Lavoce.info

Le conseguenze economiche della guerra in Siria

La spaventosa emergenza umanitaria li ha fatti passare in secondo piano, ma la guerra civile in Siria ha effetti sull’economia altrettanto gravi. Disoccupazione e inflazione hanno reso inaccessibili i beni primari a buona parte della popolazione.

Tramonto economico di una nazione

La guerra siriana ha provocato lo smantellamento del tessuto sociale di un’intera nazione: più di 400mila morti, circa 5 milioni di rifugiati nei soli paesi confinanti e una popolazione di circa 17 milioni di persone che si trova in una stato di allerta e necessità perenne.
A causa della magnitudine spaventosa dei dati sulle vittime e sui rifugiati, il dibattito pubblico non si è soffermato molto sulle conseguenze economiche del conflitto. In realtà, le emergenze umanitarie potrebbero essere comprese meglio, proprio alla luce delle dinamiche più prettamente economiche. È ciò che si propongono di fare i report pubblicati dalla Syrian Centre for Policy Research e da World Vision.
Prima dello scoppio del conflitto, i dati sembrano tracciare uno stato in una condizione economica relativamente positiva. La disoccupazione era stabilmente sotto il 10 per cento, il Pil pro capite era in crescita e il debito pubblico era più basso che in altre nazioni. Se prendiamo come paragone i Brics, ad esempio, il Pil pro capite del 2007 – ultimo dato fornito dalla World Bank – era sì inferiore a quello di Russia, Cina e Brasile, ma nettamente superiore a quello dell’India.
Con l’inizio del conflitto, tutti i settori sono stati coinvolti da un ridimensionamento drastico della capacità produttiva. L’agricoltura, ad esempio, ha sofferto della mancanza di semi e di fertilizzanti, per non parlare del carburante – destinato principalmente alle esigenze belliche. La distruzione dei sistemi d’irrigazione ha poi esacerbato le già fragili condizioni produttive, portando a un incremento dei prezzi e a un sempre più difficile approvvigionamento dei beni di prima necessità. Nel settore manifatturiero, invece, il valore della produzione è crollato nel 2015 a circa il 35 per cento del livello raggiunto nel 2010, principalmente a causa della distruzione delle infrastrutture.
Tutto ciò ha causato una crescita della disoccupazione di circa il 627 per cento nel quinquennio 2010-2015 e una riduzione senza precedenti del Pil siriano. Secondo la World Bank, infatti, il calo annuo medio del Pil è stato attorno al 15,7 per cento nel periodo 2011-2014; la scarsità dell’offerta ha poi provocato un aumento dell’inflazione in tutti i settori rilevanti.
Se la crescita dei prezzi è la conseguenza tipica di ogni conflitto, la dinamica inflazionistica avvenuta in Siria è imparagonabilmente più grave di quella verificatasi in altre guerre civili. In Libia e nello Yemen, ad esempio, la crescita dei prezzi non ha mai superato il 15 per cento annuo. In Siria, al contrario, si è registrata un’inflazione complessiva del 300 per cento nei primi cinque anni del conflitto. Congiunto alle continue svalutazioni della sterlina siriana, il fenomeno ha praticamente reso inaccessibile a una quota consistente della popolazione la maggior parte dei beni primari.

Leggi anche:  Cina, non è tutto oro quel che luccica

Figura 1 – Percentuale di disoccupazione del periodo 2006-2015

Fonte: Syrian Centre for Policy Research

Disuguaglianze tra regioni e misure anticicliche

In realtà, le conseguenze economiche non sono state omogenee nel territorio nazionale. Più del 90 per cento delle aziende che animavano il distretto industriale di Alsheck Najjar a nord di Aleppo, per esempio, è stato costretto a chiudere. Alcune imprese si sono poi spostate nelle città più occidentali del paese, come Damasco e Tartus, dove un quadro legislativo relativamente più certo, assicurato dal governo centrale, rispondeva di più alle richieste di stabilità degli imprenditori. Le crescenti condizioni d’incertezza e il proliferare di autorità non ufficiali hanno infatti provocato una grave disuguaglianza tra le regioni, specialmente tra quelle controllate dai miliziani di Al Nusra e Isis e quelle sotto il governo di Damasco.
Fino al 2014 il governo siriano ha cercato di effettuare politiche anticicliche: un vasto utilizzo di sussidi e di trasferimenti ha sostenuto i consumi dei cittadini che abitavano nelle zone governative. Il bilancio pubblico è stato poi ulteriormente aggravato dalle crescenti spese per le operazioni belliche. All’aumento dei costi va inoltre aggiunto il dimezzamento dei ricavi derivanti dalla lavorazione del petrolio, che prima del conflitto costituivano il 25 per cento delle entrate statali.
Questi fattori hanno condotto la Siria in una spirale d’indebitamento, principalmente sostenuta dalle linee di credito accese con l’Iran. Solo nel 2013, quando il deficit pubblico ha toccato la quota del 54 per cento del Pil, il governo ha incominciato a intraprendere politiche di restringimento della spesa pubblica: si sono ridotte tutte le voci di bilancio non strettamente collegate all’industria bellica, compresi sussidi e trasferimenti, e si sono introdotte diverse forme di tassazione. Nonostante la crescita del debito, anche gli investimenti pubblici sono crollati, insieme alla spesa per i servizi pubblici essenziali. Queste dinamiche hanno aggravato le condizioni di vita della popolazione, che faceva affidamento soprattutto sull’assistenzialismo del governo.
Oggi la popolazione siriana si trova ad affrontare una condizione economica e umanitaria insostenibile, la cui risoluzione non sembra essere molto vicina.

Leggi anche:  Tutta colpa della Brexit

Figura 2 – Investimenti pubblici a prezzi costanti e rapporto debito/Pil nel periodo 2010-2015

Fonte: Syrian Centre for Policy Research

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Flussi migratori: ridurli si può, fermarli è impossibile

Successivo

Se anche l’aspettativa di vita fatica a crescere

  1. Riccardo

    Giusto concentrarsi su un aspetto della questione al quale si guarda sorprendentemente molto, molto poco. Grazie

  2. Paolo

    Non mi sembra che un sistema normativo assicurato possa essere un motivo valido per spiegare lo spostamento di imprese verso Damasco. Se Assad rimane un dittatore, le leggi che saranno difese saranno sempre le leggi di un dittatore. Anche se è vero che la politica economica di Assad è preferita dai siriani rispetto a quelle di Isis e Al Nusra.

  3. Luciano

    Il debito pubblico è normale che aumenti negli anni della guerra. E politiche di austerità non sembrano la soluzione più adeguata quando hai la disoccupazione sopra il 50%. In ogni caso credo che il governo di Assad sia visto troppo malamente in Europa. Come mostrano i dati, la popolazione sceglie di stare sotto di lui piuttosto che i tagliagole dell’Isis. Si dovrebbe cercare di cooperare con la Russia e si potrebbe arrivare ad una pacificazione in breve tempo.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén