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Riscatto gratuito della laurea: la peggior risposta possibile

Il governo sembra discutere sulla possibilità di “regalare” agli studenti universitari qualche anno di contributi previdenziali. Una risposta iniqua e inefficiente alle difficoltà dei giovani nel mondo del lavoro.

Durante l’estate è diventata virale la richiesta di numerosi studenti universitari e laureati che chiedono il riscatto gratuito degli anni di laurea. Che i giovani, laureati e non, siano preoccupati del proprio presente e del proprio futuro è normale e anche corretto. In assenza di stabilità e di certezze sulla propria carriera lavorativa, i lavoratori più giovani sono preoccupati, tra le alte cose, di non riuscire a maturare sufficienti contributi per una pensione dignitosa. Qualche esponente governativo si è già dichiarato pronto a prendere in esame la questione. Vale quindi la pena di illustrare perché una misura del genere sarebbe gravemente iniqua e quindi non dovrebbe essere applicata.

Cos’è il riscatto e quali conseguenze ha sul sistema pensionistico

Riscattare gli anni di laurea significa poter considerare, ai fini previdenziali, non solo gli anni di lavoro ma anche quelli passati sui libri (quindi 3, 4, 5 o 6 anni). La possibilità di riscatto è interessante sotto due aspetti: quello del tempo, vale a dire la possibilità di aggiungere anni di anzianità contributiva e quindi di poter anticipare il momento del pensionamento; e il valore della pensione, vale a dire la possibilità di aumentare il montante figurativo che servirà a calcolare la pensione (contributiva) di chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995. Oggi è possibile riscattare gli anni di laurea pagando dei contributi calcolati in base allo stipendio guadagnato al momento della richiesta del riscatto. In altri termini, si simula un periodo lavorativo (che non c’è stato) pagando dei contributi previdenziali: minore è lo stipendio percepito, minori saranno i contributi da pagare (e, dovrebbe essere ovvio, minore sarà anche l’aumento della pensione conseguente).

Cosa chiedono quindi gli studenti? Chiedono di non pagare questi contributi e di ricevere un regalo contributivo, per gli anni dell’università, regalo che sarebbe totalmente a carico o della fiscalità generale o degli altri lavoratori.

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Le numerose iniquità

L’iniziativa ha ottenuto una reazione parzialmente positiva da parte del governo, anche se alcune voci all’interno della maggioranza hanno già sollevato numerosi dubbi. E per fortuna: lo spirito dell’iniziativa in sé, al di là della sua applicazione pratica, risulta fortemente iniquo: l’università in Italia è già, nella maggior parte dei casi, abbondantemente finanziata dallo Stato dato che gli studenti universitari e le loro famiglie usufruiscono di un abbattimento delle rette finanziato dalla fiscalità generale (anche da parte di chi non studia); inoltre, i laureati possono accedere a lavori meno duri dei non laureati e quindi potrebbero certamente lavorare più a lungo (o vogliamo forse considerare gli anni dell’Università anni di “lavoro usurante”?); infine, i laureati, secondo molte ricerche, appartengono a classi sociali più elevate, quindi una misura del genere sarebbe oltremodo regressiva.

Ma ammesso di volere accogliere tale richiesta, anche la sua applicazione pratica risulta fortemente criticabile. Nella fattispecie, la proposta governativa prevede che il riscatto gratuito andrebbe limitato a coloro che finiscono gli studi nei tempi stabiliti, con l’eccezione per chi è fuori corso ma non per “cattiva volontà”; inoltre a beneficiare del riscatto gratuito dovrebbero essere soltanto i nati tra il 1980 e il 2000.

Immaginiamo di essere d’accordo con lo spirito della proposta: perché mai, però, chi è nato prima del 1980 dovrebbe essere escluso da questa iniziativa? A grandi linee, la prima coorte che ha cominciato a lavorare dopo il 1995 (anno di introduzione del metodo contributivo) dopo aver conseguito una laurea, dovrebbe essere quella del 1972. E come trattare coloro che, magari anche del 1981, stanno già riscattando a proprie spese gli anni di laurea?

