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  1. Henri Schmit Rispondi
    Chi (come il prof. Fusaro) difende le pluricandidature con liste bloccate (e eventualmente collegi uninominali) promuove un sistema di nomenclatura parlamentare, cioè 1. la scelta dei legislatori da un’élite fattuale (quelli che nelle associazioni partitiche detengono il potere) e 2. la riduzione del diritto elettorale dei cittadini alla scelta fra nomenclature in competizione fra di loro. La ciliegina sulla torta di questa concezione è il meccanismo “majority-assuring” (premio di maggioranza certo = Procellum, o condizionale = Italicum) , uno stratagemma che garantisce ad una delle nomenclature di occupare (quasi) tutto il potere. Il passaggio preoccupante e inaccettabile di questa concezione è quando la teoria viene trasformata - dai professori di diritto pubblico (come Carlo Fusaro), dai legislatori (1922, 1956, 2006, 2015) e dai giudici supremi ( 1/2014 e 35/2017) - da un'analisi descrittiva di sociologia politica (Robert Michels, Mosei Ostrogorski, Joseph A. Schumpeter) in una soluzione di diritto positivo (Mussolini-Acerbo, De Gasperi-Scelba, Berlusoni-Calderoli, Renzi-Boschi). La scelta teorica, o filosofica, è fra ideologia liberal-democratica che garantisce i diritti individuali e ideologia corporativa degli enti preesistenti sovraordinati agli individui.
  2. Alessandro Morresi Rispondi
    Ritengo che la pluricandidatura (sia quella uninominale-plurinominale, sia quella in più plurinominali) sia ingiusta perchè non rispetta in pieno la volontà dell'elettore e scolla l'atto di voto dai destini del medediomo. Oltre a ciò il fatto che tra più vittorie nei plurinominali si venga eletti lì dove la cifra elettorale è minore (quindi molto probabilmente dove si è preso meno voti tra i collegi in cui ci si è candidati) è illogico: vengo eletto dove ho meno voti... curioso! Sui cambi di casacca-colore-partito-grupoo nel corso di una legislatura ogni commento è amaramente superfluo.
  3. CARLO FUSARO Rispondi
    Sì l'articolo è ben fatto ed equilibrato: ma resta di fondo tendenzioso. Asseconda (v. titolo) un giudizio irragionevolmente qualunquistico, in parte contraddetto nel testo che evidenzia la grande diversità fra voto uninominale (prevalente attenzione alla persona) e proporzionale (prevalente attenzione alla proposta di partito: i partiti del Novecento si sono affermati in parallelo alla proporzionale!). Primo: per le ragioni che Balduzzi illustra, NON parlarei di "ripescati". Ripescati ce ne potevano essere PRIMA, grazie al sistema delle opzioni. Ora che le opzioni non ci sono più, è solo il voto che determina chi è eletto. E' dunque scorretto parlare di "ripescati"! Secondo: siamo di fronte a persone che per la loro capacità di attrarre voti e per il radicamento sul territorio sono candidate ANCHE nell'uninominale. Ma gli elettori sono informati (non si parla d'altro). E non vedo proprio perché un partito (specie piccolo e dunque non in grado di misurare le proprie possibilità nei vari collegi) non debba disporre di uno strumento per eleggere il nucleo del proprio gruppo dirigente. Terzo: essere bocciato all'uninominale, caro Balduzzi, non è equiparabile a un rifiuto dall'elettorato. Varrebbe in un sistema solo uninominale. I seggi uninominali davvero contendibili sono solo una parte: nessuno accetterebbe di candidarsi sacrificandosi senza la possibilità di essere eletti nella parte proporzionale, pensi solo a tutti i candidati non PD, non destra, non M5S!
