Lavoce.info

Reddito di inclusione, un buon primo passo

La legge delega contro la povertà è stata approvata definitivamente. La misura principale è l’introduzione del Rei, il reddito di inclusione. Avvia un processo che può portare in pochi anni l’Italia ad avere un reddito minimo universale.

Cos’è il Rei

Il 9 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge delega sul contrasto alla povertà, già passato alla Camera nel luglio 2016. Ora si attende il decreto legislativo per tradurne in pratica le principali indicazioni.
Si introduce una misura nazionale di contrasto della povertà assoluta, denominata Rei, cioè reddito di inclusione, che consiste in un trasferimento monetario riservato alle famiglie con Isee molto basso. Il reddito di inclusione è un livello essenziale delle prestazioni e diventa quindi un diritto che ogni regione italiana deve garantire ai propri residenti che rispettino le condizioni di accesso. Possono presentare domanda anche le famiglie straniere, purché con un requisito minimo di residenza in Italia. Il beneficio ha durata limitata, ma è rinnovabile se permane la situazione di bisogno. La misura sarà tendenzialmente universale, non riservata a specifiche categorie, ma subordinata alla verifica dei mezzi economici, da effettuarsi sulla base dell’Isee e del reddito disponibile. Potrà essere ricevuto solo se il nucleo interessato si impegna a rispettare un progetto personalizzato di reinserimento sociale e lavorativo, che sarà predisposto dalla rete dei servizi sociali territoriali.
Il reddito di inclusione assorbirà il Sia, il sostegno per l’inclusione attiva, entrato in vigore a settembre 2016, che ha finora raggiunto circa 65mila famiglie e che è riservato solo a quelle con minori o con figli disabili, anche adulti, o donne in gravidanza. La diffusione del Sia è stata limitata dalla necessità di superare un punteggio piuttosto alto in una scala di misurazione multidimensionale del bisogno, un requisito che ha escluso buona parte delle famiglie che hanno presentato domanda  (si aspetta un intervento del ministero del lavoro per rendere meno stringente il requisito).
Il Rei dovrebbe assorbire anche altre misure destinate al contrasto alla povertà, come la carta acquisti ordinaria o l’assegno per le famiglie con almeno tre minori, ma è ragionevole che i tempi della semplificazione non saranno brevi.
Il Rei sarà inizialmente riservato a un sottoinsieme dei poveri assoluti, che la legge delega individua con criteri molto simili a quelli del Sia: nuclei con minori o con figli gravemente disabili o donne in gravidanza, oppure con almeno un 55enne disoccupato.
Dal 2018 il Rei potrà contare su un finanziamento di circa 2 miliardi, non sufficiente per raggiungere tutte le famiglie in povertà assoluta. È prevista la graduale estensione dei beneficiari, compatibilmente con l’aumento delle risorse a disposizione.

Leggi anche:  Una patrimoniale è possibile

Perché è una misura positiva

Come giudicare il Rei? È possibile vedere il bicchiere mezzo vuoto, perché non si tratta ancora di una misura universale e rischia così di essere una tra le tante categoriali già presenti nella spesa sociale, e perché i fondi stanziati sono inadeguati rispetto al forte aumento della povertà negli ultimi dieci anni.
Ma sarebbe una lettura parziale, perché in effetti c’è un importante salto qualitativo: si è finalmente messo in moto un processo che nel giro di pochi anni può portare l’Italia ad avere un reddito minimo universale contro la povertà assoluta, integrato dalla presa in carico dei beneficiari da parte dei servizi sociali territoriali sulla base di un progetto di reinserimento. Creare un’adeguata rete di servizi rischia di essere problematico soprattutto dove la pubblica amministrazione è poco efficiente, ma potrebbe essere l’occasione per un passo avanti collettivo nella qualità dei servizi pubblici.
Anche da un punto di vista quantitativo, quanto realizzato finora non va sottovalutato. Sull’ipotetico impatto del Rei sulla povertà non possiamo fare stime precise perché i dettagli sui suoi criteri di erogazione verranno stabiliti dal decreto legislativo, ma sulla base delle regole del Sia qualche considerazione si può tentare.
Usando l’indagine Silc 2015 sui redditi delle famiglie, risulta che circa 800mila famiglie italiane con almeno un minore hanno reddito inferiore alle soglie Istat di povertà assoluta. Visto che il numero medio di componenti per ogni famiglia povera con minori è 3,8, per raggiungere tutte le famiglie povere con minori con un trasferimento uguale all’attuale Sia servirebbero circa 2,8 miliardi. In altre parole, con 2 miliardi si può raggiungere circa il 70 per cento circa dei nuclei poveri con almeno un minore, una platea piuttosto ampia, benché ancora lontana dal totale. Manca ancora un miliardo e potremo coprire tutti i minori in povertà assoluta.
Anche l’effetto sul reddito non è trascurabile. Se prendiamo ancora il Sia attuale come modello, che vale 80 euro al mese per ogni componente, è quasi la metà del reddito monetario medio delle famiglie povere assolute con minori. Le risorse non sono ancora sufficienti per garantire a tutte le famiglie povere con figli il trasferimento, ma per circa il 70 per cento dei minori in povertà assoluta l’attuale stanziamento permette un incremento di quasi il 50 per cento del reddito familiare medio.
Una copertura parziale nella fase iniziale non è necessariamente un male, se permette di verificare il targeting, gli effetti sulle famiglie e l’efficacia della rete dei servizi. Dopo le lezioni del primo periodo di applicazione, l’essenziale è poi non fermarsi a metà e proseguire verso la costruzione di un reddito minimo universale con un programma pluriennale di aumento delle risorse, da realizzarsi anche con la razionalizzazione degli strumenti esistenti, prevista dalla delega.