Inoltre, perché discriminare il diritto in base alla durata del corso di studi? Il riscatto dovrebbe essere limitato al numero minimo di anni per conseguire la laurea (da 3 a 6, quindi), indipendentemente da quanto uno studente ci ha messo a laurearsi. In termini pratici, sarebbe impossibile distinguere “la cattiva volontà”, come propone il governo. Si pensi al caso degli studenti-lavoratori, già penalizzati negli studi e probabilmente anche nella possibilità di ottenere il riscatto gratuito: come si dovrebbe calcolare la durata di un corso di laurea “normalizzato” per la partecipazione al mondo del lavoro? E in base a quali parametri calcolare i contributi figurativi? Insomma, una serie di dubbi e di possibili gravi disuguaglianze che sconsiglierebbero qualsivoglia scelta discriminatoria.

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Una domanda corretta e una risposta sbagliata

Va da sé: in politica ogni gruppo organizzato può legittimamente chiedere che venga effettuata redistribuzione di risorse a proprio favore. Quello che stupisce è che il governo assecondi queste richieste acriticamente, senza apparentemente porre la questione in termini di efficienza ed equità della spesa pubblica. È evidente a tutti la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro dei giovani (non solo quelli laureati) e nessuno vuole negarla: la risposta a questa difficoltà deve essere tuttavia cercata all’interno delle politiche del lavoro, dell’istruzione, o anche di quelle industriali, famigliari e di assistenza.

Il vizio di utilizzare il sistema pensionistico per risolvere qualunque problema distributivo in Italia ci ha posto nella condizione di avere sempre meno risorse da spendere per i giovani e per la loro legittima voglia di diventare indipendenti. E addolcire le difficoltà di oggi promettendo loro di mandarli in pensione prima è il peggior regalo che uno Stato gli possa fare.

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Il Punto

  1. Savino

    Manca, anzitutto, in una società gerontocratica ed egoista come la nostra, la volontà di parlare di lavoro dei giovani, anzichè di pensioni.Se in Italia ci fossero politiche attive del lavoro degne di questo nome, i contributi figurativi (per periodi di buco) potrebbero persino partire, per tutti, dal momento dell’iscrizione al centro per l’impiego. Invece, da noi sono i pensionati che continuano a lavorare, mentre ai giovani viene detto di andare a giocare per non dare fastidio e, per il domani, basterà per loro andare dal boss di turno delle raccomandazioni anzichè al centro per l’impiego (fatto o di precari oppure di dipendenti anziani contenti di aver sistemato sè stessi). Finchè si continuerà a riempire di insulti e sberleffi quelle poche mosche bianche che criticano questo sistema bizantino, dicendo che esse “non hanno capito come funziona e come si sta al mondo” la vedo davvero dura.

  2. francesco rovere

    concordo quasi su tutto, ma vorrei evidenziare un paio di punti:
    – il riscatto della laurea è possibile, al masismo, per la durata legale del corso di studi:vien da sè che buoni o cattivi studenti non ha alcun senso nemmeno oggi;
    – il pagamento dei contributi può essere spalmato su 10 anni senza interessi: sebbene sia molto oneroso, questao è certamente un’ottimo incentivo;
    – guardando al passato, la vera iniquità dell’attuale sistema sta nel fatto che molti lavoratori oggi a fine carriera nonchè molti pensionati (penso ai miei genitori) hanno riscattato gli stessi anni con contributi irrisori.

    E’ vero che la fiscalità generale sostiene molta parte dei costi del sistema universitario, ma questa mi pare una considerazione un pò fuori tema a mio avviso. Il fisco incentiva anche con il 19% di detraibilità gli studi universitari, a dirla tutta.

  3. bruno

    Giusto! Iniziamo però a pagare le pensioni ai docenti col sistema contributivo e soprattutto a pagare gli stipendi di docenti e ricercatori in base a risultati oggettivi. I docenti (e le facoltà più in generale), andrebbero remunerate in base alla % di alunni che poi trovano lavoro, ed i ricercatori in base alle posizioni internazionali raggiunte con le loro ricerche. Iniziamo a responsabilizzare il sistema formativo, invece di regalare stipendi a chi, con una conoscenza in alto, si ritrova a fare il docente (ma de che?)

