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Perché crescono i contratti a termine*

Si possono ridurre i contratti a termine? Prima di rispondere bisogna analizzare le ragioni che spiegano il loro peso attuale e le variazioni che sono in corso. Il ruolo della ripresa economica oggi e dell’aumento eccezionale dell’indeterminato nel 2015.

Il peso dei rapporti a tempo determinato: la dinamica post 2008

Chiedersi se si possono contrastare – ridurre o abolire – i contratti a termine significa porsi il problema del loro peso attuale e delle variazioni che sono in corso nonché delle ragioni che spiegano tali tendenze.

Dalle rilevazioni Istat sulle forze di lavoro si ricava che l’incidenza degli occupati (dati destagionalizzati) a termine – compresi gli apprendisti – (opposti ai “permanenti”) tende a crescere nelle fasi di ripresa (grafico 1). Il valore minimo (12,5 per cento) è stato toccato alla fine del 2009 e fino al 2016 le oscillazioni sono state contenute entro il 14,5 per cento. I dati disponibili sul 2017, aggiornati a ottobre, attestano un inedito sforamento, con l’avvicinamento di quota 16 per cento. Non si tratta di un’incidenza aumentata a causa di un calo degli occupati a tempo indeterminato: secondo tutte le fonti, l’ammontare di questi ultimi risulta sostanzialmente stabile. La quota degli occupati a tempo determinato è salita perché essi sono aumentati in valore assoluto e ciò spiega la crescita occupazionale registrata nel 2017.

L’Osservatorio dipendenti dell’Inps, relativo all’occupazione privata extra-agricola, ha di recente messo a disposizione serie storiche (2008-2016) opportunamente estese a tutto il periodo successivo al punto di svolta del 2008. Tali serie evidenziano con chiarezza l’alta stagionalità che interessa il lavoro a termine e attestano sia le oscillazioni connesse alle fasi di ripresa (2010-2011) sia l’impatto delle politiche: in particolare, la contrazione a fine 2015 dipendente dall’accelerazione delle trasformazioni a tempo indeterminato necessaria per usufruire, prima della scadenza, dell’incentivo triennale disposto dalla legge di stabilità 2014. Allungando al 2017 le serie dell’Osservatorio dipendenti con i saldi per tipologia contrattuale ricavati dall’Osservatorio precariato si registra la convergenza con i dati Istat nel segnalare – oltre alla stabilità dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato – la forte crescita di quelli a termine, la cui incidenza risulta superare il 20 per cento.

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Come si possono spiegare gli andamenti del 2017?

In campo ci sono diversi fattori, il cui peso specifico dovrà essere valutato con ricerche accurate una volta disponibili i dati per l’intero anno.
Tali fattori possono già essere delineati a partire dai dati riportati in tabella 1.

Confrontando il periodo gennaio-ottobre 2017 con l’analogo 2016, si osserva che le assunzioni diverse dal tempo indeterminato sono aumentate di circa un milione, interessando diverse tipologie contrattuali e praticamente tutti i settori.

Si riconoscono due spinte principali: da un lato la ripresa economica, sottostante in particolare all’andamento del somministrato, di cui è nota la sensibilità congiunturale; dall’altro l’allargamento del perimetro del lavoro dipendente con l’inclusione di rapporti di lavoro in precedenza regolati con voucher o con collaborazioni di tipo parasubordinato. La seconda spinta, probabilmente la più rilevante, è nettamente riconoscibile nella straordinaria crescita dell’intermittente. ma giustifica in buona parte sia l’incremento dei rapporti di lavoro stagionali sia la concentrazione dell’incremento dei rapporti a tempo determinato nel settore del commercio-turismo. Si tratta di un esito che – almeno fino alla produzione di evidenze di segno contrario – si può qualificare come positivo: chi in qualche modo l’ha voluto non dovrebbe adesso sorprendersi per il boom dei contratti a termine.

Un’altra questione specifica di cui tener conto è la dinamica del tempo indeterminato. Che non cresce (nei dati amministrativi) o cresce pochissimo (nei dati Istat) da quasi due anni. Per comprendere l’andamento occorre sempre considerare l’effetto a medio termine della straordinaria crescita osservata nel 2015.

Confrontando i dati di dicembre 2014 con quelli di dicembre 2016 (a digestione già avviata dell’incentivo triennale) emerge che gli occupati a tempo indeterminato sono aumentati di quasi 700 mila unità, con una crescita media pari al 7 per cento (corrispondente a un’elasticità-monstre rispetto al reddito), chiaramente non ripetibile, e in molti settori attestata ben oltre il 10 per cento. Difficile immaginare a breve ulteriori incrementi aziendali degli organici: è già una buona notizia che non si siano ridimensionati. Se la ripresa in corso proseguirà senza arretramenti è probabile che le trasformazioni da tempo determinato in tempo indeterminato aumentino e ciò potrà accadere anche senza incrementi del tasso di trasformazione.

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* Le opinioni espresse non coinvolgono necessariamente l’amministrazione di appartenenza.

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Se lo smart working piace a lavoratori e imprese

  1. Savino

    La volontà di arricchirsi sfruttando il prossimo e in mancanza di etica è tanta. La legge lo consente e forgia incentivi.
    Aggiungiamoci anche un certo italico pregiudizio verso le giovani generazioni, verso chi ha studiato e chi conosce le nuove tecnologie.
    Ma l’imprenditore non era, da codice civile, quello che doveva rischiare in prima persona? O hanno cambiato anche il codice civile? O ci hanno presi tutti per deficienti? Cosa rischia oggi, nel momento in cui paga lo Stato ed il neoassunto sgobba per la sola gloria?
    Premiamo i nostri giovani e meno giovani sfruttati, gli unici veri cavalieri del lavoro, che rischiano in p’rima persona ion quel contesto.

  2. elio

    Non sono un esperto di politiche del lavoro. Vorrei solo segnalare che in molti Paesi il lavoro a tempo determinato è la regola. Naturalmente ciò è più fattibile quanto maggiore è il livello di occupazione

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