Leggi anche:  PagoPa, un portale a carico del contribuente

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Il Punto

Successivo

Quei burocrati che frenano l’Italia

  1. Finalmente. E’ dal 2008 che si propone un reddito minimo e/o di inclusione per le persone che non hanno nessuno e niente, oppure semplicemente che non hanno avuto l’opportunità di avere un lavoro dignitoso.
    Non essere per tutta la vita INVISIBILI. Grazie
    gennaro

  2. Quando si fa qualcosa per combattere la povertà sia assoluta che relativa va sempre bene. L’articolista ha scritto che per soddisfare le esigenze di tutte le famiglie con almeno un minore al di sotto della soglia di povertà occorrerebbero 2,8 mld di €. Ce ne sono solo 2. Non sarebbe, allora, il caso di rivedere la scellerata decisione di eliminare l’IMU sulla prima casa anche ai tanti che la potrebbero tranquillamente pagare senza svenarsi? Di eliminare la discutibili elargizione dei 500 € dati a tutti i 18enni, anche se figli di famiglie benestanti? Il bonus bebé? Solo con i 3,5 mld che si potrebbero recuperare ripristinando l’IMU per tuttui, sia pure con gli sgravi previsti a suo tempo dal governo Prodi, si potrebbero soddisfare le esigenze di tanta povera gente che, altrimenti, anche con i soldi che avrà, continuerà a vivere in difficoltà.

  3. Sinceramente credo che l’ultima cosa di cui l’Italia abbia bisogno sia un’ulteriore sussidio assstenzialista. La povertà non la si combatte rendendola più attraente, bensì favorendo la creazione di opportunità di lavoro. Per essere concreti, quei due miliardi, se davvero erano disponibili (ma non lo sono, e il carico ricadrà su una popolazione attiva oramai sempre più in fuga dall’Italia) allora li si sarebbe dovuti usare per abbassare le tasse sul lavoro. Poi che il sussisio “Potrà essere ricevuto solo se il nucleo interessato si impegna a rispettare un progetto personalizzato di reinserimento sociale e lavorativo, che sarà predisposto dalla rete dei servizi sociali territoriali” significa che sarà un sussidio che si rinnoverà automaticamente, scoraggiando del tutto la ricerca di lavoro. Perché, siamo onesti, qualcuno crede veramente che i servizi sociali territoriali siano capaci di creare un percorso di reinserzione lavorativa e quindi di procurare un lavoro ai percettori del sussidio?

    • scusate per quel secondo apostrofo nella prima riga

    • Sì, io credo che i servizi possano creare percorsi di inclusione fondati sul reinserimento lavorativo. Perché l’ho visto fare in più di un territorio con esiti sorprendenti.
      Il punto è garantire che le buone pratiche siano estese su tutto il territorio nazionale e che questi stessi servizi possano contare su risorse umane e competenze adeguate. Bene dunque che il SIA preveda l’irrobustimento dell’organico dei servizi sociali territoriali. Ma quest’aspetto deve essere costantemente presidiato, come del resto chiedono gli stessi operatori sociali e l’Alleanza contro la povertà, per evitare che la misura diventi quello che anche Massimo teme, cioè una misura assistenzialista.
      Ma non partiamo dal presupposto che sarà necessariamente così, altrimenti ci chiudiamo le strade a ogni cambiamento possibile.

  4. Bruno Gazzola

    Dire che una simile iniziativa dovrebbe essere adottata esclusivamente da Stati che se la possono permettere e non certo da una nazione sull’orlo della bancarotta, mi sembra riduttivo, ed infatti aggiungo che l’operazione ha tutta l’aria dell’aggiramento dell’ostacolo…costituito dalla sempre più frequente scoperta di falsi invalidi.
    Preventivando infatti un certo aumento di revoche delle pensioni a chi non ne ha diritto, i soliti noti hanno meso a punto una misura sostitutiva delle pensioni, ma a carattere generale, per di più anche a favore degli immigrati residenti in Italia da alcuni anni, come del resto accade già oggi per le pensioni sociali che stiamo erogando ai sessantacinquenni delle più svariate etnie, senza che costoro abbiano mai fatto alcunché a favore dell’Italia, visto che hanno trascorso la maggior parte della loro esistenza nella terra d’origine. L’unico dato positivo è costituito dal fatto che, continunado così, è possibile che gli Italiani decidano di darsi il loro 14 luglio.
    Bruno Gazzola

  5. shadok

    In Italia la spesa assistenziale non è bassa, è anzi leggermente superiore ai valori medi europei, siamo veramente sicuri di potere permetterci di incrementarla ulteriormente?, perché altrimenti l’unico modo di implementare una forma di reddito di cittadinanza è taglliare altre forme di assistenza…, quali potrebbero essere?

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén