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Se la leader Fiom scivola sull’industria

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alla segretaria generale Fiom, Francesca Re David, e alle sue affermazioni su lavoro e diseguaglianze.

Lavoro e disuguaglianze secondo Re David

Anche se il testo è arrivato solo in questi giorni in Parlamento, la discussione sulla legge di bilancio va avanti da tempo. Come ogni anno, ci si interroga sugli effetti che la manovra avrà sulle famiglie e sulle imprese italiane per i 365 giorni successivi. Nel dibattito, non poteva mancare il commento del sindacato dei metalmeccanici, la Fiom, che dal 15 luglio 2017 è guidato dalla nuova segretaria Francesca Re David.

Interrogata da Marco Fratini nella puntata del 21 ottobre di Omnibus, su La7, sulle conseguenze che la manovra finanziaria avrà sul lavoro e sulle disuguaglianze, Re David da dichiarato:

Questa manovra non intacca assolutamente le disuguaglianze che in questo paese stanno crescendo enormemente, c’è una distanza sempre maggiore tra chi è ricco e chi è povero. […] Prima fare un lavoro, avere un lavoro dipendente, fare l’operaio, […] significava essere su una soglia dignitosa rispetto alla propria vita. Oggi fare un lavoro dipendente nell’industria, che è la grandissima parte del prodotto, della ricchezza del nostro paese, […] significa essere sulla soglia della povertà e rischiare da un momento all’altro di cadere nella povertà.”

Questa dichiarazione richiede almeno tre approfondimenti.

La crescita delle disuguaglianze

A seguito del lavoro di diversi economisti, tra cui Thomas Piketty, la discussione sulle disparità economiche sta guadagnando attenzione all’interno del mondo accademico e politico. La dichiarazione di Re David si concentra sull’Italia, dove secondo la sindacalista le disuguaglianze continuerebbero ad aumentare.

Per verificarlo utilizzeremo due misure diffuse: la percentuale di reddito posseduto dall’1 per cento più ricco e il coefficiente di Gini. Partiamo dal primo, vale a dire da quanto del reddito complessivo da lavoro è guadagnato dal percentile più ricco della popolazione.

Come si vede dalla figura 1, dagli inizi degli anni Ottanta al 2009, ultimo anno per cui sono disponibili i dati per l’Italia, l’1 per cento più ricco della popolazione ha effettivamente visto aumentare la propria quota di reddito, a eccezione degli ultimi due anni, quando la crisi non ha risparmiato neanche i redditi più alti. Ciò che emerge dall’analisi dell’indice è proprio ciò di cui in parte parlava Re David: nel medio periodo le disuguaglianze sono aumentate, “i ricchi sono diventati sempre più ricchi”, accaparrandosi una quota sempre maggiore del reddito totale.

Figura 1

Se invece analizziamo l’indice di Gini – che avevamo già utilizzato per verificare una dichiarazione di senso opposto – i risultati ci offrono un’altra prospettiva (figura 2). L’indice equivale a 0 in una situazione di perfetta uguaglianza e a 1 se l’intero reddito è concentrato nelle mani di una sola persona. La serie dell’indice fornita dall’Ocse inizia nel 2004 e si interrompe nel 2014. È quindi più limitata e si concentra su un periodo più recente. Differenza fondamentale, dal momento che Re David non si limita a dire che le disuguaglianze sono cresciute, ma afferma che continuano ad aumentare anche oggi, producendo un ulteriore inasprimento delle differenze tra ricchi e poveri. È proprio qui che la sindacalista commette un’imprecisione. L’analisi dell’indice di Gini ci dice che non è la verità: l’indice delle disuguaglianze si è mantenuto in un intervallo di oscillazione piuttosto piccolo negli ultimi dieci anni, diminuendo intorno agli anni della crisi per poi crescere leggermente e stabilizzarsi dal 2010.

In sintesi, le disuguaglianze sono cresciute, come si può vedere dalla figura 1, ma dai dati disponibili sugli ultimi anni il trend sembra essersi almeno temporaneamente interrotto.

Figura 2

Siamo ancora così legati all’industria?

Il secondo punto che merita una precisazione riguarda il settore manifatturiero che, secondo la leader Fiom, costituirebbe “la grandissima parte del prodotto del nostro paese”.

Il comparto industriale comprende diverse sotto-categorie al suo interno. Tuttavia, secondo Istat, l’insieme di queste attività costituisce solo un quarto del valore aggiunto prodotto nel nostro paese ogni anno. Questa percentuale sta continuando a diminuire negli ultimi decenni: si tratta del cosiddetto processo di terziarizzazione dell’economia, tale per cui la grandissima parte del nostro Pil non viene più prodotta dall’industria, ma dai servizi. Come possiamo vedere dalla figura 3 il secondo settore vale circa il 23 per cento del valore aggiunto del 2016, meno di un terzo di quello creato dai servizi. È d’altronde molto bizzarro che una sindacalista che si occupa di imprese metalmeccaniche non conosca le informazioni di base riguardanti il proprio settore.

Figura 3

Operai e dipendenti sempre più a rischio povertà

Il terzo e ultimo punto che merita un approfondimento è quello legato alla povertà. La segretaria Fiom sostiene che al giorno d’oggi i dipendenti che lavorano nell’industria, e in particolare gli operai, sono sottoposti a un rischio povertà ben più elevato che nel passato. Purtroppo non esistono dati tanto approfonditi sulla povertà di dipendenti ed operai industriali: perciò useremo i numeri relativi a dipendenti ed operai di tutti i settori economici. In questo modo in realtà il fenomeno della povertà potrebbe essere sovrastimato dal momento che i redditi lordi degli operai industriali sono leggermente superiori rispetto a quelli dei colleghi degli altri settori.

La figura 4 mostra l’incidenza della povertà assoluta e relativa – differenza tra le due – nei nuclei familiari in cui la persona di riferimento appartiene alle due categorie lavorative (cioè quanti sono i poveri tra operai e dipendenti). Effettivamente, si nota che nel tempo sono aumentati i poveri relativi e assoluti all’interno di queste categorie, in particolare per gli operai, che appaiono i soggetti più a rischio: comparata ai livelli medi nazionali di povertà (6,3 per cento assoluta e 10,6 relativa), l’incidenza è doppia.

Bisogna notare che l’incidenza dei poveri relativi nel 2016, anno in cui è massima, arriva a toccare quasi un nucleo famigliare su cinque, e nel caso dei dipendenti poco più di uno su dieci. È il fenomeno drammatico dei working poor che si sta diffondendo in Occidente negli ultimi anni, dopo che per diversi decenni chi era operaio non era ricco ma, di norma, era ben al di sopra della soglia di povertà. La segretaria ha dunque ragione su questo punto, seppur non si tratti di un fenomeno generalizzato alla maggior parte della platea come parrebbe sostenere.

Figura 4

Il verdetto

La segretaria Re David ha descritto l’Italia come un paese ancora prevalentemente industriale. Inoltre, è stata imprecisa nel rappresentare le realtà di disuguaglianza e in parte della povertà, anche se le va riconosciuto di aver messo in luce un fenomeno, quello di un rischio di povertà sempre maggiore tra operai e dipendenti, che si sta effettivamente verificando negli ultimi anni. La dichiarazione è pertanto PARZIALMENTE FALSA.

Ecco come facciamo il fact-checking.

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  1. Tiziano Tempesta

    Mi pare utile e interessante l’approfondimento. Non so però se l’incidenza sul VA dell’industria sia la misura corretta della sua rilevanza economica nazionale. A mio avviso molte attività terziarie sono legate all’industria. Confesso erò la mia scarsa conoscenza della cosa e mi piacerebbe sapere dagli autori se esistono stime del VA aggiunto connesso alla produzione industriale (ammesso ovviamente che il mio ragionamnto sia corretto).

    • Gabriele Guzzi

      Ciao Tiziano, certamente le attività dei tre settori sono collegate, e una parte dei servizi sarà d’ausilio al settore manifatturiero. Tuttavia è importante valutare i settori anche nel loro peso individuale, e guardando questi dati il settore dei servizi è di gran lunga il più importante nel nostro paese.

  2. Savino

    Magari l’economia globale e quella italiana fossero ancora realtà prevalentemente industriali!
    In realtà, da 15-20 anni a questa parte tutto il capitalismo è incentrato sulla finanza, cioè sulla fuffa e sulla truffa, mentre non si trasformano più materie prime, se non nello stretto necessario.
    Forse dovrà conciliare il tutto con l’ecosostenibilità, ma Trump, in fondo, non aveva tanto torto quando dichiarava di voler riaprire le miniere, poichè mancano davvero al processo economico globale l’utilizzo e la trasformazione di materie prime.

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