  4. baba

    Il riscatto della laurea fatto tanti anni fa e pagato da me, ha consentito alla società dove lavoravo….. di cacciarmi via 4 anni prima. Negli anni ’90 il fenomeno dei prepensionamenti ha consentito all’industria di tirare un sospiro di sollievo, facendo fuori un po’ di gente a spese della collettività. E il riscatto ha aiutato molto. Ma il problema era altro : Marchionne docet ! Purtroppo però quell’incapacità del management del tempo è diventata una minaccia che dura da anni e che consente a i vari Boeri usano di dire che il retributivo è ingiusto a differenza del contributivo !

  5. FQ

    Condivido in pieno i suoi dubbi. Secondo me un problema importante di iniquità è quello, da lei citato, riguardante chi sta pagando il riscatto della laurea o ha già completato tale pagamento (tutt’altro che esiguo, peraltro), che verrebbe fortemente danneggiato da una norma che arbitrariamente fissasse il diritto al riscatto solo per i nati dopo un certo anno. Per correggere tale iniquità si dovrebbe eliminare il vincolo o immaginare un indennizzo per chi si verrebbe a trovare “danneggiato” due volte: dal regime attuale (che ti obbliga, giustamente, a pagare) e poi da quello proposto, che prevedrebbe un cinico riscatto “gratuito” solo per alcuni. Chi dovrebbe pagarlo, questo “fantomatico” indennizzo? Se non si volesse obbligare i beneficiari della eventuale nuova norma a versare una somma a titolo risarcitorio nei confronti di coloro che hanno già sborsato somme per il riscatto (soluzione a dir poco bislacca, visto che si perora la gratuità di tale riscatto), si dovrebbe rispondere “la collettività”. E perché mai? Quando le persone prendono la laurea, non lo fanno certo a beneficio della collettività, ma per loro stessi. In presenza di tutte queste contraddizioni, la soluzione più semplice è quella attuale: vuoi riscattare la laurea? Il riscatto te lo devi pagare. Non si può sempre addossare sulla collettività i costi privati. Cordiali saluti

  6. Michele Lalla

    L’articolo è ben strutturato e equilibrato nella disanima della questione, perciò ieri non ho lasciato alcun commento. Oggi ho pensato di complimentarmi con l’autore, qui non ci sono i “mi piace”, e ho letto i commenti: su qualcuno avrei da dire. Mi limito solo a ricordare, a chi ha invocato una specie di cottimo per gli insegnanti, al di là dell’aggressività del “tono” e del contenuto, che il “cottimo” non c’è nella maggioranza dei settori lavorativi. Forse lui è un laureato a cottimo? Lascio all’autore le risposte, ma se si parla di casi personali, potrei dire che io non ho potuto riscattare l’università per oltre 15 anni di lavoro, fino agli anni novanta. Tralascio i dettagli, ma quando ho potuto finalmente inoltrare domanda, non mi hanno chiesto súbito il versamento. A dieci anni dalla domanda, ero in difficoltà economiche, mi hanno chiesto una cifra spropositata. Se si rimane sul generale, allora mi sembra di potere evincere dai commenti che, le opinioni sono tutte dirette, come dire?, a proprio vantaggio, mentre l’autore ha mostrato come si dovrebbe impostare la questione, ragionando in termini di princípi e di equità.

  7. Dario F. Massel

    Sono assolutamente d’accordo con Paolo Balduzzi. Sarebbe un’ennesima anomalia nel sistema pensionistico, con dei costi a carico della fiscalità generale. Personalmente ho riscattato 4 anni di laurea, versando all’INPS 14.000,00€ tra il 2005 e il 2010. Con la Riforma Fornero la convenienza di tale riscatto ha perso è decisamente diminuita. Per l’INPS la pensione anticipata decorrerà dal 12/2035, mentre quella di vecchiaia dal 06/2036. Come vedete non vi è particolare convenienza.

  8. Silvestro De Falco

    Non capisco a che serve riscattare la laurea con il contributivo. Perché mai si dovrebbe versare una somma all’INPS, con una remunerazione – media mobile del PIL a 5 anni – decisamente inferiore a quella dei BTP , per vedersi restituire la stessa sotto forma di rendita, con il rischio anche di perdere il capitale che si potrebbe lasciare agli eredi in caso di morte?

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