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Inflazione, la tassa occulta che piace allo stato

L’inflazione non comporta solo l’aumento del prezzo di beni e servizi consumati dalle famiglie. Ha soprattutto effetti redistributivi. Per questo una fiammata inflazionistica dovuta all’uscita dall’euro e al ritorno alla lira avvantaggerebbe soprattutto lo stato, a danno delle famiglie.

Effetto redistributivo

Generalmente si pensa all’inflazione come mero aumento del costo di beni e servizi consumati dalle famiglie. In realtà i suoi effetti più importanti sono sottili, poco visibili, e sono di natura redistributiva.
In ogni economia esiste una distribuzione aggregata della ricchezza tra debitori e creditori. Un debitore detiene una posizione finanziaria netta (cioè la differenza tra attività, ad esempio depositi in banca, e passività, ad esempio un mutuo) negativa, mentre un creditore detiene una ricchezza finanziaria netta positiva. Poiché la quasi totalità della ricchezza finanziaria netta è espressa in termini nominali (cioè in Euro) è anche soggetta al rischio di vedere il proprio valore reale (espresso non in Euro ma in unità di beni) eroso dalla salita dei prezzi.  Ciò è positivo per un debitore, ma è negativo per un creditore. Perciò variazioni al rialzo nel livello generale dei prezzi determinano una redistribuzione reale di ricchezza dai creditori a favore dei debitori. Al contrario, periodi di deflazione, cioè di discesa del livello generale dei prezzi, determinano una redistribuzione che favorisce i creditori. Ecco perché la deflazione è un fenomeno particolarmente dannoso durante periodi di crisi causati da un eccesso di accumulazione di debito. Questo spiega anche la preferenza delle banche centrali per mantenere stabile l’inflazione, proprio per evitare redistribuzioni di ricchezza in una o nell’altra direzione.
Quanto è rilevante, dal punto di vista quantitativo, l’effetto redistributivo dell’inflazione? E soprattutto, quali agenti (settori) dell’economia colpirebbe e favorirebbe? Quali paesi della zona euro in particolare?
La tabella 1 presenta alcuni dati di sintesi sulla posizione finanziaria netta (riferita al 2010) dei due settori principali: “famiglie” e “settore pubblico”. I dati sono estrapolati da uno studio di Klaus Adam e Junyi Zhu e si riferiscono alla zona euro, nel dettaglio all’Italia e, come termine di paragone, alla Germania. La posizione finanziaria netta è riportata sia in termini di euro pro capite che in percentuale del Pil.

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Tabella 1  Posizione finanziaria netta riferita al 2010

Fonte: Adam and Zhu 2014

Tre aspetti sono particolarmente rilevanti. Primo, la posizione finanziaria netta è espressa in termini nominali. Secondo, il settore pubblico, essendo generalmente un debitore (emette sistematicamente debito pubblico), ha una posizione finanziaria netta negativa; mentre il settore famiglie ha generalmente una posizione finanziaria positiva. In sintesi: il grande debitore, nell’economia, è lo Stato. Il grande creditore è il settore delle famiglie. Sarebbe quindi lo Stato a beneficiare in modo sostanziale da un incremento del livello dei prezzi e il settore delle famiglie invece a subirne una perdita. Terzo, esiste eterogeneità tra i paesi della zona euro. In termini netti il settore pubblico italiano è molto più indebitato di quello tedesco. E le famiglie tedesche hanno ricchezza nominale netta positiva più grande di quella delle famiglie italiane. Ecco perché le famiglie tedesche avversano così tanto l’inflazione.

