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Partecipate: una su tre chiude come dice Madia?

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle dichiarazioni di Marianna Madia a proposito degli effetti della riforma della pubblica amministrazione. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

Riforma Madia e partecipate chiuse

Una delle armi dialettiche della coalizione di centro-sinistra sono i provvedimenti di governo attuati negli ultimi cinque anni, tra cui la riforma della pubblica amministrazione di Marianna Madia. Proprio la ministra, nel corso del nuovo programma “Non è l’arena”, su La7, a proposito delle partecipazioni pubbliche ha detto:

Una su tre chiude: questo non è un annuncio. Questo numero deriva da delibere formali mandate al Mef; entro la fine del 2018 verranno attuate e dunque una su tre chiuderà”.

Ma è così? Tra i provvedimenti della cosiddetta riforma Madia, il decreto legislativo n. 175 del 2016 (poi parzialmente corretto col decreto n. 100/2017), in attuazione della legge delega n. 124/2015, disciplina la normativa in materia di partecipazioni del settore pubblico. L’intento è chiarire quali sono i tipi di attività che le unità economiche partecipate possono svolgere e i criteri per decidere le chiusure. Alle amministrazioni si richiede perciò di presentare entro un anno gli eventuali piani di razionalizzazione o dismissione delle società partecipate. Se il decreto non è chiaro sulla definizione di “servizi di interesse generale”, al centro di annose diatribe, lo è invece nei criteri che ne determinano la dismissione:

  • aziende senza dipendenti (o con più amministratori che dipendenti);
  • inattive;
  • negli ultimi tre anni con un fatturato inferiore a un milione di euro;
  • perdite per almeno quattro dei cinque anni precedenti;
  • nessuna fattura;
  • svolgono servizi già erogati da altre partecipate.

Nel caso di mancata dismissione, gli enti pubblici saranno sottoposti a sanzioni, sia economiche che gestionali.

I primi effetti

Negli ultimi mesi del 2017 il governo, in un comunicato, ha rivendicato l’avvio delle procedure di dismissione per un terzo delle società partecipate. Si tratta di 1.650 società segnalate dagli enti pubblici all’interno dei propri piani di revisione e, in teoria, in via di chiusura, fusione o vendita della quota detenuta dal pubblico entro fine anno. L’intera platea individuata dalla rilevazione del ministero dell’Economia è di 5.791 società, di cui 4.701 a partecipazione diretta. Proprio fra queste ultime si trovano le 1.650, ottenendo appunto il tasso di dismissione di circa il 35 per cento.
In sintesi, la situazione è questa:

  • circa 8.700 amministrazioni pubbliche hanno risposto alla rilevazione del ministero dell’Economia;
  • sono state comunicate 5.791 società partecipate, di cui 4.701 a partecipazione diretta;
  • per 1.650 (35 per cento di 4.701) di queste è stata proposta la dismissione.

Questo numero deve essere analizzato alla luce di alcune precisazioni. Innanzitutto, come specificato nello stesso comunicato, gli enti interessati dal processo di razionalizzazione erano 10.500; ma solo l’83 per cento ha effettuato la ricognizione straordinaria delle partecipazioni (quindi circa 8.700). Il campione di 5.791 società partecipate da questi enti risulta verosimilmente sottodimensionato – ma non sappiamo di quanto – proprio perché non tutte le amministrazioni, in particolare le più piccole, hanno risposto agli obblighi.

