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Immigrati e case popolari: i numeri contro i miti

Nelle graduatorie per le case popolari gli stranieri sono spesso ai primi posti. Perché hanno redditi nettamente inferiori agli italiani e perché molte famiglie italiane hanno già una casa di proprietà. Ben diversi i numeri delle reali assegnazioni.

Politiche abitative in Italia

Il fenomeno migratorio è ovunque accompagnato da timori sulla equa distribuzione dei servizi di welfare. In Italia uno dei più sentiti riguarda l’assegnazione delle case popolari, sia per la forte visibilità a livello locale, sia perché il patrimonio immobiliare pubblico del nostro paese è scarso.

Le assegnazioni sono di competenza dei singoli comuni e si basano soprattutto su criteri di reddito, prendendo però in considerazione anche gli eventuali elementi di disagio sociale nei nuclei familiari (come presenza di anziani, disabili, genitori separati con figli). È una realtà frammentata che rende difficile ottenere dati complessivi a livello nazionale. Dati ufficiali di Federcasa (2014) indicano 770mila alloggi in locazione, più 50mila a riscatto e 108mila alloggi non residenziali in locazione.

Nelle città medio-grandi la presenza degli stranieri nelle case popolari si concentra in alcuni quartieri e dà luogo a contenziosi condominiali legati anche a diversi stili di vita. Nell’opinione pubblica si è così radicato l’assioma secondo cui la presenza degli immigrati nelle case popolari è sovradimensionata, penalizzando le fasce più povere della popolazione italiana.

Questa convinzione ha portato molti comuni a introdurre tra i criteri di assegnazione la residenza da alcuni anni (in alcuni casi è condizione indispensabile), che penalizza pure gli italiani provenienti da comuni limitrofi. Sono intervenute anche alcune regioni, con normative che in genere si attestano sui cinque anni di residenza (coincide con il permesso di soggiorno di lunga durata previsto dalla normativa europea). La Lombardia chiede inoltre di dimostrare di non essere proprietari di casa nel paese d’origine, elemento non sempre facile da provare (specie per i titolari di protezione internazionale, che non possono fare richiesta alle autorità del proprio paese). Numerosi piccoli comuni, soprattutto in Veneto, hanno adottato regolamenti che richiedono più di dieci anni di residenza.

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Timori infondati?

Si tratta di timori giustificati? E quali provvedimenti si possono adottare per evitare l’ennesimo conflitto tra poveri? In realtà, il confronto tra stranieri residenti e presenze nelle case pubbliche trascura (spesso volutamente) il contesto di partenza, almeno per tre elementi chiave.

Prima di tutto, la differenza di reddito. Dai dati relativi alle dichiarazioni 2016, si ricava che mediamente un contribuente straniero dichiara 13.629 euro annui, contro i 21.386 degli italiani: una differenza di quasi 8mila euro medi, con picchi di 10mila euro in alcune regioni, specie al Nord.

In secondo luogo, gli stranieri spesso non dispongono della rete familiare e di conoscenze che per gli italiani rappresenta un’ancora di salvezza nei periodi di difficoltà (basti pensare al ruolo di garante nell’accesso al mutuo).

Il terzo elemento, riguarda la proprietà della casa: secondo un’indagine della Banca d’Italia (2014), tra gli stranieri solo il 23,4 per cento è proprietario dell’abitazione principale, contro il 78,6 per cento degli italiani.

Ecco dunque spiegato perché la partecipazione degli stranieri ai bandi per l’assegnazione di case popolari è molto più alta, avvicinandosi spesso alla metà del totale. Alcuni anni fa, il comune di Bologna aveva calcolato che mediamente presenta la domanda per un alloggio pubblico una famiglia straniera su cinque, contro una sola famiglia italiana su cinquanta.

I criteri legati al reddito fanno sì che nelle graduatorie le famiglie straniere risultino spesso ai primi posti, con percentuali che al Nord arrivano attorno al 30 per cento degli alloggi disponibili.

In realtà, se consideriamo le reali assegnazioni agli stranieri le percentuali risultano alquanto ridimensionate, principalmente per il fatto che gli alloggi residenziali pubblici sono quasi sempre di piccole dimensioni, mentre le famiglie straniere sono di norma numerose. Si aggiunge poi il problema dello scarso ricambio, per cui molti beneficiari (e a volte i loro figli e nipoti) mantengono la casa popolare anche una volta persi i requisiti, penalizzando i nuovi richiedenti.

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La ricerca Federcasa ha calcolato la presenza di 142mila stranieri “extracomunitari” su due milioni di inquilini totali (7 per cento), mentre sono 413mila gli anziani sopra i 65 anni e 145mila i disabili. Anche aggiungendo un 20 per cento in più di possibili presenze rumene (paese comunitario), il totale degli stranieri si attesta sull’8,5 per cento del totale, di fatto in linea con l’incidenza degli stranieri residenti oggi in Italia (8,3 per cento).

