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L’Europa federale può non essere un superstato

Una federazione centralizzata e dirigista è davvero l’unica alternativa alla fine del sogno europeo? In realtà, si potrebbe riprendere l’idea di Europa federata, ma decentrata e minimalista, come proponeva Friedrich von Hayek negli anni Trenta.

Europa al bivio tra dissoluzione e centralizzazione

Il 25 marzo l’Unione europea compie sessanta anni. E non è mai stata così sotto torchio.
Da anni i suoi critici ne richiedono la riforma o la dissoluzione. Le destre nazionaliste e le sinistre radicali chiedono di sottrarre potere a Bruxelles, capitale del potere tecnocratico e guardiana del grande capitale finanziario che vuole imporre riforme al welfare, rigore di bilancio e liberalizzazioni per ridarlo agli stati nazionali. Al ritorno degli stati nazionali sembra essersi rassegnato anche il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble fino a ieri convinto sostenitore dell’Europa federale. I pochi sostenitori rimasti dell’utilità di un trasferimento di prerogative all’Unione per affrontare i problemi della sicurezza interna ed esterna e dell’immigrazione oltre che del rilancio economico e culturale della Ue battono mestamente in ritirata. Quello degli Stati Uniti d’Europa, il sogno di padri fondatori come Jean Monnet, Altiero Spinelli e Jacques Delors, sembra essere finito irrimediabilmente in un cassetto.

Hayek: più Europa, meno Stato

Proprio ora invece potrebbe valere la pena di riconsiderare le idee europeiste alla luce di ciò che scrisse Friedrich von Hayek. Economista liberista ed esponente della scuola austriaca. Hayek coltivava un’idea di Europa federata ma anche decentrata e minimalista. Nel suo saggio “Le condizioni economiche del federalismo tra stati” (correva l’anno 1939) descriveva i vantaggi di una Europa federale e democratica (quindi politicamente unita). Innanzitutto, la libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali avrebbe creato una dinamica competitiva forte e in grado di rendere inutili gli sforzi di regolamentazione e tassazione degli stati. E qui le idee di Hayek sono state realizzate – e con successo – con l’affermazione e lo sviluppo del Mercato unico. Secondo Hayek, poi, l’interventismo economico dei singoli stati (da lui temuto) sarebbe stato limitato da un’eventuale moneta unica. Non potendo perseguire politiche monetarie indipendenti, i governi non avrebbero più potuto manipolare la moneta per scopi protezionistici, con vantaggi per la collettività. E anche qui è arrivato l’euro, con esiti per ora controversi.
Ma per Hayek (e qui la realtà si è molto allontanata dai suoi auspici) l’integrazione economica avrebbe dovuto essere preceduta da un’unione politica federale fin da subito. L’emergere di un’Europa federale e democratica avrebbe, infatti, reso impraticabili molte delle forme di intervento pubblico nell’economia che, invece, per le dinamiche della politica nazionale portavano a troppa protezione, troppi ostacoli all’iniziativa privata e troppo stato. Lo stato federale sarebbe stato rappresentante di interessi ed elettori così variegati ed eterogenei da non riuscire a coordinare un intervento pubblico troppo intrusivo per i membri della federazione. Il che avrebbe naturalmente ridotto il perimetro dello stato. Da liberista, Hayek sosteneva che diminuire il più possibile lo spazio economico di manovra dei singoli governi avrebbe creato le condizioni per lo sviluppo economico. E benché la federazione che aveva in mente fosse non interventista e minimalista, vedeva l’unione politica come presupposto indispensabile per lo sviluppo del progetto liberale.

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L’Europa di Hayek, per andare oltre Monnet

È evidente che la visione di Hayek ha poco in comune con il federalismo di Jean Monnet. Il quale pensava l’Europa come il risultato di un processo di integrazione per stadi che partisse dall’unione degli interessi economici ma nel rispetto (iniziale) della sovranità dei singoli stati membri. Per poi arrivare gradualmente a una federazione anche politica che avrebbe pian piano sottratto prerogative agli stati nazionali sotto la maschera dell’interesse economico.
Le idee di Hayek non potevano trovare applicazione pratica negli anni Cinquanta. Dopo il fallimento del progetto della Comunità politica europea e della Comunità europea di difesa, la realizzazione di un’unione politica era impensabile. E così è stato. La Ue di oggi è il risultato dell’approccio pragmatico e funzionalista di Monnet. Siamo però arrivati a un punto in cui il funzionalismo economico non funziona più. In un clima di crescente scetticismo verso l’Europa, è improbabile che 27 stati europei si impegnino in un progetto politico. Ma se si volesse dare un contenuto pratico all’idea di Europa a più velocità che offra sicurezza e benessere economico ai suoi cittadini, è dalla riformulazione delle vecchie idee di Hayek su una federazione democratica, minimalista e decentrata tra i soli paesi che ci stanno che può nascere una possibilità per il futuro dell’Unione.