Chi perde e chi vince

Quale sarebbe l’effetto sulla ricchezza reale di un inatteso incremento del livello dei prezzi del 10 per cento? Stiamo qui immaginando un rialzo una tantum del livello dei prezzi, con un tasso di crescita (l’inflazione) che dopo la momentanea accelerazione ritorna al livello precedente. In altri termini: l’aumento del livello dei prezzi è permanente, mentre quello dell’inflazione è puramente temporaneo.
Dalla tabella è immediato dedurre che in Italia il settore famiglie subirebbe una perdita pro capite di 810 euro (8100/10) mentre il settore pubblico avrebbe un guadagno di 2320 Euro pro capite (23200/10). I dati in percentuale del Pil sono ancora più significativi. Il settore famiglie subirebbe una perdita del 3,5% del Pil, cioè circa 58 miliardi di euro; mentre il settore pubblico otterrebbe un guadagno del 10% del Pil, cioè di circa 167 miliardi di euro. Una redistribuzione di ricchezza ingente. Una tassa occulta ben più grande di presunte patrimoniali mai ipotizzate finora.
È bene tenere conto di questi numeri quando si immaginano dilettanteschi scenari di uscita dell’Italia dall’euro. Piaccia o no, è pressoché inevitabile immaginare che il ritorno alla lira, e la conseguente svalutazione, porterebbero a una fiammata inflazionistica. Magari, nel migliore degli scenari, contenuta e puramente temporanea, esattamente come nel nostro esempio. Ma anche in questo roseo scenario, è bene essere consapevoli del fatto che i veri perdenti sarebbero le famiglie italiane; e il trionfatore più sardonico sarebbe, ancora una volta, lo stato.

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12 commenti

  1. Antonio

    Scusi professore è sicuro che il settore a destra della tabella sia in % del PIL? Così non tornano neanche i conti più avanti (53 mld sono il 3,5% del PIL e 160 mld il 10% circa e non lo 0,35% e 1%) e 23.200€ pro capite per 60 milioni di abitanti certo è una quantità più vicina al 99% del PIL che allo 0,99%. Se invece si guardassero i numeri a dx come rapporto sul PIL allora un’inflazione del 10% avrebbe un effetto del 10% sul pubblico (160 mld) e del 3,5% sulle famiglie (53 mld) risolvendo il problema. Grazie per l’articolo, interessante come sempre

  2. Paolo Mariti

    e l’operatore imprese?

  3. Marcello Romagnoli

    Prof. Monacelli,

    Lei ben conosce però sapere che in mancanza di inflazione si agisce sui salari quindi le cose non cambiano per il lavoratore. Inoltre una svalutazione, che si trasforma solo in parte in inflazione come Lei ben sa, è dovuta alle “sacre” leggi di mercato che ci dicono che la moneta è troppo valutata. L’euro è una moneta non adatta alla nostra economia, ma favorisce quella tedesca in quanto moneta debole per quella economia. Una moneta troppo forte invece sfavorisce le esportazioni e fa perdere posti di lavoro. In una famiglia con un solo reddito è meglio non avere inflazione, ma perdere l’unico posto di lavoro o avere inflazione, ma avere due stipendi perchè c’è più esportazione?

    L’uscita dall’euro ci sarà semplicemete perchè è la stessa scienza economica che lo dice (Teoria Area valutaria ottimale). L’uscita è la benvenuta perchè una moneta unica tra stati diversi ed egoisti come quelli europei genera una condizione antidemocratica. Non sarà una passeggiata perchè il progetto era balordo. L’euro è antidemocratico rispetto agli art.1-11-36-38 e 47….se può bastare

    • Alessandro Sebastiani

      Lei Romagnoli espone un punto di vista che merita di essere approfondito, oltretutto rispecchia un’opinione diffusa, ma a mio modo di vedere errata. I temi da lei citati sono tanti e occorrerebbe una lunga trattazione, ma mi limito solo ad alcune osservazioni : l’Italia non ha mai esportato tanto come in questo periodo (nonostante l’euro); rendere competitive le imprese svalutando la valuta serve solo a dare un sollievo momentaneo alle aziende, bisogna invece investire nei fattori che aumentano la produttività e la qualità dei prodotti (vedi declino Italiano iniziato prima dell’avvento dell’euro); l’inflazione è una doppia tassa sia perchè diminuisce il valore dei risparmi delle famiglie (creditori dello stato) sia il potere d’acquisto degli stipendi; L’italia è un paese che trasforma materi prime provenienti ii maggior parte dall’estero, per cui una valuta svalutata alla lunga arreca gravi danni alle imprese; infine, ma si potrebbero elencare altre conseguenze negative dell’abbandono dell’euro, una domanda: ma non ci ricordiamo più ciò che succedeva con la lira ? Tassi altissimi, inflazione a 2 cifre , debito pubblico in salita, ecc.