L’allarme sulle presenze straniere nelle case pubbliche appare quindi fortemente esagerato, con chiare motivazioni politiche. Allo stesso modo, l’ipotesi di graduatorie separate è irrealizzabile per evidenti presupposti di incostituzionalità. Anche la regola dei cinque anni di residenza ha dato risultati parziali e ne darà sempre meno perché ormai la maggioranza dei cittadini stranieri possiede il requisito.

In un paese con circa 7 milioni di alloggi sfitti (Istat, censimento 2011) la soluzione non può essere quella di nuove costruzioni, ma va ricercata in accordi tra Anci, singoli comuni e associazioni di costruttori per permettere di ampliare il patrimonio di alloggi popolari, a costi non proibitivi, partendo da quelli già esistenti e ampliando le agevolazioni fiscali per i contratti a canone concordato, che in alcune città sono già la maggioranza.

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16 commenti

  1. Francesco

    Quindi: importando miseria, gli ultimi sono diventati penultimi.

    • EzioP1

      1- il neonato è comunque di famiglia italiana che ha pagato; 2- le tasse che paga in genere non corrispondono al reddito vero che come ben sappiamo è in parte in nero

  2. giovanni

    Se ho ben capito, le case popolari sono state costruite con le imposte ai cittadini Italiani, che vivono nel nostro territorio in quanto tale da oltre un secolo e mezzo. Ed è qui, a mio avviso, la grossa ingiustizia percepita dai cittadini Italiani dato che il diritto ad un welfare dello Stato gli Italiani se lo sono aggiudicato in innumerevoli decenni di permanenza e contribuzione al miglioramento di questo Stato, mentre gli immigrati godono di tutto questo senza avere adeguatamente contribuito alla condizione raggiunta. Le percentuali lasciano il tempo che trovano rispetto a questa percezione profondamente sentita.

    • Allora tutti i neonati, siccome non pagano di tasca propria le tasse, non hanno diritto a vivere in un’abitazione? Che colpa ha un’immigrato se prima viveva fuori dall’Italia e (ovviamente, ma meglio sottolinearlo) non pagava le tasse in Italia? Le paga da quando ci vive. E poi “le percentuali lasciano il tempo che trovano di fronte a questa percezione” sarebbe come dire: l’antibiotico funziona, ma siccome ho la percezione di guarire dalla polmonite imbracciando un rosario, affanculo l’antibiotico…

      • Alberto

        Un neonato, a differenza di una persona adulta, è incapace di provvedere a se stesso e per tale ragione ci pensano i suoi genitori a procurargli un alloggio in sua vece. Ma seguendo il suo ragionamento, lei è dell’avviso che quanto risparmiato da suo nonno, da suo padre non debba essere destinato a lei e agli altri eredi, ma semplicemente distribuito a chi non appartiene alla sua famiglia ma ha solo più bisogno di lei dell’eredità ? Persona che non ha colpa di non avere avuto dei lasciti dai suoi genitori .

        • Niccolo Durazzi

          No, ma una tassa di successione significativa e progressiva sarebbe solo giusta. Ci riempiamo la bocca di uguaglianza di opportunità e meritocrazia ma come si può anche solo pensare ad ottenerle se si nasce già segnati nel bene o nel male? E’ giusto per lei che un ricco stupido abbia comunque molte più opportunità rispetto alla media solo per il fatto di essere nato ricco?

          • Alberto

            Purtroppo il mondo, giusto o sbagliato lo possa considerare, è anche questo: per il mercato un calciatore o un’attrice stupida possono avere più opportunità di successo di un fisico intelligente (Tesla lo insegna). Se i geni dei suoi genitori l’hanno fatto nascere più intelligente della media e ha saputo sfruttare meglio di altri le stesse opportunità d’istruzione, non ha meriti diversi da coloro che hanno avuto genitori ricchi o belli in quanto le sue condizioni iniziali, in questo caso intellettive, sono superiori a quelle della media. Quando il caso trova condizioni favorevoli, che merito ha colui – politico, insegnante, funzionario ecc.. scadente, e sono molti, che trovandosi al posto giusto nel momento giusto se ne è avvantaggiato ? Però, mi perdoni, il tema è sulle politiche abitative in Italia e la tesi degli autori è che agli stranieri (senza neppure un distinguo tra stranieri di differenti nazioni) non vengono assegnate abitazioni popolari in modo diverso dagli autoctoni. Perché allora ritenere corretto, l’assegnare un abitazione agli stranieri, più indigenti di altri Italiani, e non tra chi è ancora più povero di loro nel mondo ? Cosa pregiudica, e dovrebbe esserlo a maggior ragione, un aiuto a chi è rimasto in Africa, ancora più bisognoso rispetto a chi si trova sul suolo Italiano quando gli avi di entrambi hanno costruito, nel bene e nel male, la loro nazione e non la nostra ? La fortuna per uno straniero di trovarsi in Italia e l’altro altrove ?