Allargando lo sguardo, è evidente che il numero delle partecipate sotto revisione straordinaria non coincide con il totale delle partecipate italiane. Come sottolineato nell’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, il processo interessa soltanto le società in senso stretto. Mancano quindi all’appello associazioni, fondazioni, consorzi, società quotate, aziende di servizi alla persona e altri enti non societari in cui le amministrazioni pubbliche detengono partecipazioni. Per avere un ordine di grandezza, l’Osservatorio di Cottarelli citando il rapporto Istat, indica 9.655 “unità economiche” partecipate dal settore pubblico nel 2015. Se le considerassimo tutte, i tagli raggiungerebbero il 17 per cento, non un terzo del totale. D’altra parte la riforma Madia ha previsto la ricognizione e la chiusura delle sole partecipazioni societarie, escludendo le altre forme di partecipazione. Come mostra il documento del gruppo Cottarelli (Tavola II.1), tra le entità partecipate rientra di tutto, non soltanto gli enti societari. Se tuttavia prendiamo in analisi soltanto il limitato perimetro d’azione del processo di revisione, allora la ministra ha parzialmente ragione quando afferma che un terzo delle società partecipate chiuderà. Attenzione: società partecipate, non unità economiche partecipate, che sono ben di più.

Tabella 1

Nota: nella tabella dell’Osservatorio Cottarelli la somma tra società e aziende è pari a 5.902. Un valore vicino alle 5.791 rilevate dal ministero.

Quante sono le partecipate

Da anni circola la stima per cui le società partecipate sarebbero circa 8 mila. In realtà non è così: tanti sono, più o meno, gli enti partecipati dal settore pubblico. Le imprese (aziende speciali o società) in senso stretto, a partecipazione diretta o indiretta, si aggirano circa tra le cinque e seimila unità.
Sul tema le stime sono numerose, una per ogni banca dati che ne tenta il conteggio, tanto che un decreto legge del 2014 ne ha disposto l’accorpamento con in un nuovo database del ministero dell’Economia. Oltre a Istat, negli ultimi anni le principali fonti sono state la Corte dei conti (banca dati Siquel), il gruppo di lavoro di Cottarelli (banca dati del Mef), il dipartimento della Funzione pubblica (banca dati Consoc) e Cerved. Anche Roberto Perotti, assieme a Filippo Teoldi, nel suo libro Status quo ne aveva tentato una stima. Di seguito i dati riportati nel libro.

Tabella 2

Fonte: Status Quo, di Roberto Perotti, edito da Feltrinelli (2016)

Il verdetto

La ministra Madia ha parzialmente ragione nel dire che un terzo delle società partecipate dovrebbe chiudere, anche se il dato non tiene conto degli enti che non hanno comunicato i propri dati. La sua dichiarazione – come d’altra parte la sua riforma – non tiene però conto delle altre forme di partecipazione pubblica, comunque numerose. Nella speranza che alle norme e alle decisioni comunicate dagli enti locali seguano i fatti, la dichiarazione di Marianna Madia è PARZIALMENTE VERA.

Ecco come facciamo il fact-checking. Vuoi inviarci una segnalazione? Clicca qui.

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Il Punto

  1. Michele

    Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Vedremo a consuntivo a fine 2018, anche perché già nel passato impegni simili sono stati disattesi. Emblematico che il MEF, nel suo comunicato del 20 novembre 2017, giudichi “fisiologica” una percentuale del 17% di enti “inadempienti” rispetto al semplice obbligo di “comunicazione del piano”. Last but not least, tutto ciò nulla dice circa l’effetto economico delle annunciate “dismissioni”: magari ne “chiudono” numericamente tante, ma proprio in base ai criteri individuati nel decreto 176/2016 sono quelle assolutamente irrilevanti; quale sarà l’impatto sui conti? nessuno sembra saperlo nè sembra che qualcuno se ne occupi.

  2. luigi pieri

    In una situazione in cui si fatica a capire quante sono le partecipate, averne chiuse un po’ mi sembra un buon risultato. Che poi questa rappresentino il 17 % o il 30% del totale (vago e ambiguo) non mi sembra al momento rilevante. Bisogna procedere anche contro chi non ha assolto l’obbligo di conunicazione, come precisato nell’articolo

  3. Giovanni Rossi - Docente ed Ingegnere da 35 anni

    cio’ che è parzialmente vero è ingannevole e dunque PALESEMENTE FALSO

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