    • Marcomassimo

      la inflazione non è la demoniaco come per i monetaristi e non è la santità; come tutte le cose ha i suoi pro ed i suoi contro; dipende da come viene gestita, dalla misura e dal contesto; visto che sono stati esposti i contro è il caso di accennare a quanche pro; innanzitutto se una banca nazionale ha l’obbligo di acquistare i titoli di stato immettendo moneta e inflazione, si ha un effetto etico nel senso che non si scaricano le spese pubbliche sulle generazioni future; la svalutazione della moneta accolla tutto sui viventi non sui posteri; non ha caso non ha caso è dall’avvento delle teorie monetariste e lo sgancio delle banche (anni 80)
      nazionali che il debito pubblico occidentale è schizzato in molti paesi compresi gli USA; secondo l’inflazionepiacerebbe allo Stato? vabbè ma lo Stato non è marziano, è lo stato nazionale, quindi si presume che un qualche beneficio per la gente ci sia, in termini di servizi ed occupazione, sempre ammesso che la classe politica ed amministrativa sia onesta ed efficiente; terzo la inflazione equivale grossomodo ad una imposta proporzionale, quindi procede in crescita secondo reddito e patrimonio; se io non c’ho un soldo non mi può sottrarre nulla, se invece ho un grosso conto in banca la somma che mi sottrae è notevole; ma considerando l’aspetto di prima, ovvero che dovrei avere (tramite lo Stato) più servizi per la gente e più investimenti, diventa una redistribuzionew verso il basso; terzo, con la inflazione la attività economica tende ad

      • Marcomassimo

        aumentare per la crescita dei consumi in quanto è meglio detenere dei beni che della moneta; di conseguenza se non si è raggionta la massima occupazione la occupazione tende a salire; in realtà la inflazione è, data la funzione redistributiva e lo stimolo alla occupazione anche per le persone meno forti e capaci, può essere uno strumento di equilibrio sociale, che ingistamente ed anche scelleratamente la ideologia monetarista ha espunto dal terreno sotto la spinta di interessi di poteri finanziari ben precisi; poi però malumori populismi sono la logica e razionale, prevedibile conseguenza

    • Maurizio Cocucci

      Prima di ribadire tesi che non hanno (sempre) fondamento pratico, mi confronterei con chi esporta. Se prende le imprese che esportano il 70% del totale le diranno con poche eccezioni che la moneta unica non rappresenta un ostacolo. Il problema non è vendere all’estero bensì internamente, è qui che risiede l’affanno attuale della nostra economia. Dall’adozione dell’euro ad oggi (2016 per la precisione) il nostro export è più che raddoppiato! Non troverà alcuna impresa che le dirà di non riuscire a competere con il made in Germany, semmai con i prodotti realizzati nei Paesi con un insieme di fattori (tra cui il costo della manodopera) che rendono le produzioni decisamente più convenienti e che una svalutazione anche del 30% non muterebbe più di tanto la situazione.
      Venendo al tema di questo articolo, i lavoratori che auspicano una ripresa dei prezzi devono tenere presente che alcuni discorsi hanno valenza fin quando l’azienda (o lo Stato) compensa una perdita del potere di acquisto dovuta all’aumento dei prezzi con un pari aumento della retribuzione. Se però questo non avviene, facile se l’azienda stessa non incrementa il fatturato complessivo (non solo export!), si instaura una spirale recessiva legata dalla perdita dei potere di acquisto e quindi dei consumi.
      Io partirei da queste semplici considerazioni piuttosto che dalla Teoria delle Aree Valutarie Ottimali.

  4. Giorgio

    Non è un po’ rozzo mettere tutte le famiglie in un solo calderone? Quante famiglie sono in effetti creditrici nette e quante debitrici? Ovvero qual è la concentrazione della ricchezza delle famiglie? E le imprese? Non é un po’ rozzo fare un’analisi degli effetti redistributivi dell’inflazione binaria stato/famiglie?

