Gli effetti della globalizzazione

Vorrei ringraziare i lettori per i commenti all’articolo sui populismi. Cercherò di rispondere ad alcune obiezioni avanzate, precisando che il pezzo riporta, spero in modo accurato, le tesi di due recenti saggi di Dani Rodrik e di Luigi Guiso, Helios Herrera e Massimo Morelli.

Le inefficienze e le iniquità del funzionamento della pubblica amministrazione (assenteismo, pensioni d’oro) sono un fattore importante nell’alimentare il risentimento di chi è escluso dal godimento di certi benefici. Ad esempio, il taglio dei costi della politica, forse non decisivo per le sorti dell’equilibrio di bilancio, avrebbe un effetto simbolico importante e contribuirebbe ad attenuare il senso di distacco e a volte di repulsione che molti avvertono verso il ceto politico e la politica più in generale.

Per quello che riguarda gli effetti della globalizzazione, non è corretto dire che ha solo redistribuito benessere da una parte all’altra del mondo. Come mostra Branko Milanovic la crescita del reddito per molti anni, almeno fino alla crisi del 2008, era stata globale, anche se era stata più pronunciata nei paesi meno sviluppati. Ma tuttora il fattore più importante nello stabilire il reddito atteso di un individuo è il paese di nascita.

Questa considerazione è cruciale anche nel valutare la dimensione e la durata dei flussi migratori che stiamo osservando in questi anni. Ovviamente, massicci flussi migratori tendono a creare tensioni, sul piano economico (la concorrenza sul mercato del lavoro e per l’accesso ai servizi pubblici) e sociale (valori a volte radicalmente diversi da quelli del paese di destinazione). Per quanto rilevanti siano le tensioni sociali create dalla globalizzazione, concordo con il lettore che afferma che ormai tutti noi – aggiungerei in particolare i più giovani – siamo abituati a godere dei benefici che porta in termini di possibilità di consumo. Proprio per questo credo che non ci saranno grossi passi indietro nel processo di globalizzazione.

Tutti i populismi sono dannosi?

Un lettore chiede implicitamente se tutti i populismi siano dannosi. La risposta dipende necessariamente dalla definizione di populismo, ma a mio avviso la domanda di protezione e di redistribuzione che essi incarnano sono tutt’altro che irrilevanti o trascurabili. Gli economisti tendono a concentrarsi sull’efficienza, ma l’equità è un fattore altrettanto importante. La sfida della politica è sempre più quella di trovare modi nuovi mediante i quali contemperare efficienza ed equità, stato e mercato, con elettori che danno pesi diversi alle due dimensioni. La globalizzazione introduce spesso nuovi vincoli senza dare ai governi nuovi strumenti, rendendo il loro compito più difficile, specie con elettori ansiosi di vedere risultati concreti. L’inefficacia delle politiche tradizionali spinge a provarne di nuove, spesso anche se palesemente rischiose o dall’efficacia immediata ma costose nel lungo periodo.

Infine, non penso, per quel poco che lo conosco (credo di avergli parlato solo un paio di volte nel lontano anno accademico 1992-93), che Sir Mervyn King sia un populista. Ma faccio osservare al lettore che il dibattito sul populismo e quello sulla desiderabilità dell’euro non sono la stessa cosa, come provano le esperienze di Regno Unito e Stati Uniti.

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