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Proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro*

La mobilità è oggi il tratto caratterizzante del mercato del lavoro. La soluzione non è un ritorno all’articolo 18, ma dare priorità alle politiche attive, alla formazione professionale e soprattutto cominciare a pensare a nuove forme di protezione.

L’occupazione sale, ma è a termine

I dati Istat del 30 novembre confermano la tendenza recente nel mercato del lavoro italiano: il grosso della crescita occupazionale è trainato dall’aumento dei contratti a termine: l’89 per cento dell’incremento degli occupati dipendenti nell’ultimo anno è composto da contratti a termine, l’11 per cento da permanenti. In un anno, gli occupati a tempo indeterminato sono cresciuti dello 0,26 per cento (+39mila), quelli a termine del 14 per cento (+347mila).

Guardando agli altri paesi europei il caso italiano resta abbastanza particolare. La figura 1 mostra come nella maggioranza dei paesi europei l’occupazione a tempo indeterminato sia la forza trainante della ripresa occupazionale. In Germania e Portogallo, per esempio, la quasi totalità della crescita occupazionale è a tempo indeterminato. In Francia e Spagna, metà è a tempo indeterminato, metà a tempo determinato. In Italia, invece, la quota di assunti a tempo determinato è diventata dominante con la riduzione della decontribuzione legata alle assunzioni con contratto a tutele crescenti.

Figura 1 – Crescita degli occupati permanenti e temporanei per trimestre

Fonte: Calcoli dell’autore basati sulla European Union Labour Force Survey (EU-LFS).

Il dibattito politico è tornato a invocare l’articolo 18, anche proponendone l’estensione alle piccole imprese.  Oppure a chiedere un aumento delle indennità di licenziamento. Tuttavia queste misure non servirebbero in nessun modo a chi è assunto a tempo determinato. Al massimo meriterebbe di essere studiato meglio il ruolo giocato dalle norme del decreto Poletti del marzo 2014 che hanno reso più facile l’uso dei contratti a tempo determinato, in qualche modo in contraddizione con lo spirito del Jobs act di far diventare il contratto a tutele crescenti la forma prevalente di occupazione subordinata. In ogni caso, al di là dei possibili fattori istituzionali ci sono anche ragioni più profonde che i dati aggregati nascondono, come mostrato da Giulia Bovini, Fabrizio Colonna e Eliana Viviano hanno mostrato su queste pagine. In particolare, la diminuzione degli adulti tra i 25 e i 44 anni, confermata anche dagli ultimi dati Istat, incide sulla quota di lavoratori permanenti e temporanei perché è in questa fascia di età che con maggior probabilità si passa dal tempo determinato all’indeterminato.

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Le nuove priorità

Lasciando da parte le diatribe mensili sui dati, una politica che guarda al mercato del lavoro del futuro deve partire dal fatto che le carriere lavorative non sono più necessariamente quelle degli anni Settanta. Voluta o subita, la mobilità è il tratto caratterizzante del mercato del lavoro attuale. La figura 2 mostra come nella sola prima metà del 2017, 579mila persone tra i 16 e 74 anni siano diventate disoccupate, 924mila abbiano trovato un lavoro. Un milione circa di persone hanno smesso di lavorare diventando (statisticamente) inattive, mentre un altro milione ha trovato un’occupazione smettendo di essere (statisticamente) inattive.

Per il momento non sono facilmente reperibili dati più dettagliati per comparare l’evoluzione di questi trend nel lungo periodo né i movimenti da un lavoro all’altro e da uno status all’altro (per esempio da temporaneo a permanente, da tempo parziale a tempo pieno, da dipendente ad autonomo e viceversa). Ma il quadro è chiaro: la mobilità non è (più) un’eccezione.

Figura 2 – Transizioni tra occupazione, disoccupazione e inattività in Italia – dati in migliaia

Fonte: Elaborazione de lavoce.info a partire dai dati Eurostat.

Continuando a parlare (solo) di articolo 18 non contribuiamo a pensare il lavoro al futuro. È vero che le riforme dagli anni Novanta a oggi hanno soprattutto privilegiato la flessibilità. È quindi comprensibile (e giusto) che ora si metta più l’accento sulla protezione del lavoratore. Tuttavia, la priorità non è impedire che un lavoratore sia licenziato (escludendo ovviamente i casi di discriminazione), ma rendere più sicure e protette le transizioni.

Concretamente significa dare massima priorità (anche in termini finanziari) alle politiche attive del mercato del lavoro, alla formazione professionale e soprattutto cominciare a immaginare le nuove forme di protezione in un mondo che cambia.

In Francia dal 1° gennaio 2017 il “Conto personale d’attività” permette a ogni lavoratore di accumulare diritti in termini di formazione, supporto in un progetto di start-up, valutazione delle competenze, part-time o prepensionamento per chi ha avuto lavori usuranti. Si tratta di un primo esempio di protezione sociale orientata al futuro, in cui i diritti sono legati alla persona e non al posto di lavoro. Sempre in Francia, il governo sta discutendo di estendere il sussidio di disoccupazione anche a chi si licenzia e agli autonomi. L’idea è di permettere a coloro che desiderano lanciarsi in un’impresa imprenditoriale indipendente o semplicemente lasciare la propria azienda per cercare migliori orizzonti, di farlo senza temere le difficoltà economiche che ne potrebbero derivare. È una sfida non priva di problemi (finanziari e di possibile azzardo morale), ma è uno dei temi da prendere sul serio se si vuole declinare il lavoro al futuro.

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* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente all’autore e non riflettono necessariamente quelle dell’OCSE o degli Stati membri.

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Contratto degli statali: una strada ancora lunga e tortuosa*

13 commenti

  1. Henri Schmit

    Ottimo! L’obiettivo di questo sito dovrebbe essere di creare consenso sulla posizione difesa nell’articolo. Bisogna convincere la sinistra non-PD, o una parte di essa, che questa è l’unica strada del vero progresso sociale. Proprio su temi del diritto del lavoro D’Alema quando era primo ministro era su posizioni “blairiane”. Mentre in una conferenza organizzata dalla Bocconi parlava a favore di una maggiore flessibilità senza rinunciare alla protezione, le agenzie di stampa battevano la notizia dell’opposizione dei sindacati (all’epoca c’era Cofferati a dettare i tempi). Poco dopo D’Alema – che aveva ragione – si è dimesso.

  2. QualeWelfare

    Proviamo con una similitudine, magari è più facile capirlo. Siete su un parapetto, con tutti i rischi del caso, e un pompiere di sotto vi dice “intanto buttati, che lì è rischioso… poi vediamo se costruire le protezioni…”. Ecco, questa è la situazione creata da vent’anni (1997) di flessibilizzazione del mercato del lavoro senza costruire adeguate protezioni. Ahh..le politiche attive, belle, la formazione, bellissima…le interviste e i percorsi individualizzati di reinserimento nel mercato del lavoro…tutte cose splendide che bisognava iniziare a costruire prima delle, o in parallelo alle, riforme “flex”… Ora la situazione dei lavoratori sul mercato è come quella dell’uomo (preferite la donna? peggio ancora) sul parapetto, con qualche problema di complessa soluzione. Ne cito 3: i) il problema vero è proprio che la ripresa in italia si accompagna a contratti a termine, nonostante il jobs act, dato che sancisce l’inefficacia del provvedimento quanto a “desegmentazione” del mercato del lavoro e suggerisce che non è con riforme di questo tipo che si rimette in moto paese ed occupazione (struttura produttiva, modello industriale; ii) le politiche attive costano, diciamo 10-20 miliardi… dove li prendiamo hic et nunc?; iii) il personale dei CPI non è formato per affrontare l’enorme sfida.

  3. Piero Pessa

    Mi sembra che la realtà delle cose vada da un’altra parte: è stata introdotta maggiore flessibilità e minori protezioni per i lavoratori, mentre delle politiche attive del lavoro non c’è alcun segno, anzi si notano ulteriori tagli di spesa in questo settore.

  4. Michele

    I numeri lo dicono chiaro: il jobact è stato un solenne fallimento. Un ulteriore passo verso la precarizzazione, che poi vuole dire stipendi più bassi oltre che meno tutelati. Altra bufala sono le politiche attive del mercato del lavoro: servono solo a dare uno stipendio ai formatori e far guadagnare qualche impresa privata grazie a soldi pubblici. 20 miliardi regalati alle imprese con la decontribuzione non sono serviti a nulla. Speriamo che di tutto ciò se ne ricordino gli elettori la prossima primavera

  5. Lorenzo Fassina

    “la priorità non è impedire che un lavoratore sia licenziato..”. Ecco, nuovamente, il tragico equivoco della presunta difficoltà di licenziare che sarebbe da ascrivere a coloro che vogliono reintrodurre l’articolo 18 o inasprire la monetizzazione del jobs act. Il problema vero è che non si riflette mai abbastanza sul presupposto della reintegrazione o dell’indennizzo, ossia la illegittimità del danno subito dal lavoratore. Da sempre le aziende hanno potuto licenziare, rispettando delle semplici regole che a me son sempre sembrate di civiltà giuridica. Ora, invece, il licenziamento di un lavoratore diventa ancora più semplice rispetto alle conseguenze sanzionatorie derivanti dal mancato rispetto di un’obbligazione civilistica. Si va ben oltre i principi della law and economics che ispirano la “rottura efficiente del contratto” perchè la parte che subisce il torto (il lavoratore ingiustamente licenziato) non viene affatto pienamente soddisfatta. Qui, in realtà, siamo nel regno del puro arbitrio.

  6. Marco Zagnoli

    la “presunta” difficoltà di licenziare non è affatto presunta, come sa chi abbia svolto o svolga mansioni di gestione/direzione del personale: la realtà è che ci troviamo immersi in un mercato del lavoro bloccato: gli elementi lavativi sono ipertutelati (da norme, regole, da una impostazione culturale ferma agli anni cinquanta del novecento) a discapito dei lavoratori che possono dare un contributo positivo in termini di incremento della produttività; la voce potrebbe fare effettuare (se già non esistono) uno studio comparato sui sistemi di regolazione dell’entrata/uscita dalle aziende in Germania e altri paesi europei? per esperienza personale vi evidenzio che con il sistema italiano in cui il datore di lavoro è considerato a priori un soggetto negativo i lavoratori seri sono tutelati meno dei lavativi; mi si permetta di utilizzare un paragone calcistico; è come se una squadra quando mette un giocatore nella rosa dei titolari ha poi grosse difficoltà a toglierlo dalla rosa stessa (non tutti i giocatori sono bravi o adatti al ruolo), e quindi può solo aggiungere nuovi elementi . dato che il budget è limitato, questa squadra farà giocare solo riserve, calciatori in prestito, ecc. . Concordo sul fatto che i lavoratori non hanno supporto effettivo per aggiornarsi venire aggiornati formati ; negli anni cinquanta le classi dirigenti agivano per aumentare la torta/PIL, ora si ragiona solamente su come suddividere risorse scarse

  7. franco tegoni

    Il problema sta che a fronte di una maggior flessibilità del fattore lavoro (utilizzata anche per incrementare i profitti) non esiste un sistema reale di sostegno del lavoratore sia in termini economici sia in termini di aggiornamento sia per la ricerca di una nuova collocazione. La predisposizione del jobs act (perché l’inglese?) è stata caratterizzata dalla esclusione di fatto del sindacato per creare uno stato d’animo di disarmo tra i lavoratori.

  8. Savino

    Finchè non offriremo al licenziato altre chances con una intermediazione pubblica seria il problema non si risolverà. Gli italiani invece di nutrire rancore verso chissà chi debbono fare autocritica di una mentalità medievale che possiedono in cui sia inoccupato che disoccupato devono cercarsi una raccomandazione per trovare lavoro.