    • Paolo Balduzzi Rispondi
      Grazie mille per i commenti e le critiche. 1) Penso che ripescato sia il termine corretto: l'ho utilizzato per indicare un candidato bocciato in un collegio 'uninominale e, appunto, "ripescato" al proporzionale: il voto nominale esclude un candidato, il voto al partito lo ripesca; 2) Nel testo sono critico ma evidenzio anche i lati positivi delle pluricandidature: concordo con lei sul suo secondo punto, per esempio 3) Ma nei sistemi solo uninominali, qualcuno che accetta di candidarsi solo per spirito di partito lo si trova: anzi, potrebbe essere anche un anche un modo che hanno i partiti per far emergere una candidatura molto condivisa sul territorio che, nonostante la sconfitta, sia in grado di raccogliere consensi da usare in futuro. Perchè invece nel nostro Paese dobbiamo ripagare certi candidati con un posto più o meno sicuro nella lista proporzionale? Ripeto quanto scritto: alcune candidature è giusto che siano tutelate. L'impressione, tuttavia, è che i partiti abusino di questo strumento
    • Henri Schmit Rispondi
      L'illustre commentatore fautore dei "sistemi majority-assuring" difende con una domanda retorica anche le candidature bloccate: "E non vedo proprio perché un partito (specie piccolo e dunque non in grado di misurare le proprie possibilità nei vari collegi) non debba disporre di uno strumento per eleggere il nucleo del proprio gruppo dirigente". La risposta è comunque semplice ed evidente: perché nonostante la giurisprudenza permissiva della Consulta la Costituzione (come TUTTE le costituzioni liberal-democratiche) lo vieta: i deputati sono eletti dai cittadini, non da corporazioni quali i partiti. Le libere associazioni partitiche hanno tutta la libertà di selezionare i loro candidati, sia per collegi uninominali sia per circoscrizioni plurinominali, con o senza liste, ma non dovrebbero mai decidere anche chi sarà eletto. Le pluricandidature (accettabili in teoria) vanno valutate in questo contesto: ampliano il potere discrezionale di chi abusivamente decide al posto degli elettori chi sarà eletto. Votare per un partito di appartenenza piuttosto che per le qualità personali di un candidato, infine, è sempre permesso, anche nei sistemi rigorosamente individuali, uninominali (USA, UK, F) o non (IRL, SF).
  4. enzo Rispondi
    Diciamo che la legge è stata fatta così proprio perché questi difetti sono per chi l'ha realizzata dei pregi e svincolarsi dal giudizio dell'elettore sembra utile e opportuno. Ma le leggi elettorali italiane hanno ulteriori difetti . In primo luogo per tutta la legislatura l'elettore si convince che esistono dei partiti in base ai quali forma un'opinione, intanto nel parlamento si creano gruppi parlamentari non corrispondenti a questa divisione. Ad esempio nella scorsa legislatura elettori del PDL hanno votato contemporaneamente per la maggioranza di governo e per l'opposizione. Il 4/3 ci troveremo oltre ai relativamente pochi partiti una miriade di liste che il giorno dopo si fonderanno e/o divideranno in base a criteri da mercante in fiera. In breve tra qualche mese molti elettori si accorgeranno ...di aver votato diversamente da come volevano.
  5. Henri Schmit Rispondi
    Il momento (legge appena approvata, elezioni imminenti) è più per considerazioni di strategia che per giudizi di valore e di conformità. Attraverso le LISTE BLOCCATE e l’uninominale CONGIUNTO la legge crea rigidità che comunque premiano l'alternativa mediana (meno rifiutata). Per superare l’ostacolo (o evitare la trappola) il M5S ha dovuto aprirsi candidando personaggi della società civile nei collegi uninominali e ammorbidendo il programma con proposte moderate. Ma forse troppo tardi e non abbastanza. Tutti fanno quello che la legge favorisce: nominano i fedeli al capo, quelli del cerchio magico; grazie alle liste bloccate e alle pluricandidature loro saranno eletti in gran parte a prescindere dalla preferenze degli elettori. Sono loro che domani legifereranno. Dopo le elezioni, come al solito, tutti denunceranno se non l’ennesima truffa, l’eccesso proporzionale e le nomine dispotiche. Dovremmo imparare a liberarci dalla dicotomia fuorviante fra maggioritario e proporzionale e distinguere invece fra voto individuale e voto di lista, e fra uninominale (in pochi o tanti collegi) e plurinominale (piccolo o grande). L’Italicum e il Porcellum erano iper-maggioritari GRAZIE alle liste, mentre verso il 1848 l’uninominale per numerosi deputati è stato promosso come sistema proporzionale, anti-maggioritario (il sistema dominante era allora un plurinominale a voto plurale -uguale al numero dei seggi - senza liste).
  6. Michele Lalla Rispondi
    L'articolo è molto equilibrato, ma, alla fine, l'equilibrio salta. Per un partito piccolo, la bocciatura all'uninominale e il seguente ripescaggio al proporzionale, non è un inganno per gli elettori, salvo abbandonare il buon senso, che con l'insistenza diventa nonsenso; in generale, anche per il partito grande non lo è, perché si tende a candidare persone rilevanti e si cerca di farli eleggere in quei collegi proprio, dove il partito è debole per prendere piú voti possibili. Se c'è una quota proporzionale, allora questo è inevitabile, altrimenti si avrebbero dei paradossi del tipo: un candidato con voti nell'uninominale piú numerosi dei colleghi di partito non viene eletto, rispetto a quelli eletti nel proporzionale. Per brevità mi limito a questo e noto solo, infine, che si possono limitare ancora di piú le candidature plurime, ma eliminarle del tutto è una assurdità, quando c'è una quota proporzionale. Diversamente, bisogna passare al maggioritario, ma personalmente lo vedo come la dittatura della maggioranza: il proporzionale garantisce una rappresentanza anche ai piccoli, che il sale della democrazia.