  5. Giorgio

    E le imprese? E quante famiglie sono creditrici e quante debitrici?

  6. Marco Spampinato

    Gradevolissimo articolo, ma attribuire al settore delle famiglie – cioè ad una “fiction statistica” -, preferenze omogenee (di un risparmiatore medio rappresentativo), prescinde da molte differenze individuali tra le quali – ceteris paribus – entità e forme di risparmio. Chi ha solo un reddito e risparmio in titoli pari a zero, e vieppiù chi non ha nemmeno un reddito, difficilmente potrà essere convinto del fatto che un salto del 10% nel livello dei prezzi costituisca un serio danno. Potrà persino fare, più o meno illusoriamente, il ragionamento opposto: uno stato meno indebitato può realizzare politiche di sviluppo che oggi la spada di damocle del debito impedisce (dicono da 20 anni i politici nazionali​).
    Pertanto povertà e disoccupazione nel Sud Europa difficilmente si combinano con lo stake finanziario di difesa dell’Unione Europea e dell’Euro (il risparmio). Un europeismo economico conservatore mi sembra avere il fiato molto corto. Se non ottiene risultati apprezzabili per quella quota di famiglie che è al meglio indifferente al problema che lei pone, l’EU e/o l’Euro possono essere scaricate dai ceti meno abbienti. L’imbarazzo dei conservatori inglesi, testimoniato ancora dal discorso di Teresa May in Parlamento, è li a dimostrarlo. A meno che non si attribuisca agli stati nazionali l’inefficacia dell’Europa​.​ ​Questo processo può essere favorito da ​entità “regionali” più orgogliose, aperte e interessate a svincolarsi da relazioni unidirezionali – come la Scozia.

  7. Luigi Calabrone

    Suppongo che quelli che propongono l’inflazione siano persone che non l’hanno mai provata sulla loro pelle, come gli anziani. Dagli anni ’60 alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, in Italia c’era un’inflazione che andava da un minimo annuale del 2% a un massimo del 22% raggiunto negli anni 80%. Tutti quelli che avevano un reddito fisso vedevano gli eventuali risparmi polverizzati in pochi anni. Se potevano, compravano case come beni rifugio. (Questo è il principale motivo per cui l’Italia fu coperta di cemento). Chi poteva, mandava i risparmi all’estero – la Svizzera era il paese preferito. I sindacati dei lavoratori avevano ottenuto l’indicizzazione dei salari e la difendevano con le unghie e coi denti. La lira non contava nulla, e il governo continuava a stampare nuova moneta. Non si poteva – ufficialmente – acquistare valute estere se non entro limiti risibili. Chi andava all’estero si rendeva conto che l’Italia era pessimamente amministrata, e la lira era snobbata in tutta Europa. Gli unici che si trovavano bene erano coloro che potevano aumentare i prezzi (i professionisti in regime di monopolio legale, alcuni produttori di beni e servizi in regime di oligopolio – per es. L’Enel, Telecom, ecc.) e coloro che potevano esportare (con tutti i mezzi, spalloni compresi) i risparmi/profitti accumulati nella moneta locale, naturalmente convertendola, di solito illegalmente, nella valute estere.

  8. Enrico

    Salve professore. Se riteniamo che le cifre fornite siano una buona approssimazione della realtà, allora dovrebbe essere estremamente facile per l’operatore pubblico redistribuire a famiglie e imprese parte del “dividendo inflazionistico”.

    Oltre a ciò, non ritiene fuorviante trattare il settore delle famiglie come qualcosa di monolitico e omogeneo? è ben noto che la concentrazione di ricchezza è molto alta e in aumento da diversi anni (in misura ancora maggiore quella finanziaria) e una fiammata inflazionistica avrebbe un effetto redistributivo prima e soprattutto all’interno del settore households.

    Direttamente perchè il peso della tassa da inflazione dovrebbe essere sopportato di più da chi è più finanziariamente ricco e indirettamente perchè la redistribuzione attuata dallo Stato favorirebbe di più le fasce meno benestanti della popolazione.

    Con un tale effetto redistributivo le ripercussioni positive in termini di aumento della domanda aggregata potrebbero essere ingenti o sbaglio?

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