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13 commenti

  1. Marcomassimo

    Si,Hajek ci ha azzeccato in pieno; il mercato unico si è realizzato; si è affermata una ortodossia ideologica clericale trentennale di stampo monetarista liberista e proprio per quersto l’Europa è destinata a sfasciarsi; e si sarebbe sfasciata ancor di più una federazione; come è vero che la Scozia si separerà dal UK; sai le secessioni che ci sarebbero state, altro che guerra civile americana; la realtà storica insegna che il monetarismo-liberismo crea nazioni che si guardano in cagnesco, altro che popoli uniti; e l’europa ne è ulteriore riprova.

    • Marcomassimo

      certi liberisti vivono perennemente in un mondo di puro mercato ideale, un mondo fatato, immaginario e noumenico che semplicemente non esiste e non può esistere nella realtà fenomenica; quando la storia finisce poi per presentare il conto dei fatti concreti e magari brutali, le catastrofi sono inevitabili in quanto preparate magari con cura da decenni di sogno ed anestesia.

    • francesco daveri

      Senza tirare fuori paroloni e latinorum (o grecorum), Hayek parla di democrazia come condizione per l’attuazione di una federazione che porti allo sviluppo economico basato sul mercato concorrenziale. Un esempio storico di ciò che dice è il caso degli Stati Uniti. E forse anche la Svizzera.

      • Marcomassimo

        Purtroppo si evince la solita generalizzazione perniciosa ha portato alla crisi attuale; la ignoranza storica mischiata alla confusione delle mele con le pere; gli Stati Uniti non hanno una storia millenaria, hanno una antropologia fusionale derivata dalla colonizzazione di terre sconfinate da parte di una radice culturale anglosassone; e non sono un superstato? ma andiamo, hanno un apparato militare spaventoso che condivide il potere sostanziale con una elite familiare e finanziaria ristretta; la svizzera ha una storia tutta speciale per la posizione e orografica geografica circondata da grandi potenze; e poi ha un sistema sociale molto sviluppato che Hajek definirebbe dirigista; il vero errore di quelli come hajek è pensare che il mercatro debba plasmare la politica; invece è la politica che determina, regola e plasma il mercato; e la politica deve essere forte per farlo realmente; e la politica è forte se ha l’appogggio di tutte le classi sociali, dei più deboli come dei più forti; e per fare questo la politrica deve regolare il mercato in modo che non si creino squilibri sociali lancinanti e che i suoi benefici si distribuiscano proporzionalmente a tutti i cittadini; sennò alla fine si rompe la politica e si sfascia pure il mercato

    • Maurizio Cocucci

      Se vi sono critiche alla UE e tra cittadini di nazioni diverse, la maggior parte derivano da luoghi comuni ed in particolare da disinformazione. Ad esempio cittadini tedeschi che pensano di aver dovuto sborsare euro per l’Italia come anche per altre nazioni del Sud Europa, che non è vero, mentre invece sono stati costretti come in altri Paesi a ripianare situazioni pesanti dei loro istituti di credito. Ma anche gli italiani che spesso hanno affermato che abbiamo salvato le banche tedesche che avevano investito in Grecia dicono una enorme fesseria. Intanto perché solo una piccola parte dei prestiti è stata stipulata bilateralmente e dove noi abbiamo raccolto del denaro a prestito sui mercati e girato alla Grecia dietro interesse, il grosso è stato raccolto dai fondi salvastati emettendo obbligazioni. Poi in ogni caso questi soldi sono andati a favore del debitore, non del creditore a prescindere dalla sua nazionalità e per finire di certo il governo tedesco dopo aver dovuto mettere in gioco tra una modalità e l’altra oltre 240 mld di euro per evitare tracolli delle sue banche di certo non sarebbe saltato tutto per qualche decina in più. Il caso della Scozia che cita è in contraddizione con la sua tesi perché la maggior parte dei cittadini scozzesi vuole rimanere dentro al UE. Ma anche sulla tesi stessa avrei da obiettare dato che proprio nei Paesi UE in maggiore affanno vedo poco liberismo, molta influenza pubblica e molta poca concorrenza.

  2. Sandro Faleschini

    Nella seconda metà degli anni ’50 un gruppo di pazzi, aderenti al movimento Federalista Europeo (MFE), al seguito di Altiero Spinelli e dei sognatori del Manifesto di Ventotene, organizzarono nei principali stati europei, un referendum a favore della creazione degli Stati Uniti d’Europa. Non si discuteva di economia, di liberismo, socialismo, di moneta unica o altro, ma della necessità di una Federazione (uno Stato) che consentisse ai popoli europei, meglio al popolo europeo, di sperare in un mondo migliore di quello in cui erano fino ad allora vissuti. Un mondo senza guerre, un mondo senza esclusi, un mondo senza diversi.
    Sì un sogno, ed il successo fu incredibile se si pensa che milioni di europei andarono a votare per l’Europa, ancorché i governanti ufficiali ignorassero, quando non boicottarono il voto. E poi fecero finta di non capire per puntare ai pasticci che hanno portato alla situazione attuale. D’altronde lo stesso J. Monet pensava all’Europa, come ad una unità economica di stati nazionali.
    Sono passati tanti anni ma ancora oggi l’unica strada per evitare che l’Europa diventi nient’altro che un’espressione geografica è l’unità politica, con chi ci sta, gli altri seguire. A decidere poi sull’economia, il welfare, la difesa, ecc. saranno i cittadini europei, e loro soltanto.