  9. Henri Schmit

    Il contratto di lavoro non è un accordo fra due volontà libere, ma ha una forte componente obbligatoria, imposta dall’autorità pubblica per tutelare la parte debole; in particolare la durata dopo certi atti o fatti diviene indeterminata. Non è una scelta contrattuale ma una disposizione pubblica protettiva. D’altra parte il mondo aperto (mercato comune UE e concorrenza mondiale) e le nuove esigenze delle aziende di rimanere competitive, incidono necessariamente sulla portata della durata indeterminata. Una parte del Jobs Act risponde a questa esigenza permettendo di licenziare per ragioni di convenienza economica ma obbligando il datore di lavoro di compensare il lavoratore licenziato; la misura è indispensabile per assicurare la capacità di adattamento delle aziende italiane. Col tempo gli effetti positivi di tale flessibilità ci saranno attraverso un aumento degli investimenti privati e la creazione di nuovi posti di lavoro. Detto ciò, bisogna pure garantire e rinforzare sul posto di lavoro il rispetto dei diritti dei lavoratori oggi spesso calpestati, non solo da Amazon e da Ikea! Inoltre, come argomenta l’articolo, bisogna creare strumenti di assistenza e facilitazione per agevolare anche la flessibilità dei lavoratori: tamponare la perdita di reddito, favorire la ricerca di un nuovo lavoro, offrire corsi di formazione e di specializzazione, favorire iniziative nuove (mini start up). Questo mi sembra l’unica via di progresso sociale oggi sostenibile.

  10. Socio di una piccola azienda con poche decine di dipendenti ricordo che 30 anni fa assumevamo abbastanza facilmente giovani con poca esperienza ma promettenti. I 3 mesi di prova erano a malapena sufficienti per introdurre i neo assunti sugli argomenti complessi di nostro interesse e se la nostra scelta si rivelava sbagliata potevamo interrompere il rapporto con alcune mensilità, non troppe, e non ci pentivamo quasi mai di avere fatto qualche prova inutile. Nel tempo abbiamo imparato a diventare molto più cauti man mano che la rescissione di un contratto rincarava fino a livelli insostenibili di alcune decine di mensilità. Questa evoluzione negativa ci ha pian piano sconsigliato di assumere facilmente giovani da valutare e ci ha spinto purtroppo anche a rinunciare a crescere.
    Il nostro sistema legislativo ci ha progressivamente allontanato dai modelli dei paesi più efficienti, forse i nostri legislatori progressisti non avevano fatto i conti giusti?

  11. Pensare di tornare completamente indietro è impensabile, bello o brutto che sia oggi il mondo del lavoro è diverso ed è impensabile il posto fisso a vita. D’altra parte la eccessiva precarietà non serve nelcomplesso alla società e neanche per le aziende , un eccessivo turn-over non ha mai fatto bene,Purtroppo il job act ha fatto poco per limitare i contratti atipici e a termine e ha dato un ulteriore forza alle aziende a scapito dei lavoratori e dei sindacati, non credo che questa sia una buona cosa per il lavoro, con tutti gli sbagli e ritardi del sindacato comunque serve avere un bilanciamento di forze essenziale in ogni sistema democratico ed efficiente.

  12. Michele

    1) la precarizzazione, perseguita costantemente da più di 20 anni, sta dando i suoi frutti: bassi salari, bassa produttività (tutto il contrario del vero interesse delle imprese, vere, non dell’affarismo a breve termine), niente diritti, un po’ di concessioni paternalistiche 2) la svalutazione della scuola pubblica è sinergica con questa visione del mondo 3) le politiche attive del lavoro sono una nota presa in giro e servono solo a dare un lavoro ai formatori e profitti – fuori dalla concorrenza – a imprese private. Con tutto questo ci meraviglia di un rancore crescente in ampie fasce della popolazione?

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