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Quando la mobilità del lavoro fa la differenza*

In Italia le differenze tra aree nel tasso di occupazione sono particolarmente persistenti. Una soluzione è favorire una maggiore mobilità della popolazione, che però dipende anche dai prezzi delle case. Cosa accade con più flessibilità nei salari.

Un fenomeno di lunga durata

L’economia italiana è caratterizzata da straordinarie differenze nelle opportunità di occupazione tra le diverse aree del paese. Dal 1971 al 2001 sono addirittura aumentate, per poi flettere leggermente durante l’ultimo decennio di disponibilità di dati censuari (2001-2011). L’elemento più preoccupante del fenomeno è la sua persistenza: la figura 1 mostra come i sistemi locali del lavoro (Sll) a bassa occupazione privata nel 1971 sono per lo più gli stessi che decenni dopo risultavano ancora svantaggiati.

Figura 1 – Persistenza del tasso di occupazione privata nei Sll italiani tra 1971 e 2011 (valori percentuali)

Nota: ogni punto rappresenta un Sll italiano e mette in relazione il tasso nel 1971 con quello nel 2011. I tassi sono stati winsorizzati al 99° percentile.

Il ruolo della mobilità del lavoro

Cosa spiega questa persistenza? I risultati di un nostro lavoro recente suggeriscono alcune considerazioni.
L’evoluzione dell’attività economica sul territorio nazionale ha sistematicamente favorito alcune aree a discapito di altre. Per i territori che hanno sperimentato variazioni positive della domanda di lavoro locale è stata più elevata la probabilità di conoscere altre variazioni positive nei periodi successivi. E viceversa. Il fenomeno non è tuttavia un elemento distintivo del nostro paese. Anzi, sembra più forte in altri paesi (come ad esempio gli Stati Uniti, si veda un recente lavoro di Michel Amior e Alan Manning).

I meccanismi di tipo economico relativi alla variabilità dei salari e dei prezzi locali non hanno operato in maniera congrua nell’assecondare lo spostamento dei lavoratori e delle imprese sul territorio in modo da favorire il riequilibrio.

Quando in un’area le condizioni economiche peggiorano, si possono registrare due fenomeni. Da un lato, si contrae l’occupazione, dall’altro si riduce la popolazione perché le persone si spostano altrove in cerca di condizioni migliori. In Italia sembra che si verifichi solo il primo fenomeno: la figura 2 (pannello a) mostra come, a livello di Sll, le variazioni di domanda di lavoro inducono variazioni dell’occupazione privata. Lo spostamento delle persone avviene invece in misura molto contenuta (pannello b), a differenza di quello che succede in altri paesi, quali gli Stati Uniti e la Francia per cui sono stati condotti esercizi analoghi (per gli Stati Uniti, si veda ancora Amior e Manning; per la Francia invece un recente lavoro di Cecile Détang-Dessendre e altri). La bassa mobilità della popolazione tra i Sll sembra almeno in parte riconducibile al fatto che un incremento della domanda di lavoro non aumenta i salari (pannello c), ma fa crescere i prezzi delle case (panello d) e quindi il costo della vita. L’incentivo per i lavoratori a muoversi dalle zone in difficoltà a quelle in crescita è quindi ridotto.

Figura 2 – Crescita dell’occupazione privata, popolazione, salari e prezzi delle case nei Sll a fronte di variazioni della domanda di lavoro nel settore privato (variazioni percentuali)

Nota: elaborazioni su dati Istat, Inps e Omi; in linea con la disponibilità di dati, i pannelli (a) e (b) si riferiscono a variazioni decennali a livello di Sll tra 1971 e 2011; il pannello (c) tra 1991 e 2011; il pannello (d) tra 2001 e 2011. La variazione della domanda di lavoro è stata misurata applicando le variazioni nazionali dell’occupazione nei singoli settori alla specializzazione di ciascun Sll. La distribuzione delle variazioni è stata troncata al 5° e 95° percentile. Per maggiori dettagli si rimanda al lavoro.

Flessibilità o incentivi?

Attraverso un esercizio di simulazione abbiamo confrontato due scenari ipotetici.
Nel primo, abbiamo analizzato l’effetto di una maggiore mobilità della popolazione sulla dispersione dei tassi di occupazione. Ipotizzando di aumentare la reazione della popolazione fino a un livello simile a quello più elevato stimato per gli Stati Uniti, l’incremento della dispersione territoriale nei tassi di occupazione registrato tra il 1971 e il 2001 si sarebbe sostanzialmente annullato.

Nel secondo scenario si è ipotizzato un intervento che attraverso forme di incentivazione accresca l’occupazione privata nei Sll che sperimentano andamenti negativi (tecnicamente, assumiamo che i Sll nel quartile più basso del tasso di occupazione privata ricevano, in ciascun decennio, un significativo sostegno finanziario). L’intervento otterrebbe risultati analoghi al primo in termini di riduzione dei differenziali di occupazione, ma potrebbe tuttavia comportare costi di natura fiscale molto elevati.

Il nostro studio suggerisce quindi che una più ampia mobilità dei residenti può ridurre le disparità territoriali e che, da questo punto di vista, una più accentuata variabilità locale dei salari sarebbe auspicabile. Va anche detto che salari più flessibili a livello locale potrebbero contribuire a diminuire i divari anche con una più bassa mobilità dei residenti. Le imprese potrebbero infatti essere indotte a localizzarsi nei Sll che sperimentano andamenti negativi, perché anche i salari, oltre che i prezzi delle case, tenderebbero a scendere. Sarebbero quindi i datori di lavoro a muoversi verso i territori più deboli.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire esclusivamente agli autori e non investono la responsabilità dell’Istituto di appartenenza.

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  1. asca

    Non c’e speranza. Chi crede che la legge di mercato tra domanda ed offerta possa funzionare e’ un teorico illuso. Funziona solo a risorse (tempo) infinite, cosa che non e’ di noi umani. Non manca la necessita di lavoro, altrimenti non ci sarebbero problemi di pulizia, sanita, sicurezza, dissesto del territorio ecc ecc. Manca la volontà di retribuirlo !!!!! Incredibile mi trovo a dare ragione a Cremaschi (ex FIOM).

  2. andrea de conno

    La flessibilità dei salari verso il basso, a parità di condizioni, ha da sempre attratto le imprese. Il problema è se poi questo si traduce in aumento di ricchezza/benessere per i territori e verso cui queste imprese si muovono. Se non si combinano più politiche (reddito di inclusione, diminuzione dell’abbandono scolastico, servizi sociali sanitari educativi, infrastrutture) non è ipotizzabile che questo non basti a creare dinamiche di maggior benessere per le famiglie e sviluppo di competenze? Grazie

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