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Migrazione, una questione globale

Onu e Unhcr hanno presentato le prime bozze dei Global compact su migrazione regolare e rifugiati. Perché nessun paese da solo può gestire il fenomeno e coglierne le opportunità e le sfide. Dubbi sulla distinzione tra rifugiati e migranti economici.

I Global compact della migrazione

Appena conclusa una campagna elettorale in cui l’immigrazione (e in particolare la paura di essa) è stato uno dei temi centrali, sarebbe opportuno tornare a riflettere sulla questione in termini globali, riconoscendo che nessun paese al mondo è in grado di gestire da solo situazioni così complesse.

Nel mese di febbraio Onu e Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) hanno presentato le prime bozze dei Global compact su migrazione regolare e rifugiati: due accordi internazionali ambiziosi e innovativi, purché si traducano in impegni concreti da parte degli Stati.

Il percorso che porterà entro la fine del 2018 all’adozione dei due accordi è cominciato nel settembre 2016 quando, con la Dichiarazione di New York, si è aperta la fase di negoziazione, volta a determinare principi e impegni comuni sul fronte di migrazione regolare e rifugiati. Nel corso del 2017 le Nazioni Unite, in collaborazione con Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e altre organizzazioni internazionali, hanno condotto una serie di consultazioni con attori locali e parti interessate. Si è giunti dunque a una prima bozza dei due documenti, contenente alcuni principi chiave che andranno successivamente approfonditi e tradotti in impegni concreti. L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare la governance delle migrazioni, affrontando le sfide legate a quella attuale e valorizzandone il contributo allo sviluppo sostenibile. L’ambizione è invece quella di essere una pietra miliare nella storia del dialogo sulla migrazione globale.

I principi chiave

Secondo le Nazioni Unite, nel 2017 i migranti internazionali (persone residenti in un paese diverso da quello di nascita) erano 258 milioni, il 3,4 per cento della popolazione mondiale. Si tratta per il 90 per cento di migrazioni volontarie, per motivi di lavoro o famiglia, principalmente verso paesi ad alto reddito (nel 64 per cento dei casi), ma non solo verso l’Europa (le migrazioni verso l’Europa interessano il 30 per cento del totale, contro il 31 per cento dell’Asia).

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Il cuore dell’accordo “per una migrazione sicura, ordinata e regolare” è rappresentato da un impegno collettivo degli stati in termini di cooperazione e responsabilità condivise. I principi alla base del documento sono: centralità della persona, sovranità nazionale, rispetto della legalità, sviluppo sostenibile, diritti umani, attenzione a donne e minori, governance multi-livello.

L’accordo si spinge oltre la mera definizione di principio, stabilendo 22 obiettivi e, per ciascuno, le azioni necessarie da realizzare.

Ad esempio, il secondo obiettivo si riferisce alla riduzione dei fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il proprio paese d’origine: dall’aumento degli investimenti in programmi di sviluppo sostenibile, alla promozione dell’imprenditorialità e al rafforzamento della collaborazione tra agenzie umanitarie e di sviluppo.

Tabella 1

Cammino in salita

Alcuni osservatori hanno criticato la scelta di separare i due temi (migrazione e rifugiati), dando fin troppa enfasi al tema della protezione internazionale. Come sottolineato da Jorgen Carling, ricercatore del Peace Research Institute di Oslo, sarebbe stato più coerente affrontare il tema “rifugiati” all’interno del Global compact sulla migrazione, considerandolo come una delle molteplici tipologie di migrazione.

Inoltre, come per tutti gli accordi internazionali, la vera sfida è quella di passare dalle dichiarazioni di principio agli impegni concreti e alle responsabilità dei singoli stati.

Nel dicembre 2017 il presidente americano Trump ha annunciato il ritiro degli Usa dai lavori del Global compact, rimarcando la linea contraria al multilateralismo che ha già portato alla messa in discussione degli accordi di Parigi sul clima (Cop21), degli accordi commerciali trans-Pacifico (Tpp) e dell’area di libero scambio del Nord America (Nafta).

C’è da chiedersi se l’Unione europea saprà ricompattarsi, o se invece farà prevalere gli interessi – contrapposti – dei singoli paesi, specie su un tema così delicato per le opinioni pubbliche nazionali.

In questo caso, considerando anche la pressione demografica dell’Africa e il peso crescente di India e Cina, avremo perso un’altra occasione per una governance sostenibile del fenomeno.

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Il Punto

  1. Stefano

    Penso che se le nazioni dovranno accollarsi ulteriori e ingenti oneri finanziari, con tutte le problematiche di vivibilità, sostenibilità, integrazione e sicurezza che comporta accogliere milioni di persone in Europa, cui si promette un futuro che non potrà essere realizzato, sarà non solo un buco nell’acqua come già dimostrato ma alimenterà l’ostilità. Alimenterà non solo quella degli Europei, ma anche di popoli cui, con lo spirito d’integrazione, si chiede di rinunciare alle loro usanze e culture pensando che queste debbano essere barattate per un tornaconto economico. Già in passato, dovunque gli Europei si siano installati, hanno voluto diffondere i pretesi «benefici dell’istruzione», e lo hanno fatto sempre con gli stessi metodi, senza tentare il minimo adattamento o chiedersi se non esistesse già in quei luoghi qualche altro genere d’istruzione; tutto quel che non proviene da loro dev’essere considerato nullo e non avvenuto, e l’«uguaglianza» non permette ai popoli diversi e alle diverse razze di avere la loro mentalità propria; del resto, il principale «beneficio» che coloro che la impongono si ripromettono da quest’integrazione è probabilmente, dappertutto e sempre, la distruzione dello spirito tradizionale per fini economici.

  2. Davide

    Finché ci si nasconderà dietro termini come ”governance sostenibile” per giustificare lo spostamento di milioni di persone da un’area all’altra, contro ogni possibilità di integrazione sostenibile, c’è poco da discutere. Il fatto che non si dia ai popoli europei la possibilità di scegliere il proprio futuro demografico, ma lo si debba imporre dall’alto tramite tecnicismi è l’emblema della questione immigrazione. Non si è imparato nulla dalla Brexit o da Trump o tantomeno dalle elezioni italiane. La migrazione di massa continua ad essere imposta da persone che poi non si assumono alcuna responsabilità dei problemi che le proprie politiche causano. E allora si voterà ad ogni possibile occasione per chiunque prometta di bocciare in toto o ritirarsi da tali Global Compact.

    • Beppe

      Sempre più convinto di quello che diceva Twain:” se votare servisse a qualcosa, ci impedirebbero di farlo “. E’ stato ormai deciso che il futuro dovrà essere un’Europa con decine/centinaia di milioni di nuovi arrivi, la propaganda e la retorica a sostegno di queste politiche messa in campo negli ultimi anni è più forte di quello che i cittadini pensano o desiderano a sostegno delle politiche a loro favore. Alea iacta est !

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