  3. Libertario

    Hayek si metterebbe le mani tra i capelli a vedere l’Europa degli oligopoli delle multinazionali e delle banche, dei bail in e bail out e dell’Euro.

    Non facciamolo rivoltare nella tomba invocando iò libero mercato solo quando ci fa comodo.

  4. Henri Schmit

    Bellissimo articolo. Fa seguito a quello di D. Rodrik. Quello di Hayek può essere il modello a condizione di usarlo con il pragmatismo di Monnet. Le proposte molto alla moda di un’Europa sociale, di un reddito europeo minimo di disoccupazione vanno purtroppo in tutt’altra direzione. Quello che dobbiamo capire è che è illusorio e poco onesto girare all’UE la soluzione di tutti problemi che non siamo in grado di gestire a livello nazionale.

  5. enzo

    Sono stati commessi errori notevoli.l’allargamento ad est e la maggiore integrazione andavano in direzioni opposte. L’euro e’stato imposto dai francesi ai tedeschi per motivazioni tutte politiche dopo l’unificazione. (Anche se col serpente e lo sme non erano tutte rose e fiori).oramai l’unica spinta per una maggiore integrazione viene solo dagli attacchi di Putin e trump. Se la strana coppia e’accomunata da un’insofferenza verso l’istituzione europea non e’ certo perché hanno a cuore i destini degli europei

    • Henri Schmit

      Che l’allargamento prima della maggiore integrazione sia stato un errore, un eccesso di fretta, è condiviso da tutti, addirittura dall’artefice dell’allargamento, R. Prodi. L’altro errore tuttavia non è stato che la F abbia imposto l’euro alla D, ma che l’abbia convinta che l’Italia doveva partecipare da subito, o, ciò che è la stessa cosa, che non abbiano definito regole cogenti per costringere l’Italia a una politica fiscale convergente.

  6. Quello desiderato da Hayek è un mondo ideale. Se l’Europa non si è fatta la guerra fino ad oggi è perché dove prima passavano gli eserciti ora passano le merci, le persone e i capitali. Come ogni previsione, quella di Hayek non poteva tener conto di tutti i fattori che avrebbero influenzato l’effettivo dipanarsi degli avvenimenti. Probabilmente una maggiore integrazione politica porterebbe semplicemente a un acuirsi dei conflitti tra stati e tra i cittadini di quegli stessi stati. L’integrazione politica è una camicia di forza che finora ha stimolato vittimismi revanchisti. Sarebbe bello neutralizzare l’interventismo politico “annacquando” il “corpo politico” in mille identità e interessi divergenti. Purtroppo, però, credo che sarebbe la via più rapida alla distruzione anche di ciò che di buono l’UE ha portato – assenza di dazi, liberi movimenti vari.

    • francesco daveri

      Risposta a Massimo Bassetti. Il rischio che con l’unione politica peggiorino i conflitti esiste. Il rischio è peggiore se l’integrazione politica rimane a una sola velocità (cioè con tutti e 27). Ma se si riduce l’unione al sottoinsieme di chi ci sta, l’eterogeneità sarebbe più gestibile. Ad esempio si potrebbe partire dai 6 fondatori + Portogallo, Spagna e Austria, il che tra l’altro darebbe luogo a una unione geograficamente contigua. All’interno di questo gruppo di paesi non mi sembra impossibile pensare a politiche fiscali e del lavoro comuni.

  7. Alessio

    L’articolo punta al cuore della questione: questa Europa non può sopravvivere, ma deve rilanciarsi con un progetto DEMOCRATICO che sposti gradualmente ed in modo chirurgico la sovranità dagli stati ad un parlamento ed un governo europei.
    Esempio applicabile da domani è la politica estera e di difesa: non esiste Europa senza una politica estera unitaria. Un passo alla volta e coinvolgendo i cittadini, cosi si può ritentare – e stavolta forse fare – l’Europa.
    Chi, come me, ha meno di 40 anni ha l’obbligo di crederci e di farsi portatore di idee.
    Nemmeno la Germania, nel giro di 20-30 anni, potrà competere con le maxi potenze emergenti che inevitabilmente marginalizzeranno sempre più il vecchio continente, già oggi pressoché irrilevante nelle grandi questioni internazionali (vedi i conflitti mediorientali).

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