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Ricette equilibrate per ridurre il debito pubblico*

Le proposte avanzate per ridurre il rapporto debito-Pil puntano sul conseguimento di significativi avanzi primari. Ma l’esperienza internazionale mostra che un percorso credibile deve considerare l’interazione tra politiche adottate e fattori di contesto.

L’esperienza degli altri paesi

La riduzione del debito pubblico rimane una priorità che deve essere affrontata.

Nella sua relazione finale di maggio 2017, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha suggerito un percorso impegnativo: centrare entro dieci anni l’obiettivo di un rapporto debito/Pil al 100 per cento attraverso un avanzo primario del 4 per cento annuo, complementarmente a una crescita reale media pari all’1 per cento. Carlo Cottarelli ha sottolineato la coerenza di questi obiettivi con il percorso virtuoso di riduzione del debito ottenuto da altri paesi in diversi periodi storici. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, nella sua nota di aggiornamento al Def, delinea un approccio simile – anche se leggermente più conservativo – accompagnato da un impegno in termini di nuovi introiti da privatizzazioni.

Un’analisi comparativa delle esperienze internazionali di riduzione del debito permette di approfondire il contesto macroeconomico in cui sono state conseguite. La tabella, per il periodo 1980-2016, mostra tutti i casi in cui un’economia avanzata è riuscita a ottenere un calo prolungato del rapporto debito/Pil (con una riduzione complessiva pari ad almeno 20 punti percentuali).

Tabella 1 – Casi di riduzione del rapporto debito/Pil nei paesi avanzati dal 1980 a oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Fmi

Durante il periodo di riduzione, l’avanzo primario medio nei paesi è stato pari al 3,1 per cento (dall’1,1 dell’Australia al 4,9 per cento della Nuova Zelanda), mentre il tasso medio di crescita reale (3,6 per cento) è stato piuttosto sostenuto.

Una prima considerazione è dunque relativa al sostegno che l’espansione dell’attività economica ha garantito durante il processo di consolidamento fiscale, facilitando il conseguimento di un elevato avanzo primario. Un ruolo decisivo è stato giocato dall’inflazione, che si è attestata in media al 2,6 per cento. Anche nel caso dell’Italia, quindi, una crescita più sostenuta unita a un tasso di inflazione tendente al 2 per cento permetterebbe – a parità di altre condizioni – una politica fiscale meno restrittiva rispetto a quella indicata come target dal governatore.

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In secondo luogo, quello che si evince dalle esperienze internazionali è che ridurre in maniera decisa il rapporto debito-Pil è più difficile in paesi con più alta disoccupazione. Circa un terzo dei paesi (Irlanda, Nuova Zelanda, Spagna, Svezia e Finlandia), infatti, sono riusciti a far calare il rapporto avendo un tasso di disoccupazione superiore al 10 per cento. Tra questi, solo la Nuova Zelanda veniva da un prolungato periodo precedente in cui il suo bilancio primario era rimasto positivo. Nel caso dell’Italia non è un elemento da sottovalutare, perché dopo 25 anni di saldo primario in avanzo, la sostenibilità “politica” (prima che finanziaria) di un’ulteriore decade di forte restrizione fiscale rimane una sfida tutt’altro che facile da affrontare.

A maggio del 2016, il Fondo monetario internazionale, nel contesto dei negoziati tra i rappresentanti delle istituzioni europee e della Grecia, ha pubblicato un’analisi sulla sostenibilità del debito pubblico ellenico. Nello studio, gli analisti del Fmi hanno ridotto le stime dell’avanzo primario realmente ottenibile da Atene dal 3,5 per cento del Pil a un più credibile 1,5 per cento, specificando che “pochi paesi hanno sostenuto alti livelli di avanzi primari per un periodo di dieci anni o più”, specialmente se dopo lunghi periodi di recessione e alti tassi di disoccupazione strutturale.

Avanzo sì, ma anche investimenti

Mantenere il bilancio dello stato in avanzo è chiaramente una condizione essenziale ai fini di un percorso efficace di riduzione del debito-Pil. Ma l’esperienza storica indica che per essere credibile e sostenibile, l’obiettivo deve essere declinato in funzione delle condizioni strutturali dell’economia. E non è indifferente la modalità con cui il surplus viene conseguito, come sottolineano gli studi di Alberto Alesina e Roberto Perotti degli anni Novanta. Gli autori mostrano come nei casi di successo di riduzione del debito, l’aggiustamento fiscale sia stato principalmente conseguito attraverso un calo della spesa primaria corrente, mentre in quelli di insuccesso attraverso tagli agli investimenti.

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In Italia nel periodo 2009-2016, i benefici dell’avanzo primario (in media pari all’1,2 per cento annuo), ottenuto anche attraverso una riduzione degli investimenti pubblici (-32 per cento in termini reali), sono stati più che compensati dalla dinamica negativa della crescita economica.

Infine, il successo nei programmi di riduzione fiscale dipende dalle condizioni politiche e istituzionali nelle quali si realizza. Negli stessi studi di Alesina e Perotti si evidenzia come storicamente siano i governi monocolore ad avere una probabilità maggiore di portare a compimento un programma di successo, mentre gli esecutivi di coalizione “ci provano, ma sistematicamente falliscono”. Una prospettiva che non è di buon auspicio per l’Italia.

* Cassa depositi e prestiti spa. Le opinioni espresse dagli autori sono del tutto personali e non coinvolgono l’istituzione di appartenenza

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  1. Giuliano P

    Credo che in realtà in Italia non importi ad alcuno ridurre il debito pubblico. Non ai privati cittadini che continuano a chiedere “provvidenze” peri motivi più disparati, a non pretendere più posti di lavoro,ma più POSTI (nella Pubblica Amministrazione, preferibilmente), Non ai polutici, che trovano più conveniente il facile consenso elettorale con provvedimenti a favore delle vaerie clientele e/o erga omnes, vedasi la demenziale proposta di porre il canone Rai a carico della fiscalità generale, finanziata con taglio di spese (ma i tagli nelle spese non dovevano essere destinati a riduzione del debito?) Nessuno pensa che il debito di oggi dovrà essere pagato dai nostri figli e nipoti, ma allegramente ognuno si frega le mani per i pochi spiccioli (o voti) che riesce a raccattare.

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