimento, poiché ciò che bisogna prendere in considerazione per stabilire se lo stato rispetti la cosiddetta quota 34 (fissata oltretutto per legge dal governo di cui era consulente economico) sono solo le risorse ordinarie. La dichiarazione di Luigi Marattin è pertanto FALSA.

Ecco come facciamo il fact-checking, Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

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  1. Francesco

    Abbandonando qualunque volontà di polemica politica, limitandosi ai dati così ben spiegati da questo fact-checking e non potendo sapere che cosa intendesse Tridico, mi sembra che l’interpretazione più corretta sia comunque quella di Marattin in termini di spesa per investimenti. FSC e Fondi strutturali per le regioni ex-obiettivo 1 sono nettamente superiori a quelli a disposizione delle altre (quantomeno per disponibilità) e sono concordati tra Stato Membro e Commissione Europea, quindi sono indirizzati dalla politica economica nazionale. Quantomeno, darei a Marattin il beneficio del “parzialmente vera”.

    • Mariasole Lisciandro

      Gentile Francesco, grazie innanzitutto per il suo commento. Ciò che abbiamo evidenziato è che esiste per legge l’obiettivo di destinare una quota del 34% di investimenti ordinari (esclusi quindi i fondi europei e fsc) al Sud. Marattin ha preso un aggregato totalmente diverso e slegato da questo tema, affermando in un successivo tweet che la distinzione tra risorse ordinarie e aggiuntive sarebbe “un’invenzione”.

      • Francesco

        Grazie a voi per l’ottimo servizio che fate sempre. Ciao

  2. Corrado Tizzoni

    Mi trovo pienamente d’ accordo con Francesco; mi sembra che la sostanza del confronto tra Tridico e Marattin sia la dimensione degli investimenti al Sud. Secondo Tridico devono aumentare ed essere fondamentalmente nazionali perchè quelle europei sono frammentati e sicuramente non sono un volano per la crescita. Mi sembra opinabile e per lo meno da dimostrare. Se accettassimo la posizione di Tridico non daremmo la giusta importanza al corretto uso dei fondi europei che è un problema tipico Italiano; bisognerebbe confrontarsi con altri paesi che usano i fondi europei per fare sviluppo e occupazione.

  3. Danilo

    Sarebbe altresì interessante ( a mio parere) che effetti producono, in termini posti di lavoro, incremento del Pil regionale, gli investimenti al Sud paragonandoli a quelli di altre regioni anche europee.
    Cordiali saluti.
    Danilo Dini

  4. L’articolo fa ampio riferimento ad una mia risposta al dibattito Tridico/Marattin/Fassina apparsa su Il Foglio di due giorni prima (20 Marzo 2018), che, partendo dai dati CPT, rende alquanto più chiare le ragioni di ambiguità del dibattito innescato da Tridico/Marattin/Fassina
    :
    https://www.ilfoglio.it/economia/2018/03/20/news/una-precisazione-sulla-spesa-in-conto-capitale-al-sud-34-

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