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In Italia una lunga e lenta ripresa che non basta

Nel secondo trimestre 2017 accelera la crescita in Italia e in Europa. In corso da dieci trimestri, quella del nostro paese è la più lunga ripresa degli ultimi 25 anni. Ma è una ripresa lenta che lascia l’economia italiana ancora lontana dai livelli pre-crisi.

Una ripresa lunga ma lenta

Con la crescita dello 0,4 per cento rispetto al suo livello del primo trimestre 2017 (+1,5 per cento rispetto a dodici mesi fa) prosegue la ripresa dell’economia italiana in un quadro di più rapida crescita europea. È il decimo trimestre consecutivo in cui il Pil dell’Italia mostra il segno più. Dieci trimestri positivi rappresentano la più lunga ripresa registrata nella serie dei dati trimestrali dell’Istat (che cominciano dal primo trimestre del 1995). Le riprese del 1999-2001 e del 2005-07 durarono solo nove trimestri. Quella compresa tra il secondo semestre 2009 e il primo semestre 2011 si fermò dopo otto trimestri.

Rispetto alle riprese del passato è però una ripresa lenta. In dieci trimestri il Pil è cresciuto di 2,9 punti percentuali, poco meno dello 0,3 per cento per trimestre (vedi tabella). Un po’ meno del +0,4 di crescita media della ripresa 2009-11, metà del passo della ripresa 2005-07 e poco più di un terzo rispetto alla ripresa 1999-2001. La differenza in positivo è che le riprese del passato si sono concluse prima del decimo trimestre mentre la ripresa di oggi è ancora in corso. Altri due trimestri di crescita allo 0,3 consentirebbero di replicare il risultato complessivo (l’ampiezza) della ripresa  2009-11. Ci vorrebbe tutto un 2018 allo stesso passo per replicare quella del 2005-07. E per bissare il +7,9 complessivo di guadagno di Pil del 1999-2001, i +0,3 trimestrali dovrebbero estendersi fino alla metà del 2021.

Tabella 1 – La ripresa di oggi e quelle di ieri

La ripresa degli altri paesi nell’eurozona è stata più duratura e meno lenta

Forse l’andamento lento della ripresa italiana è semplicemente il riflesso del mutato contesto internazionale ed europeo, meno favorevole alla crescita economica che nel passato. Chi teme il rischio di stagnazione secolare ritiene infatti che il mondo dopo il fallimento di Lehman Brothers sia destinato a crescere sempre meno rapidamente che nei decenni precedenti. E non c’è dubbio che l’Europa della crisi ha avuto suoi problemi specifici che ne rallentano la crescita potenziale.  Con questi chiari di luna, è inevitabile che anche la crescita italiana sia più modesta.

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Uno sguardo ai dati dell’Eurozona nel suo complesso e dei suoi singoli paesi esclude questa possibilità. I dati Eurostat indicano che mentre il Pil dell’Italia – dopo due anni e mezzo di ripresa – è ancora di 6 punti circa al di sotto dei livelli del 2008, il Pil dell’Eurozona è invece ritornato nel secondo trimestre 2015 ai livelli pre-crisi. Nell’area euro ci sono voluti sette anni (un’enormità di tempo) ma il recupero, almeno del prodotto interno lordo, è avvenuto già da due anni. E il recupero non è solo il risultato positivo di un sottoinsieme di paesi fortunati. È vero: la Germania, il cui Pil è sceso quanto quello dell’Italia nel 2008-09, è ritornata in fretta ai livelli precedenti già nel primo trimestre 2010. Un anno prima di quanto sia avvenuto per la Francia che, avendo subito uno shock meno rilevante nel 2008-09, è comunque ritornata ai livelli pre-crisi dopo circa tre anni. E quella tedesca e francese sono però economie stabili e forti. Non è quindi troppo sorprendente che abbiano recuperato più rapidamente rispetto all’economia italiana. Ma Germania e Francia non sono casi isolati. Sono infatti quindici i paesi dell’eurozona che hanno recuperato interamente il divario rispetto ai dati del 2008: tutti tranne Grecia, Italia, Portogallo, Cipro e Finlandia. Fatto 100 il Pil del secondo trimestre 2008, nel secondo trimestre 2017 la Grecia è ferma a 75, l’Italia a 94,3, Cipro a 96, il Portogallo e la Finlandia a 98. Proprio nel secondo trimestre 2017, il Pil della Spagna è ritornato appena sopra ai suoi livelli di nove anni prima.