  3. Giacomo

    Utilizzare il dato delle presenze, che riflette ovviamente tutte le assegnazioni del passato, quando la componente straniera era molto inferiore all’attuale, è un errore metodologico grandissimo.
    Mi dispiace per gli autori, ma sarebbe corretto controllare la percentuale degli stranieri sulle nuove assegnazioni, e confrontare quella con la percentuale di stranieri presenti sul territorio italiano.

  4. Alberto

    Nel comune di Ferrara sono residenti 132.009 abitanti di cui 12.656 stranieri (il 9,59%), ma il 28% delle abitazioni è assegnata agli stranieri. A Milano, nel 2012, su 1190 alloggi 455 (il 38%) sono state assegnati agli stranieri ma la popolazione straniera è del 18,75%. A Bologna nel 2014, 169 alloggi su 330, il 51%, è stato assegnato agli stranieri, ma gli stranieri sono il 15,3% della popolazione. A Torino, nel 2014, il 40% degli alloggi sono assegnati agli stranieri, ma la presenza della popolazione straniera è del 15%. A Firenze le richieste degli stranieri sono state circa il 43% (la popolazione straniera è del 15,6%) ma il sindaco Nardella ha limitato le assegnazioni al 10% imponendo dei vincoli di assegnazione. La disoccupazione straniera nazionale è del 15%, mentre quella italiana dell’11%; ci sono quindi stranieri che non vogliono più fare certi lavori o proprio non c’è lavoro? Quanti sono gli stranieri proprietari di alloggi in Patria, che non pagano l’IVIE in Italia ma che ottengono un alloggio popolare? Affermare che “il totale degli stranieri si attesta sull’8,5 per cento del totale, di fatto in linea con l’incidenza degli stranieri residenti oggi in Italia (8,3 per cento)” è sviante perché non contempla la realtà in alcune città come quelle sopra citate, dove la concentrazione di stranieri è prevalente e in cui gli alloggi a loro assegnati sono il triplo rispetto alla percentuale di popolazione straniera presente.

  5. Carla Facchini

    Mi sembra che queste considerazioni non entrino nel merito della scelta fatta dagli autori dell’articolo di considerare l’incidenza degli extra comunitari sul totale delle assegnazioni in essere su quelle verificatesi negli ultimi anni. Di utilizzare quindi un dato di ‘stock’ anziché un dato di flusso. Se si considera che l’immigrazione ha assunto caratteri si massa negli ultimi, è evidente che la scelta fatta dagli autori, anche se non può essere considerata un errore metodologico in sé, comporta però, una lettura inadeguata del mutamento in atto. Tutto da verificare, e forse nemmeno interessante, capire se questa scelta sia dovuta ad una ‘imperizia’ degli autori, piuttosto che all’obiettivo di o quanto ad una scelta consapevole, aprescindere dal fatto è però fuorviante del mutamento in atto q0 anni Tale scelta che, di fatto ridimensiona fortemente il anzihè su

  6. Carla Facchini

    Mi scuso, il commento precedente era incompleto.
    Concordo con ‘Giacomo’. La scelta fatta dagli autori dell’articolo di considerare l’incidenza degli immigrati sul totale delle assegnazioni in essere anziché su quelle verificatesi negli ultimi anni, ossia di utilizzare un dato di ‘stock’ anziché un dato di flusso, è decisamente opinabile, se si considera che l’immigrazione ha assunto caratteri di massa nell’ultimo decennio e che quindi solo in questi ultimi anni si è potuta avere una presenza minimamente significativa di immigrati tra gli affittuari di case popolari; quella degli ‘autoctoni’ può invece avere – e di norma ha, come suggerisce la forte presenza di anziani, datazioni pregresse anche di decenni. E’ quindi evidente che la scelta degli autori tende a ridimensionare i fenomeni in atto, e a comportare una lettura del tutto inadeguata a cogliere le tensioni sociali che da tali fenomeni derivano.
    Da questo punto di vista, forse è secondario che questa scelta sia dovuta ad una sorta di ‘imperizia’ metodologica, piuttosto che a motivazioni forse umanamente ‘generose’, ma non per questo meno ‘politiche’.
    Peraltro, nulla vieta di sostenere che, considerati i redditi mediamente inferiori degli immigrati e la loro maggiore numerosità familiare, sia cosa ‘buona e giusta’ favorirli nelle assegnazioni delle case popolari, anche per agevolare l’integrazione sociale. Non, però, usando, a mò di ‘supporto’, dati quantomeno ‘parziali.

  7. Niccolo Durazzi

    Perché è una domanda rilevante chiedere se gli stranieri siano sovra- o sotto- rappresentati? Se sono sovra- rappresentati vorrà dire che sono relativamente di più rispetto agli italiani ad avere diritto ad un alloggio secondo i criteri vigenti e se sono sotto- rappresentati sarà vero il contrario. Perché la nazionalità è una variabile da considerare? Prendo nota comunque del particolare interesse che la voce ha manifestato negli ultimi mesi alla guerra tra poveri — nel senso di fomentarla.

  8. Niccolo Durazzi

    Alberto, ovviamente le disparita’ esisteranno sempre, ma c’e’ una sterminata letteratura che dimostra empiricamente che queste possano essere attenuate o magnificate da politiche ed istituzioni. Ed e’ una decisione politica se si e’ contro o a favore dell’uguaglianza e ci sono politiche ed istituzioni precise che possono rendere societa’ piu’ o meno egalitarie. Per quanto riguarda le case popolari, esistono criteri ben precisi che determinano quando una persona e’ eleggibile e hanno a che fare con la durata di residenza e contributi fiscali. Ovvero, ci sono regole che determinano quando si entra far parte della “comunita’ di destino” che e’ il welfare state. E queste sono date da residenza e contributi, che vengono applicati in modo uguale anche agli straneieri. Perche’ dovrebbe essere altrimenti? Ovviamente poi l’esempio che fa lei non ha alcun senso perche’ non sono le politiche sociali nazionali una modalita’ plausibile per aiutare “chi e’ rimasto in Africa” perche’ quella non e’ la loro funzione.

    • Alberto

      I requisiti necessari per ottenere un alloggio popolare cambiano da comune a comune in base alla diversa normativa regionale. Mentre il principio di residenza o permanenza di lunga durata è requisito in alcuni comuni, favorendo così gli autoctoni, non è requisito fondamentale in altri. Così mentre “la durata di residenza” in alcuni comuni e decennale e in altri triennale, e i contributi fiscali, che lei cita, non vengono contemplati. Ad esempio, nei requisiti chiesti dal comune di Ferrara, http://servizi.comune.fe.it/attach/redazioneurp/docs/avviso_proroga_erp_30_03_2017.pdf , potrà notare che per poter ottenere un alloggio popolare, al p.to 1) è sufficiente la “titolarità di protezione internazionale, di cui all’art.2 D.Lgs.251/2007 e ss.mm.ii. (status di rifugiato o status di protezione sussidiaria); 2) essere anagraficamente residente nel territorio della Regione Emilia Romagna da almeno tre anni; 3) Il valore ISEE del nucleo non deve superare 17.154,00 €. Un nucleo famigliare titolare di status di rifugiato, residente da tre anni, senza reddito e quindi non l’aver mai contribuito fiscalmente, hanno maggiori possibilità di ottenere un alloggio. Nell’elenco dell’ultima graduatoria per punteggio http://servizi.comune.fe.it/attach/redazioneurp/docs/grad_29_ord_punt_4_08_2017.pdf , sia lei che gli autori dell’articolo, noteranno che i cognomi italiani, nonostante i requisiti siano uguali nelle politiche sociali nazionali, sono una manciata.

  9. Massimo gandini

    Si potrebbero anche considerare le proprietà immobiliari nei paesi di origine degli assegnatari degli alloggi popolari. Africani che vivono da molti anni in italia (soprattutto ghanesi e senegalesi) titolari di alloggi popolari , possiedono in patria proprietà immobiliari che gli forniscono un certo reddito in loco , il business è gestito da familiari. So bene di cosa parlo

    • sweet

      Pago una signora rumena perché “badi” a mia madre. La signora attende soltanto il compimento di un certo numero di anni/contributi per tornarsene in Romania e vivere di una ‘buona’ pensione. Nel frattempo è riuscita – sacrificandosi – a comprarsi qualche appartamento nel suo Paese. Spesso – con il trucco del pronto soccorso – le abbiamo messo a disposizione la nostra assistenza sanitaria per ottenere interventi medico/chirurgici anche a parenti di primo grado. (mamma, suocera, figlio)
      Se facessimo il conto di cosa c’è costata, siamo sicuri che non siamo in rosso ?
      Nel contempo mia figlia quarantenne disoccupata con laurea inutile aiuta ragazzi dalla precaria carriera scolastica a “superare il gap sociale” (brutalmente : li affianca per qualche ora nel pomeriggio in una scuola pubblica a far finta di studiare!).
      MI chiedo senza voler offendere nessuno : poiché non ci sono lavori disponibili che mia figlia sappia fare, e la Regione si è inventata queste forme di socialità comunque costose, non sarebbe più economico se facesse la “badante” e la signora rumena se ne tornasse a casa sua?

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