Nell’insieme i dati indicano che molti paesi dell’eurozona – che dunque condividono la stessa valuta e le stesse difficoltà istituzionali di un’unione ancora molto imperfetta – sono comunque riusciti a chiudere una brutta parentesi. Non c’è ragione che vieti all’Italia di raggiungere lo stesso obiettivo.

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Debiti pregressi: il colpo di spugna non convince

  1. Michele

    I) Malgrado la crescita, il divario tra l’Europa più avanzata e l’Italia si amplia sempre più, trimestre dopo trimestre ii) Rispetto al 2007 abbiamo 6% di PIL in meno, ma quasi 600 mld di debito pubblico in più, che nel decennio è cresciuto del 35%. Più di un quarto del debito pubblico totale è stato creato negli ultimi 10 anni.

  2. Michele

    Ormai la sotto performance dell’Italia rispetto all’Europa è strutturale. Era evidente anche prima della crisi del 2008. Quando la EU cresce, l’Italia cresce tra il 30 e il 50% in meno. Le crisi invece sono più lunghe e più profonde rispetto alla UE. Le ragioni che “vietano” all’Italia di raggiungere gli stessi obiettivi degli altri paesi sono evidenti e ormai strutturali: produzioni a basso valore aggiunto, bassi salari, precarizzazione del lavoro, capitalismo collusivo con lo stato, spesa pubblica improduttiva e clientelare, evasione fiscale, corruzione su vasta scala, Authority capture, mafie, disastrosi meccanismi di selezione della classe politica e dirigente etc etc

  3. Henri Schmit

    Che il PIL cresce da due anni e mezzo ed ora pure più del previsto è una notizia positiva. Ma allargato il contesto e affinato il metro di misura, come sottolinea il prof. Daveri, il dato rimane pessimo: la crescita è costantemente inferiore a quella dei principali partner europei e nemmeno dopo dieci trimestri positivi il PIL ha raggiunto il livello pre-crisi di 10 anni fa. Di conseguenza qualsiasi esultazione auto-promozionale è patetica e fuorviante. Ora bisogna chiedersi perché il confronto europeo è talmente sfavorevole, qual è il ‘vero potenziale’ del paese, quali misure strutturali favorirebbero una crescita solida e durevole, quali fra quelle prese dopo il 2011 rispondono a questi criteri , quali invece sono state solo d’impatto congiunturale, quali sono state sbagliate (demagogiche) e quali sarebbero utili o indispensabili, ma non sono finora state prese in considerazione. Le risposte sono più semplici di quanto possa sembrare. La leva strutturale della crescita del PIL è l’investimento, e la produttività; spetta al governo convincere l’investimento privato, attratto dalle prospettive di redditività (che dipendono fra l’altro dalle previsioni di crescita generale) e, in mercati internazionali aperti, da un contesto regolamentare favorevole (semplice, snello) ed affidabile (certo, costante).

    • Amegighi

      Non sono un economista, ma uno scienziato. Guardando i soldi investiti nel settore R&D (percento del PIL) c’è da piangere. Guardando gli investimenti in R&D dei privati rispetto agli altri, c’è da piangere. Guardando cosa riescono comunque a produrre in termini di lavori scientifici i nostri Ricercatori in Italia (dati delle statistiche dell’NSF americano) c’è da pensare che i nostri amministratori, pubblici e privati, si divertano a buttare al vento le occasioni. Infine, guardando il modo scoordinato, schizofrenico e privo di ogni idea di indirizzare le poche risorse in un preciso e strategico settore (utile alla nostra economia) dei nostri politici, c’è solo da augurarsi di non diventare i giardinieri dei nostri vicni francesi e tedeschi nei prossimi vent’anni.

      • Henri Schmit

        Sono d’accordo. La ricerca è investimento. Una forma particolarmente ambiziosa, lungimirante, rischiosa in ogni suo elemento, benefica complessivamente. Lo Stato non può ignorarla. Come per qualsiasi investimenti ha due possibilità, o interviene direttamente, o regola incentivando, favorendo, sviluppando indirettamente. Uno Stato diretto da tele-venditori di fumo è destinato a perdere nella competizione internazionale.

  4. Non sono in grado di quantificarlo, ma sicuramente quanto rilevato dall’analisi del prof. Daveri è anche l’effetto di due determinanti: (1) il mastodontico consolidamento fiscale realizzato in Italia nella scorsa legislatura: 330 mld cumulati, costituiti per il 55% da maggiori tasse e il 45% da tagli di spesa, spesso strutturali, ascrivibili per 4/5 al governo Berlusconi (267 mld) e per 1/5 al governo Monti (63 mld) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-07-16/quattro-anni-manovre-fisco-063630.shtml; e (2) secondo i dati EUROSTAT, dal 2009 al 2016, l’Italia ha fatto registrare il seguente deficit -5,3 -4,2 -3,5 -2,9 -2,9 -3,0 -2,6 -2,4; la Francia mai sotto il 3%, con un picco del -7,2%: -7,2 -6,8 -5,1 -4,8 -4,0 -4,0 -3,5 -3,4; la Spagna mai sotto il 4%, con un picco del -11%: -11,0 -9,4 -9,6 -10,4 -6,9 -5,9 -5,1 -4,5 (http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/table.do?tab=table&plugin=1&language=en&pcode=teina200).

  5. Maurizio Cocucci

    Sembra un “loop”, si ripetono continuamente le stesse valutazioni, però da parte della classe politica non viene recepito il messaggio e anzi si tende ad enfatizzare risultati che già definirli mediocri è un eufemismo. Attendo i dettagli del II trimestre ma rammento che una delle ragioni che ha portato il precedente a crescere è il deflatore del PIL negativo, quindi l’Istat stima che in volume il PIL sia cresciuto. Sarà…ma quella valutazione è un po’ ‘curiosa’. In ogni caso se guardiamo all’ultima pubblicazione in fatto di produttività, che l’Istat ha diffuso a novembre 2016 con dati fino al 2015, emerge che quella italiana è decisamente inferiore a quella delle altre principali economie, con una crescita annua media di quella del lavoro del 1,1% nel periodo 2009-2013 per poi calare allo 0,4% nel 2014 e nel 2015 addirittura segnare un dato negativo dello 0,3%. La produttività totale del capitale, sebbene sia risultata positiva per il biennio 2014 e 2015, vede un calo in tale periodo se rapportata alle ore lavorate. Senza aggiungere altro già qui si desume che se non cresce la produttività non possono crescere i salari e quindi in assenza di un calo della pressione fiscale il reddito disponibile delle famiglie, ergo la domanda aggregata interna che conta più del 70% del totale, non cresce come dovrebbe per spingere le imprese ad investire, QE o non QE. E con i bonus non si alimenta la crescita ma si varia solo la composizione dei consumi o dell’occupazione.

  6. Savino

    A partire dai prossimi giorni, finiti i fastosi bagordi estivi, la gente tornerà solo ad imprecare contro tutto e tutti. Mancano spirito di sacrificio, voglia di lavorare e produrre e questo non è l’atteggiamento giusto e costruttivo ai fini della ripresa economica.

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